La vita è rivistaNel bordellino della maîtresse dove Melensa impara a non essere melensa

Una casa che si riscalda da sola, una sciarpa che quasi strangola, un cappotto come un nido. Il personaggio prepara l’acqua, osserva la schiuma gonfiare i bicipiti e mette alla prova la sua nuova scrittrice

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Entra in casa a casa sua, vive sola. Mettiamo che viene dal freddo. Mi serve che venga dal freddo. Deve togliersi di dosso un po’ di roba, roba che si ingarbuglia anche. La sciarpa, tirata via di fretta, quasi la strangola, si mescola ai capelli, si avvolge intorno al bavero (bavero, questa parola), si aggrappa a qualche bottone, questa sciarpa che è uno scialle con le frange, infatti non è una sciarpa, è uno scialle triangolare (con le frange lunghe).

Tutti a me capitano i grovigli. Fammi togliere questo cappotto, fallo cadere a terra: lo sto chiedendo a me. Non ci si pensa, ma facciamo richieste a noi stesse un attimo prima di commettere il gesto. Fallo cadere, che nessuno ti vede, lasciati andare a questo gesto infantile. Lo faccio cadere, è un piacere.

Appena entrata ho sentito l’odore di pulito, l’odore delle pulizie, la fulgente è passata stamattina, Non sbaglio, no? No, non sbaglio, oggi è uno dei giorni delle pulizie, e tra me e me chiamo Fulgente la ragazza che scopa, ma spolvera anche e lava e lucida. La chiamo Fulgente anche a voce, quando sono in casa (i miei orari di lavoro dipendono da me, non io da loro) e, come fossi in un film, mi incornicio nel vano di una porta, una spalla premuta sullo stipite, le braccia tipicamente conserte, posando a obliqua. La guardo che esegue e dirige i suoi lavori, direttore e orchestra in un tutt’uno, e dico con voce esclamativa per farla trasalire: ah, Fulgente, ah, come usi il piumino tu, nessuno usa la penna, ah, si potesse scrivere con uno strofinaccio.

Non devo inciampare nel cappotto. Lo raccolgo dopo. Faccio due passi avanti, ne esco fuori – dal cappotto – mi volto, lo guardo, pare un nido, il cappotto. Nidifico sul pavimento, ah! Il termostato funziona, il timer pure, la casa mi aspettava riscaldandosi. Il collo a tre giri del maglione, una gorgiera, un vortice, sarà adesso un piacere – prima le braccia, ecco fatto, e ora via, tutto su – sì, è un piacere srotolarlo sopra la faccia, sopra la testa. I capelli salgono nel gorgo di lana verso l’alto, mi disannego (sono flutti, forse, gli abiti?). I capelli mi ricadono giù, usciti dal gorgo.

Salva. Ho trentadue anni. Molte volte nella vita ci pare di emergere da una nuotata. Dalle onde del sesso, ma sì, molte volte, soprattutto le prime, quanti mari. Non lascio cadere il maglione, la sua poltrona l’aspetta, lo sistemo disteso sullo schienale, le braccia flosce sui braccioli: lord Merino, membro di un ammosciante consiglio di amministrazione, uomo d’oggi (e oggi per lui è finita).

Finalmente le scarpe. Décolleté, ché al mio autore piacciono tanto. Le ho tolte. Il piede pallido nelle calze nere, affusolato, sì, greco, ci tengo. La gonna scozzese. Si sente, sì, vero? Sto già facendo il mio pensiero toccante. Lo sto, sì, già facendo. Il pensiero per ora. Tolgo la gonna scozzese. Come si dice? La gonna adatta a tutto, no?

Scorre l’acqua nella vasca d’altri tempi, l’ho voluta così, bel sarcofago di una volta, mi sarebbe piaciuta con i piedi artigliati o leonini, magari di bronzo, ma poi l’ho voluta così, piatta al suolo, solida, ferma, resistente ai maremoti là dentro, di un bianco opaco di confetto opaco, cangiante a seconda (a seconda di che? Di me, del mio corpo immerso, chissà se del mio umore), dal color lunetta d’unghia, so di chi, al nuvola tiepolesca, so io quale (chi scrive non scrive così, è più affabile e più soddisfacente, più servile; io no, ma io non scrivo).

Le calze, le tolgo senza fare spettacolo. Le ho tolte. E ho tolto anche tutto, non le mutandine. Mi avvicino all’acqua e arriva il loro momento, il momento di toglierle poco prima di scavalcare la fiancata della vasca: questo allargamento di gambe, questa inaugurazione. Sento quel discostarsi. Ecco fatto. Mi immergo nella giusta temperatura. Lascio che l’acqua ben miscelata continui a scorrere fino a traboccare, ma poco, a ogni mio movimento (io sono la goccia). Poi c’è il troppopieno, lo so, l’ho letto in un racconto pedante: quella fessura per lo scarico dell’acqua eccedente. Quante cose si imparano leggendo i raccontini inviati, inviati a me.

Sì, sono io, sono la tenutaria della mia agenzia letteraria, che chiamo intimamente il bordellino (nessuno lo sa che la chiamo così, adesso lo sanno tutti, qui, ma qui nessuno sa come si chiama davvero). Padrona e signora, come appena uscita dal dizionario alla voce maîtresse.

Ma com’è lascivo il sapone liquido, ci faccio un pensiero, do una smossa all’acqua, la schiuma monta, gonfia i suoi bicipiti, prende corpo, il corpo del mio scrittorello, che poi prende il mio. Mi fa questo e quello / il mio scrittorello (come in quelle poesie infantiloidi, quei timidi, miti, corpi poetici sfiniti dal non far nulla). Ritmo e rima. Insomma, il fare. La poesia, già. Qui si fa, la stiamo facendo. Ma tutto il suo fare / è tutto un preliminare / a tutto un non fare. Anche il suo darci dentro, tempestando sui tasti. Si diceva una volta: tempestare sui tasti. Ecco, sta tempestando. Tuoni e lampi lontani, troppo lontani, / barbagli, borborigmi romantici, intestinali. Ma mi faccia il piacere! (Anche darci dentro si diceva una volta, anche borborigmo. Si diceva tutto, una volta.) È un vero facchino possente / questo fasullo scrittorino scadente, / sento che non sento niente.

Il tizio grufola tra la mia spalla e il mio collo, razzola, frugola. Trascina bagagli (culturali anche) ma non me. Dove vuole arrivare? Come una talpa a farsi una tana? Nella mia vasca, alle mie spalle? Metto una mano tra i suoi capelli in modo classico, stringo le dita, ho in pugno la sua testa, la sollevo, la spicco dal corpo che se ne va tutto in schiuma superficiale. Guardo la testa in faccia. O Melensa, sei tu? Sei tu, mia Melensa. Ti aspettavo. Sarebbe potuta essere Fulgente, ma oggi è lei, Melensa, incontrata stamattina, la prima volta, a seguito dell’invio dei suoi racconti dolciastri, anche un po’ appiccicosi (mi succhiavo i polpastrelli leggendoli).

È la prima volta che assolve il suo viso in questa opacità di vapori e lacrime su tutti gli specchi. Ma sì, piangano loro, noi festeggiamo: le mattonelle grondano gocce di noi spumanti, tutte agitate. Melensa, la mia più recente scrittrice, è bella. Non c’è altro aggettivo. Bella sospende ogni altro aggettivo, non fa perdere tempo. Se è anche promettente, adesso vediamo. Porto il suo viso in faccia al mio, la bocca sulla bocca, poi non aspetto nient’altro: immergo la sua testa tra le mie gambe. Melensa, sii melensa, oh sì, Melensa sì, ma con vigore. E così fu, fu sì così sì e poi sì.

Placata, scivolando di schiena sulla parete obliqua della vasca, affondo il mio viso nell’acqua che sbanda, anche fuoribordo, lo so. Il suo, il viso di Melensa è già sotto, spinto e dibattente, prima molto, ora meno. Ho stretto le cosce classicamente, cosce di statua di marmo: una morsa potente che stritola quella testa di annegata tenerissima.

La mia testa riemerge, un velo d’acqua scorre sul mio viso. Ho gli zigomi tutti commossi. Lancio sull’acqua, ora composta e piatta, il petalo di un bacio, che galleggia. Là sotto c’è lei a perpendicolo, sfatta. Gli abiti, le calze, le mutandine, il piacere, forse anche il risibile amore, mi sono liberata di tutto, ah! Il silenzio. Tocca a voi, adesso, a voi parole, basta, fine, è finita la vostra pacchia, stronze. (Da dove mi viene?)

La mia testa, come quella di una picciona appena uccisa, ciondola e si piega su una spalla. Di tra la fessura delle palpebre assonnate vedo, sul tavolino da bagno (ho un tavolino da bagno? Esistono tavolini da bagno?), aperta a caso, una rivista, un angolo di pagine pendule. Butto lì lo sguardo mentre le palpebre stanno per calare in un breve sonno, lo sguardo scivola sulla patina della rivista, sui sottili sdrucciolevoli strati superficiali della vita. (È una rivista, la vita? Settimanale, mensile? Quotidiana, direi).

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