Tra le molte bugie che ci vengono propinate a scuola, spicca quella che il verismo sia un movimento letterario siciliano, quando sappiamo tutti (specialmente: tutte) che il più verista tra i testi letterari lo scrisse un tizio nato a New Orleans. Magari l’avete letto: s’intitola “Colazione da Tiffany”.
In “Colazione da Tiffany” viene rappresentata la struggente povertà della donna contemporanea che, non potendo permettersi i beni di lusso, languisce comunque nelle boutique un po’ per l’aria condizionata, un po’ per vedere da vicino cose belle che non saranno mai sue, e un po’ per comprare ogni tanto quel poco che può e che la fa sentire minimamente parte d’un mondo cui non appartiene.
Ognuno misura la ricchezza nella propria vita in modi diversi. Alcuni da quanti contratti di lavoro firmano quell’anno, alcuni da quante vacanze fanno: io misuro quella risposta di Paolo Villaggio («che cos’è la felicità?» «il benessere economico») col numero di acquisti che faccio da Prada.
In questo senso, so esattamente quand’è stata l’ultima volta in cui sono stata ricca. Lo so perché l’altro giorno ho scritto a L., e le ho chiesto se avesse diari più accurati dei miei, dai quali ricostruire quella volta che eravamo andate a Montevarchi e si era provata un cappello con le piume (dovrei avere anche una foto fatta per ricattarla, ma vai a sapere dov’è).
L. non ha diari ma ha le foto ben organizzate nel telefono, diversamente da me, ed è subito stata in grado di collocare la nostra gita all’outlet di Prada. Novembre 2018. L. non sa perché gliel’ho chiesto. L. non sa di Mimmo. L. non sa che quella è l’ultima volta in cui sono stata ricca.
Un osservatore superficiale direbbe ma scusa, se sei andata a comprare i Prada ribassati dell’outlet eri già povera, giacché l’osservatore superficiale non sa come funziona per noi piccole risparmiatrici: noi che siamo capaci, non mangiando il tonno, di comprarne trenta scatolette solo perché ci sono i punti fragola. L’outlet è il nostro paradiso: usciamo avendo comprato venti cose invece delle quattro che ci sarebbero piaciute in negozio, e avendo speso in totale almeno il doppio di quanto ci saremmo mai azzardate a spendere in negozio, e sentendo di aver fatto ottimi affari. Mai nella storia dell’uomo un meccanismo psicologico è stato perfetto come quello del lusso che si finge abbordabile.
Oggi sono qui a seppellire il cadavere di quel pomeriggio toscano. A piangere la dipartita di Mimmo, che per sette inverni è stato la mia coperta di Linus. A dirvi che hanno ragione tutti, le mie amiche ordinate e quei due sociologi che avevano elaborato la teoria delle finestre rotte, hanno ragione tutti e io sono disperata. Ma prima devo parlarvi di Allie Hagan.
Allie Hagan è una sceneggiatrice americana, non ho mai visto niente di suo ma la seguo su Instagram. Venerdì ha pubblicato una serie di storie che ancora non sapevo parlassero di me. Venerdì, le storie di Allie Hagan parlavano dell’anello della sua prozia, che ha perso in una casa in cui non vive più.
«Sette anni fa, ho perso un anello che avevo indossato ogni giorno per dieci anni […] La cosa peggiore è che l’ho perso in casa. Guardavo la tv, mi si stavano gonfiando le dita, e quando l’ho sfilato mi sono detta “Non essere pigra, allungati fino al tavolo e appoggialo lì”. Non l’ho fatto. L’ho lasciato sul divano, e non l’ho mai più visto».
Allie ha cercato l’anello ovunque, anche – per giorni – nella cacca del cane, casomai l’avesse mangiato. Ha smontato il divano prima di buttarlo, certa che l’anello si fosse infilato in qualche anfratto. Non vive più in quell’appartamento ma ne è ancora proprietaria, ed è ancora convinta che l’anello sia lì e non salti fuori da sette anni, perché tutte noi (ex) ragazze abbiamo avuto una nonna che ci diceva: la casa nasconde, non ruba.
Sabato mattina sono entrata nella stanza in cui scrivo da ottobre a marzo. Ci scrivevo tutto l’anno, prima: è una stanza la cui luce è perfetta per scrivere ed è la stanza in cui c’è la Wink, che è talmente la mia poltrona preferita che è l’unico arredo che portai via da casa dei miei genitori. Ci scrivevo tutto l’anno, poi c’è stata l’alluvione. Dal tetto è entrata acqua, ha macchiato il soffitto e un po’ di parete.
La persona che si occupa per me di queste cose mi ha detto «Faccio venire l’imbianchino», e io ho detto sì ma non ora ché non voglio gente per casa. Sono passati due anni e mezzo. Non ho ancora trovato la tolleranza necessaria a far entrare un imbianchino. E, siccome sono scema, sono convinta che morirò fulminata se accendo il condizionatore attorno al quale ci sono le macchie d’umido (sì, razionalmente so che in due anni e mezzo l’umidità si sarà seccata). Quindi, quella stanza, causa caldo, è impraticabile da aprile a settembre.
A un certo punto della scorsa primavera, ho poggiato Mimmo in quella stanza. Non ricordo se, come Allie, ho detto a me stessa «non essere pigra, portalo al lavasecco e poi mettilo nell’armadio», fatto sta che sono invece stata come sempre pigra, e l’ho poggiato su delle pile di libri, covi di polvere e d’insetti. Com’è quel proverbio sulla causa del suo mal?
Mimmo è (era) uno degli acquisti che feci quel giorno a Montevarchi, mi piacque subito abbastanza da pagarlo una fortuna nonostante gli sconti, ma non sapevo che sarebbe diventato Mimmo. Non sapevo che quella cosa che non so definire – non è un maglione: si mette sopra ai maglioni; non è un cappotto: non ha le maniche; non è una mantella: ha i bottoni – sarebbe diventata la cosa più preziosa del mio guardaroba.
Certo, possiedo (come tutte) sempre e solo l’ultima cosa che ho comprato, ma non è solo quello: un mese prima di Mimmo, mi avevano regalato un altro cappotto di Prada, ma non l’ho messo un decimo di Mimmo. Certo, non avere le maniche lo rende più adatto per gli inverni che ormai non sono più inverni, ma non è solo quello: avevo comprato un cappotto leggero, a Montevarchi, e l’ho messo un cinquantesimo di Mimmo.
Mimmo era Mimmo, come il “Max” di Paolo Conte, canzone della quale una volta sentii Conte dire che certe canzoni il pubblico le vuole per «celebrare la nostalgia di sé stesso». Sabato mattina sono entrata in quella stanza non so neppure a far che, ho preso in mano Mimmo non so neppure perché, e mi si è sbriciolato addosso.
Sì, è quella scena di “Your friends and neighbors” in cui ad Amanda Peet si sbriciola addosso un golfino e scopre che nel suo guardaroba c’è un’invasione di tarme e il povero ex marito deve indebitarsi per la disinfestazione. Forse nella finzione scenica era persino peggio, perché Amanda Peet di sicuro faceva il cambio stagione e metteva tutto via coi foglietti antitarme. Amanda Peet era come le mie amiche, mica come me.
Ho capito che non ero come le mie amiche la prima volta che ho scoperto che loro le borse le tengono con dentro la carta velina perché non si sformino, e infilate nelle dust bag, quelle buste di cotone che dovrebbero proteggerle dalla polvere e che io non ho mai usato in vita mia. Le borse meglio che non vi dica come le tengo, ma Mimmo – mi viene da piangere me stessa, causa del mio mal.
Mi disperavo per Mimmo divorato dalle tarme, e le amiche mi dicevano ma vedrai che la rammendatrice te lo sistema (la mia rammendatrice, la più clamorosa non contribuente di Milano, mi rammenda per cifre da cardiochirurgo almeno due golf di Prada l’anno da una ventina d’anni: le mie case sono frequentate da tarme che mangiano solo Prada, evidentemente).
Poi, sempre piangendo me stessa, mandavo le foto di interi pezzi mancanti di Mimmo, non i soliti buchini educati del cashmere ma voragini, decimetri quadri di maglia scomparsi nel sistema digerente delle tarme, e le amiche al riparo delle dust bag mi dicevano in effetti così è troppo, così non si è mai visto, così non c’è più niente da fare, stacchiamo il respiratore.
Ho, come in quelle scene patetiche di sceneggiato televisivo in cui a giovane apprendista chirurgo muore la fidanzata, passato la giornata a cercare di rianimare il morto, di arginare i danni. Più cercavo di spazzolarlo piano, più Mimmo si sbriciolava; alla fine la Wink era ricoperta da brandelli del suo cadavere: la scena più straziante che abbia mai vissuto.
Scriveva il giorno prima Allie Hagan: «Ho migliaia di foto in cui indosso l’anello, ma solo una foto dell’anello da vicino. L’ho portata da un gioielliere per cercare di farne fare una copia». Ho pensato figurarsi, io che non mi fotografo mai. Invece una foto ce l’ho. Si vedono i due lembi di Mimmo, e sotto un golf grigio comprato pure quello a Montevarchi, e ora equipaggiato dei suoi bravi buchi che non sono invalidanti come quelli di Mimmo, sono buchi ai quali le (ex) ragazze che amano il fané sono abituate. Sempre sabato c’era Woody Allen, sull’Instagram di una delle sue figlie, con un golf bucato: è stato la mia unica consolazione della giornata.
In quell’unica foto di Mimmo, ho al braccio una Birkin blu. Quella il cui interno è stato devastato dal fatto che ci abbia lasciato dentro per mesi una rete di cipolle che nel tempo sono marcite abbastanza da liquefarsi. E lì non avevo neanche la scusa dell’alluvione e della stanza in cui non entro: dove sono le finestre rotte con cui giustificarmi? Non sarò mica una cialtrona semplice, senza teorie sociologiche cui rifarmi?
Allie Hagan si è fatta fare la copia dell’anello, e nell’ultima storia diceva che intende usarlo come promemoria «del mio voler essere più attenta alle cose importanti della mia vita», ma io so che non funziona così. So che nulla serve di lezione a nulla, e che non solo dovrò affrontare un inverno senza Mimmo, ma continuerò a dimenticare cose deperibili in borse preziose, e a mollare in stanze piene di polvere cappotti che andrebbero invece riempiti d’antitarme e messi nell’armadio, e chissà quante altre devastazioni di cui non m’accorgo finché non è tardi, e senza neanche avere abbastanza foto da poter poi celebrare me stessa e le mie nostalgie. La nostalgia degli inverni con Mimmo, e quella di vite mai vissute: vite ordinate.