I dati Istat ci dicono che l’Italia vive di malessere demografico ed è già dentro un inverno in cui la denatalità fa da sfondo padrone. L’ultimo quinquennio del Paese è stato infatti caratterizzato da una drastica diminuzione delle nascite, toccando il nuovo minimo storico di tasso di fecondità (1,18 figli per donna), con più di mezzo milione di giovani che sono emigrati all’estero negli ultimi tredici anni (dove a colpire è la geografia dell’esodo – chi se ne va lo fa infatti soprattutto dalle regioni economicamente più sviluppate). Allo stesso tempo, gli over 65 saranno il trentaquattro virgola cinque per cento della popolazione entro fine anno, e progressivamente le persone in età lavorativa diminuiranno del sessanta per cento fino al 2034: arriveremo ad avere quindi dodici milioni di lavoratori in meno.
Con sempre meno giovani, dunque, bisognerà sempre più pensare proprio ai giovani, al futuro di chi c’è già e di chi verrà. Oggi la spesa previdenziale nazionale è sensibilmente superiore a quella sommata di scuola e sanità, con un’alta componente delle pensioni di under 65 che continuano a lavorare. Questo significa scaricare i costi sui cittadini del futuro, e cioè fare i conti con il prezzo di una non scelta, o meglio ancora con la decisione di non investire sul domani.
Bisogna però essere consapevoli che non serve nemmeno insistere su una retorica giovanilistica da contrapporre: essere giovani – o essere rappresentati da giovani – non può essere di per sé un valore. Anche nella scelta dei nostri rappresentanti, l’identificazione non può fungere da parametro primo: più che rispecchiarsi serve visione, non – o non solo – rappresentazione.
Pensare a chi verrà dopo, in senso generazionalista, è l’essenza, fulcro del vivere (per la) e fare politica. E per realizzare ciò serve (ed è sufficiente, incredibile ma vero) la volontà politica: chi riesce e riuscirà a incarnare questi principi sarà l’autentico, nuovo rivoluzionario, con l’implicito e autoimposto compito di far passare nelle percezioni degli italiani l’impopolarità, proprio per non correre il rischio di essere e diventare antipopolare.
La prima sfida è intanto uscire dalla polarizzazione, evitando le dicotomie giovani vs vecchi, creando piuttosto ponti generazionali, in senso solidaristico ma anche di costruzione reciproca. Il che significa anzitutto pensare a una formazione continua e a un rapporto con l’istruzione, l’innovazione e la crescita delle competenze che vada avanti tutta la vita, non potendo bypassare i vincoli di analisi e proiezioni – uno su tutti, il fatto che la popolazione attiva tra i cinquanta e i sessantaquattro anni negli ultimi vent’anni è addirittura raddoppiata.
Non possiamo poi dimenticare che il principio di equità generazionale, al di là di qualsivoglia elucubrazione, pare essere intrinseco alla stessa architettura della Costituzione. Una grande novità in questo senso c’è già stata, e piuttosto recentemente: l’interesse delle generazioni future, in seguito all’approvazione della Legge Costituzionale n. 1 del 2022, compone oggi il testo dei principi fondamentali.
Dal febbraio 2022 è stata infatti inserita tra i principi fondamentali costituzionali la tutela dell’ambiente, intervenendo sugli articoli 9 e 41. Si tratta di un passaggio molto rilevante: per la prima volta viene modificato un articolo dei principi fondamentali, introducendo esplicitamente un riferimento all’interesse delle future generazioni, portando la parola generazione nella carta costituzionale, come termine ed espandendo il portato concettuale.
Un passo successivo piuttosto obbligato sarà introdursi in Costituzione non solo attraverso l’ambiente, comunque fondamentale, ma anche tramite la politica economica, valutando gli impatti generazionali delle politiche pubbliche. I provvedimenti concreti non possono ormai non essere accompagnati da una valutazione di impatto generazionale del portato decisionale. Con molta ambizione, potrebbe essere ipotizzabile avanzare un divieto di ricorso al deficit per finanziare spesa pubblica improduttiva (fare deficit significa infatti prendere soldi ai più giovani, e quindi ai più poveri, promuovendo la sola condizione che i soldi vengano spesi nel loro interesse).
Tra Piano nazionale di ripresa e resilienza e Superbonus, per fare un esempio monstre, l’Italia ha speso l’equivalente del venti per cento del Pil, pari a circa quattrocentocinquanta miliardi di euro. Una cifra immensa, finanziata almeno in parte con debito europeo, da pagare fino al 2052: investimenti così ingenti non possono non essere mossi da simili criteri, dare importanza e significato alla valutazione di impatto diviene qui inevitabile.
La stessa cosa potrebbe valere anche per eventuali massicci spostamenti di risorse intergenerazionali. Ciò non significa che non sia possibile fare sintesi, uscendo dall’ostile dibattito garantiti contro chi deve conquistarsi la sostenibilità della propria esistenza. Si parte inevitabilmente da qui, cioè dall’ABC dei patti generazionali, che sono politici e sociali insieme, luoghi dove comincia la responsabilità e di conseguenza la ricerca del benessere diffuso. Particolarmente difficile in uno Stato come l’Italia, per le cause strutturali esposte fin qua, ma necessario per il domani – anche degli stessi meno giovani, con la speranza di vita che continua ad aumentare.
Chi dovrà dare la spinta propulsiva sono quelle fasce di coscienza del Paese che studiano, lavorano, producono e cercano di impegnarsi ogni giorno di più, magari più di altri – concetto che non ha nulla a che vedere con qualcosa di anche lontanamente e vagamente elitario. Queste sono le uniche forze potenzialmente prevalenti, in grado di generare sensibilità diffusa, capaci di tirare l’elastico, comunicativamente parlando, toccando i punti più alti e bassi della stratificazione sociale.
La volontà è tutto, in politica: superare il male endemico della polarizzazione si può, insieme a dissonanze e limiti cognitivi che non aiutano a comprendere, ed è compatibile con scelte giuste e responsabili, che trovino inaccettabile ipotecare il futuro dei giovani giocando sulla paura del non riuscire a conservare basi elettorali composte da chi giovane non è più.