A mani nudeIl tuo racconto mi si è versato addosso, è traboccato dallo schermo del telefonino

Distendo i fazzoletti sul suo ventre come un sarto, li sollevo con delicatezza da restauro, li adagio sul tavolino. Ogni tessuto trattiene i colori come un capolavoro. Non riconosco la mia scrittura. Lei dice fai bene il tuo lavoro, io penso è la prima volta

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È mattina, non so ancora cosa succederà oggi. Sento bussare alla porta, è ancora presto perché qualcuno bussi alla porta, saranno le sette e tre quarti. Infatti sono le sette e trentasette precise, in numeri rossi. Sento bussare ancora, e forse sussurrare tra l’anta e il telaio: “non fare finta che non ci sei”. Forse.

Apro la porta. Una giovane attrice, i capelli corvini più agitati che mossi, ricci a onde larghe, a fil di spalle. Ferita? Ha tutte e due le mani sotto il petto, stringono la stoffa della camicetta nei pugni chiusi, le dita intrecciate, la stoffa fa pieghe a raggiera. Lei entra a testa bassa (è l’ariete che avrebbe sfondato la porta se non avessi aperto?), fa tre passi, si volta, anch’io mi volto verso la porta, la chiudo, torno a guardare la ragazza che mi guarda. 

Sa come dirlo e lo dice così: «Hai visto cosa hai combinato?» Scioglie la stretta sul tessuto, apre le mani e con due dita di ognuna, pollice e indice, solleva in avanti due cuspidi come il sopra di un circo a due piste visto dall’alto. Non comprendo. Sul davanti della camicetta, credo di colore écru, vedo una concentrazione disordinata di altri colori in macchie tonde, gocce, il tessuto umido. 

«Guarda che hai fatto.» 

Non so che ho fatto, non so che dire. Non dico niente. Forse apro la bocca, distacco un po’ le labbra, sto interrogando me, mi chiedo cosa non ho capito. Lei mi guarda, inclina un poco la testa alla sua sinistra, la fa scattare verso l’alto, apre le braccia, poi le ripiega, dirige le mani aperte con le dita aderenti, come due punte di lancia, verso il proprio costato a destra e a sinistra. Tra l’una e l’altra punta, al centro, come un bersaglio, il danno: l’umida rosa (rugiadosa?) di pallettoni variamente colorati.

«Guarda che hai combinato.»

«Che cosa…» Ci metto tempo a finire la frase, lei non mi dà quel tempo. 

«Il tuo racconto… mi si è versato addosso… lo stavo leggendo, è traboccato dallo schermo… ho inclinato il telefonino, ero distesa… insomma, guarda qua, ecco il risultato. Sei contento?»

Contento? Perché dovrei essere contento? Ultimamente, sì, ho notato qualche perplessità in chi legge questi miei ultimi racconti, un certo disorientamento. Sì, è vero, un po’ mi fa piacere, cerco sempre all’inizio di ogni nuovo ciclo di creare un po’ di apprensione, ma versare le cose scritte addosso a chi legge, no, non è il mio stile, quindi non so se devo essere contento per questo. È quello che penso, non è quello che ho detto. (“Ma che sono tazzine questi telefonini?” Anche questo pensavo parallelamente.)

Ho detto: «Caffè?»

«Ma cosa? Ma sei già rimbambito? Il tuo racconto, non il caffè.»

Questa ragazza e io non ci capiamo, fraintende le mie parentesi. (Volevo offrirlo, il caffè.)

Con i gomiti lungo il torace, porto in avanti gli avambracci, le mani aperte, non so quello che dico (figuriamoci perché): «Posso vedere?»

Calma, quindi allarmante: «Vedere cosa? Questo è niente. Non hai visto sotto.»

«Sotto?»

«La camicetta l’ho messa dopo, non l’avevo quando il tuo racconto mi si è versato addosso. Volevo leggerlo a letto.»

Mi sto chiedendo: è forse cocente un racconto nel telefonino? È urticante, corrosivo, antiruggine? Mi pare di stare pregando, prego chi? Credo me: ti prego di non averle fatto del male di non averle fatto le bolle di non averle arrossato la pelle ti prego. Tutto in silenzio e senza una virgola. 

Lei quasi mi uccide, diciamo che mi ferisce:

«Sotto è peggio.» 

Inizia a sbottonare la camicetta. Le asole umide fanno resistenza, ci mette un po’. Ha cacciato una puntina di lingua di lato, per l’impegno e la concentrazione.

Le due falde della camicetta sono un po’ appiccicate alla pelle, le scosta con attenzione. Fa’ che non soffra (davvero prego?). Non mi pare che soffra. Apre la camicetta lentamente, la spalanca sull’addome. Aspiro e poi espiro un sospiro di sollievo: ha il reggiseno. 

Il suo addome è una pagina aperta, bianca, con sopra un dipinto informale a tutta pagina, ditate a colori, le ditate delle mie parole. È una scoperta: le parole colorano le dita che le maneggiano. Si scrive con le mani, a mani nude, no? Colori ciclamini, violetti (del pensiero), varie tinte dei fiori d’oleandro, dal bordò all’avorio e al bianco (su bianco?), un rosso dalia sfacciato; il tocco è leggero, anche un po’ allegro. Nessun nero, nessuna ditata d’inchiostro, ma pensa un po’. 

«Hai visto? Ma non fa male, se vuoi saperlo. Un leggero solletico, sì, di gocce che si spostano, anzi di polpastrelli. Che facciamo?»

«Noi?»

«Non lo so, chi? Sono le tue parole, le tue frasi, il tuo racconto. Se non lo sai tu, chi lo sa? Devo chiamare aiuto? Devo strillare?»

«No, no. Facciamo tutto noi. Ma non ho carta assorbente, non s’usa più.»

«Datti da fare. Se credi che si tolga con la carta, ce l’avrai un rotolo, una scatola di fazzoletti, qualche pacchetto. Ce l’hai?»

Mi ha aperto la mente. Una scatola di fazzoletti. Ce l’ho. Una scatola verde cupo, rettangolare, stretta e lunga, elegante, fregiata con stemma, bordi oro, con intorno un nastrino di sbieco presso i lati corti e, dentro la scatola, fazzoletti in tessuto sangallo con sottili righe di raso, l’orlo arrotolato cucito a mano. Ce l’ho, sono anni che ce l’ho. Vado a prendere la scatola, so in quale cassetto è da sempre.

«Cos’è?»

«Fazzoletti. Puliti. Cioè nuovi, mai usati, tessuto sangallo.»

Tolgo il nastrino, apro la scatola: una finissima carta velina a due ante sovrapposte, le scosto, eccoli qua, con intorno un nastrino candido annodato a fiocco, i fazzoletti. Ancora si sente un odore, forse un aroma.

«Con quelli?»

«Sì, sono delicati»

Un tempo avevo la stessa età di una ragazza e avevo in tasca un fazzoletto di cotone, lei pianse, aveva il mascara sulle ciglia, lo lasciò nel mio fazzoletto, l’ho conservato per anni: sul fazzoletto c’era un fumo dipinto che col tempo svanì, non so se è previsto, non so se è usuale ma, insomma, quel fumo svanì. Non l’avevo fatta piangere io, nel senso che non le avevo fatto nulla di male, anzi, era solo vicina alle nozze con un altro conosciuto da anni; io da tre giorni, troppo poco, meglio così.

Si toglie di fretta la camicetta come se dovesse tuffarsi per salvare qualcuno.

«Ma che ci metti dentro i tuoi racconti? Ma come li scrivi? Con che li scrivi?»

Menomale che non mi ha chiesto “perché”. 

Non toglie il reggiseno, che non ha una macchia. Non l’indossava quando il mio racconto s’è versato, così si spiega; il seno s’è salvato, così in alto lassù (capisco che sto cavillando e capisco perché). Il reggiseno è color carne, credo, ma un po’ più scuro della sua carne color pagina bianca dipinta in maniera informale, anzi informe; non riconosco la mia scrittura.

Spiego un fazzoletto, è molto più ampio di quanto mi aspettavo, lo tengo per i due angoli, lo mostro figurando una veronica o come se stessi per stenderlo su un filo.

«Mettilo sopra.» Con le cocche del fazzoletto indico il suo addome.

«Metticelo tu, io non so che vuoi fare.”

Distendo il fazzoletto sul suo addome, sembro un sarto, siamo in piedi tutt’e due, lei sbottona la cinta dei jeans, distanzia i due lembi formando due triangoli, sta agevolando la posa del fazzoletto, non vedo orli di robe intime su quel tenero ventre, il cursore della cerniera lampo è fermo, stabile. (Ah, sì, l’ombelico è commovente.) 

Il fazzoletto aderisce all’addome, ormai non sto più a discutere chi cosa come (il perché mi sfugge sempre), col palmo della mano lo appiattisco sulla carne, sento l’umido dei colori che il tessuto sta assorbendo, distacco il fazzoletto imbibito con la delicatezza da dedicare a un restauro, è un dipinto, lo adagio su un tavolino con all’insù la parte che aderiva alla pelle. (Lo conserverò per sempre, ha l’aspetto del capolavoro.) Continuo a nettare con gli altri fazzoletti. Gli ultimi li inumidisco nell’acqua in una piccola bacinella, l’ho svuotata e riempita più volte. Ecco, adesso i fazzoletti passati sulla sua pelle non tingono più l’acqua.

«Fai bene il tuo lavoro.»

«È la prima volta.»

«Scrivere, volevo dire. Ti leggo, sai?»

«Lo so.»

Poi, senza volere – me ne rendo conto ora – ripeto una scena da ‘Gatsby il grande’. 

«Torno subito, vado un momento di là.» Infatti torno poco dopo con sulle braccia una pila di vassoi di stoffa, un buon numero di mie camicie di lino, di cotone, non so se anche di seta spessa e di flanella leggera, i colori giusti per i suoi capelli, anche a righine prugna e verde malva.

«L’abbottonatura non è più un problema, vero? Sono tue. Abbiamo la stessa taglia, nessuno di noi è gigantesco, io no certamente.» 

«Vuoi che resti?»

«Sì, certo, sì. Naturalmente sì. Ma non tenerne… Non ne tenga conto. Le prendo una busta per le camicie.”

(La ragazza è veramente un’attrice, abita a due portoni dal mio, sullo stesso lato della strada, non di fronte, quindi non ho mai dato un’occhiata. L’ho guardata in viso qualche volta per strada incrociandoci, anche lei lo ha fatto. Ci si guarda negli occhi più tra sconosciuti che tra conosciuti, sguardi veloci. Quegli sguardi che stabiliamo non valgano.)

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