Lunghe sere d’estate trascorse a chiacchierare su sedie bianche di plastica, alla luce calda dei lampioni. Odore di citronella per combattere le innumerevoli zanzare, musica degli 883, lunghissime e scomodissime tavolate di legno, apparecchiate con tovagliette di carta, bicchieri e posate di plastica monouso. Chi abita nei piccoli centri abitati ha bene in mente l’odore di frittura di cui si impregnano i vestiti ogni volta che si partecipa a una sagra di paese. Da sempre considerati eventi per anziani e nostalgici, oggi conquistano anche le generazioni più giovani.
Nei giorni scorsi si è molto parlato del Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai) 2021-2027, e in particolare dell’allegato redatto dal demografo dell’Università Cattolica Alessandro Rosina. Tra gli obiettivi proposti per salvaguardare le aree interne – interessate da fenomeni quali lo spopolamento, il calo demografico e la conseguente (o causante) scarsità di servizi – compare anche “l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. Una proposta motivata dall’idea che tali aree «non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza», ma che d’altra parte non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Per tali zone si propone un piano mirato che le possa assistere «in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita».
Si stima che in Italia il numero delle sagre di paese oscilli tra le trentacinquemila e le quarantamila. Secondo i dati riportati da ENIT SPA, ente che si occupa della promozione dell’offerta turistica italiana, il turismo legato alle tradizioni locali e alle feste e sagre di paese è in forte aumento: registra infatti un +63,8 per cento rispetto al 2023. I protagonisti di questa tendenza sono proprio i piccoli borghi e le mete meno battute, luoghi ritenuti “più autentici e genuini”. La presidente ENIT Alessandra Priante sostiene che la valorizzazione delle tradizioni crei infatti «un connubio perfetto per sostenere l’economia locale e attrarre un pubblico più giovane, interessato alle proprie radici». In questo contesto è interessante il crescente interesse da parte della Gen Z per le sagre di paese, da sempre considerate eventi demodé, e riservati a persone avanti con l’età. Le cose, ad oggi, sembrano essere cambiate.
«Le sagre sono soprattutto per i giovani – racconta una ragazza intervistata da Radio Gold News Alessandria – ti fanno riscoprire che anche in questi paesi che sembrano quasi morti c’è ancora vita». Aggiunge che il bello di questi eventi è stare tutti insieme. «Sudare ed essere mangiati dai moscerini va in secondo piano perché si è tutti insieme, e riscopri un po’ il senso di comunità», dice.
Anche sui social le sagre di paese si stanno prendendo la loro rivincita. Non è raro imbattersi in reel di ragazzi e ragazze che indossano magliette con la scritta “staff”, che si rendono volontari per servire i pasti alle sagre, e che ironizzano sull’essere rimasti ad agosto in paese, invece che essere partiti per Mykonos o per Ibiza. «Quando superi i venticinque anni anni ti rendi conto che il tuo habitat naturale non è più la discoteca, ma le sagre», scrive nella didascalia di un video su TikTok il content creator Alberto Maurizi, che in un reel su Instagram scrive «sagra chiama, Alberto risponde», riferendosi alla sagra del tartufo in Abruzzo.
Nascono anche i primi “influencer delle sagre”, come Lucrezia Cortopassi, graphic designer di Pietrasanta (Lucca), che con il suo profilo Instagram “sagre brutte” ha reso virale la sua passione. L’account raccoglie infatti un archivio digitale di locandine di sagre e feste di paese, scovate in giro per l’Italia, in un’analisi ironico-visiva, data non solo dalla vetustà di alcune font utilizzate per le grafiche, ma anche per i loro nomi, come la sagra del farrdello, quella del cavolo, del porco in piazza, o la festa della fica, in Puglia. In un’intervista a Repubblica Cortopassi ha spiegato che si tratta di feste molto sentite da qualsiasi età, «anche dai giovanissimi, che ora magari invece di trovarsi in pizzeria fanno una cena alla sagra, che è un vero e proprio punto d’incontro».
Difficile spiegare quali siano le cause che hanno dato il via al fenomeno. C’è chi spiega questa nuova tendenza l’aumento dei costi per le vacanze estive, altri che lo definiscono un fenomeno principalmente mediatico, altri ancora che giustificano questo ritorno alle tradizioni di paese come un bisogno di socialità che le nuove generazioni sentono il bisogno di ritrovare. A causa dei social e del lockdown passato nelle proprie camerette, la Gen Z sarebbe infatti la generazione che si sente più deprivata di interazioni e connessioni reali con le altre persone, come spiega una ricerca del British Standard Institution, secondo la quale circa la metà dei ragazzi e delle ragazze del Regno Unito avrebbe preferito vivere in un’era pre-digitale.
Ma la popolarità delle sagre potrebbe riguardare anche un certo bisogno di autenticità e di ritornare alle cose più semplici, come per esempio condividere un pasto con altre persone. Secondo il World Happiness Report pubblicato a marzo di quest’anno, condividere un pasto con altre persone è una delle cose migliori che possiamo fare per il nostro benessere. Si legge che i benefici per il benessere individuale sarebbero pari all’influenza del reddito e della disoccupazione. Chi condivide più spesso pasti con gli altri riporta livelli significativamente più elevati di soddisfazione nei confronti della vita, prova emozioni positive e livelli inferiori di emozioni negative. Un indicatore vero per tutte le età, i sessi, i paesi, le culture e le regioni. «Nei paesi in cui la cultura individualistica è forte, i rituali sociali che uniscono le persone potrebbero essere particolarmente importanti per il loro benessere», dice al Guardian Alberto Prati, professore di economia presso la University College London, che ha contribuito alla stesura del report.
Georgia Middleton, ricercatrice presso la Flinders University’s Caring Futures Institute, sottolinea invece la funzione culturale e sociale del condividere un pasto insieme, utile per «creare un legame attraverso il cibo che si sta mangiando, di comunicare, condividere e creare un legame». Aggiunge che non importa se il pasto è disordinato o non è perfetto «ma avrete trascorso del tempo insieme». Anche seduti su delle scomode sedie a una sagra di paese.