Uno dei miei temi preferiti è che la principale ragione per cui chi è giovane oggi è fottuto è che oggi sono tutti figli di qualcuno. Ce lo vedi Marcello Mastroianni che diventa Marcello Mastroianni se, invece di preoccuparsi di procurarsi da mangiare, avesse dato per scontato che tanto qualche amico di papà gli dava una parte?
Ogni tanto con amici giochiamo a “figli che hanno superato i padri”. Eduardo De Filippo. Martin Amis. Alexandre Dumas. Claudio Amendola. Non riusciamo mai ad arrivare a dieci; i figli della gente famosa magari potrebbero diventare bravissimi dentisti, invece vogliono fare anche loro lavori da gente famosa e finisce così, che passi il tempo a sospirare: eh, ma vuoi mettere il padre.
(Per le femmine è persino peggio, perché il confronto è estetico, lo è anche ora che facciamo finta che la bellezza non sia un incomodo precipuamente femminile. Anche in questo secolo che si finge illuminato diciamo: sì, bella la figlia di Cindy Crawford, ma vuoi mettere la madre? Guardavo il documentario su Billy Joel e mi ricordavo che quando eravamo giovani ci sembrava che alla figlia fosse capitata la peggiore delle disgrazie possibili: potevi essere la copia di Christie Brinkley, e invece sei quella di papà).
Sulla copertina del nuovo numero dell’edizione americana di Vanity Fair c’è Jennifer Aniston, che a un certo punto dice che, quando era piccola, la gente ammirava Shirley MacLaine e Mary Tyler Moore non perché erano fighe e stavano in copertina, ma perché i film e la tv che avevano fatto avevano detto qualcosa al pubblico.
È vero: esistevano i prodotti. Non esistono più, e nessuno lo sa meglio della signora Aniston, che per dieci anni ha reso una macchina da soldi il telefilm peggio scritto della storia dei successi televisivi, e poi nessuno di loro sei, sei attori che da soli avevano tenuto in piedi una commedia senza una battuta decente, ha avuto una carriera recitativa degna. Lei, in compenso, è da vent’anni famosa come ex moglie di Brad Pitt. Dieci anni per il prodotto, venti per i fattacci suoi.
Questo non è un articolo su Ronan Day-Lewis, che fino a due giorni fa non sapevo esistesse. Ronan ha diretto “Anemone”, un film che passerà al New York Film Festival, e la ragione per cui i giornali se ne occupano non è che i nonni di Ronan erano due giganti: Cecil Day-Lewis era un poeta irlandese, Arthur Miller sapete chi è anche se non avete mai visto “Morte di un commesso viaggiatore”, perché – avanguardia dei fatti tuoi che superano il prodotto – sapete che a un certo punto è stato sposato con Marilyn Monroe.
Potremmo occuparcene perché Ronan è il figlio di Rebecca Miller, che ha diretto l’unica cosa che m’interessi vedere del prossimo autunno televisivo, “Mr. Scorsese”, documentario che promette d’essere stupendissimo. Ma no, non è neanche per quello.
La ragione per cui tutti simuliamo interesse per “Anemone” è che nel film c’è il papà di Ronan, che è meno interessante di tutti i parenti famosi fin qui nominati – è un attore, uno pagato per far le facce: il contrario della definizione di “interessante” – ma nell’economia dell’attenzione uno con una faccia riconoscibile vale dieci intellettuali che producono opere interessanti. Il papà di Ronan si chiama Daniel Day-Lewis, e si era ritirato dal cinema.
Cinema nel quale aveva avuto parecchio successo, sebbene anche lui, che pure non ha mai dato confidenza al sistema, sia più famoso per l’industria dei fatti suoi che per le opere in cui è comparso: sono piuttosto sicura che siano più coloro che si ricordano della leggenda per cui DDL aveva lasciato Isabelle Adjani con un fax di quanti siano quelli ai quali il suo nome evoca l’interpretazione in “Lincoln” – figuriamoci se invece che da Spielberg ti fai dirigere da tuo figlio.
Questo non è un articolo sulla disgrazia d’una generazione di figli che vogliono illudersi di farcela da soli ma hanno sempre bisogno della paghetta dei genitori, anche se quella paghetta è in forma di «sarò nel cast del tuo film, sennò non se lo fila nessuno».
Questo non è neppure un articolo sul montessorismo del fare le cose assieme ai bambini, che le cose siano le costruzioni quando hanno sette anni o i film quando ne hanno ventisette.
Questo non è di certo un articolo sul ritiro di Daniel Day-Lewis dalle scene, perché ho le prove che non ci avevo creduto neanche per un minuto: quando tutti titolavano sul comunicato di Daniel Day-Lewis che sente il bisogno di annunciare al mondo che coi film ha chiuso, io sentivo il bisogno di ricordare che era tipo la terza volta che annunciava il ritiro, una volta era persino andato a fare il calzolaio a Firenze, di cosa diamine stiamo parlando?
Certo, però, ritirarti dalle scene dopo “Il filo nascosto”, tra i cinque migliori film di questo secolo (non accetto dibattiti), aveva una sua magnificenza. Ritirarti dopo aver fatto l’eremita nel filmino del tuo erede, Daniel, non so se lascerà la stessa impressione, ecco. Ma magari mi sbaglio e “Anemone” è bellissimo: tanto non è un articolo su “Anemone”.
Questo è un articolo sul trailer di “Mr. Scorsese”, il documentario diretto dalla mamma di Ronan e moglie di Daniel e figlia di Arthur, Rebecca Miller. Due giorni fa Apple+ ha pubblicato due minuti che farebbero venir voglia di vederlo anche a chi non avesse una cotta per Scorsese (non credo esista nessuna persona sensata che non abbia una cotta per Scorsese, ma facciamo finta che).
Sono due minuti in cui il regista di “Taxi driver” e un suo amico, un certo Steven Spielberg, parlano del dramma di quando i produttori, preoccupati per il visto della censura, volevano che Marty (come lo chiamano i suoi amici e i mitomani che vogliono fingersene amici) tagliasse le scene violente.
Scorsese dà di matto, vogliono distruggere il mio film, allora lo distruggo io, mi procuro una pistola, vado a minacciarli, rubo le pizze, le brucio. Più gli amici gli dicevano di calmarsi più lui sbroccava. Poi, dice Spielberg, «non so a chi venne l’idea, forse proprio a Marty» (per me a quel punto è ovvio che fosse stato un suggerimento di Spielberg, voglio immaginarmelo così gentiluomo da non rivendicarne la paternità).
Bastava modificare il colore. Fare il rosso più marrone, farlo sembrare meno carneficina, meno impressionante, non ci sarebbe stato più bisogno di tagliare niente. Non è che Scorsese non fosse figlio di qualcuno, Catherine l’abbiamo vista ovunque, nei film del figlio, da Letterman, era un personaggio. Ma era il figlio che l’aveva fatta diventare famosa, non viceversa.
Raccontava Catherine Scorsese che quando Martin le chiedeva di comparire nei suoi film lei diceva «non so recitare», lui rispondeva «o sei nel film o paghi», e «soldi non ne avevo, quindi facevo il film». Raccontava anche con una certa stizza che il figlio l’aveva tagliata da “Taxi driver”, era la prima passeggera di Travis Bickle, ma in montaggio era stata sacrificata.
Questo è un articolo su me che guardo i due minuti di trailer di “Mr. Scorsese” e penso che la vita e la carriera di Marty sarebbero state diverse se, invece di voler comprare una pistola e poi farsi venire l’idea di attutire il rosso, avesse chiamato la mamma, e quella fosse stata una famosa regista, produttrice, attrice, e con quelli che avevano delle pretese nei confronti del figlio ci avesse parlato lei. Ho come il sospetto che non saremmo qui, cinquant’anni dopo, a parlare del figlio, se non se la fosse dovuta cavare da solo.