Vite sospeseSempre più bambini ucraini mostrano sintomi tipici dei reduci di guerra

Una generazione cresce tra sirene e rifugi imparando a riconoscere il suono dei missili più presto delle lettere dell’alfabeto. I dati mostrano un’impennata di traumi psicologici e isolamento sociale

LaPresse

«Già oggi i bambini ucraini mostrano sintomi tipici dei veterani di guerra: ipervigilanza, reazioni esagerate ai rumori forti, senso costante di pericolo anche in luoghi relativamente sicuri», afferma Svitlana Kolodiuk, psicologa infantile. Lavora per la fondazione benefica Way Home, situata sul litorale del Mar Nero a Odesa – a circa trecento-trecentocinquanta chilometri dalla linea del fronte in territorio di Kherson, uno dei teatri bellici più attivi del Paese. L’organizzazione sostiene minori sfollati da tutta l’Ucraina: dalle città occupate, dai villaggi vicini alla zona dei combattimenti, dai quartieri bombardati, dove le sirene suonano giorno e notte e le finestre tremano per le esplosioni.

Tra loro c’è Sashko, quattro anni. La sua storia comincia a Bucha, dove ha visto l’abitazione di famiglia bruciare davanti agli occhi; ricorda il calore, il fumo, la mano della madre che lo trascina via sussurrando: «Corri». Da quel giorno, lui e sua madre hanno cambiato quindici città: hanno dormito in rifugi improvvisati, in palestre scolastiche trasformate in centri di evacuazione, ospitati da sconosciuti. Non sapevano più dove andare e si sono fermati alla stazione centrale di Odesa.

«Per due giorni abbiamo vissuto nella sala d’attesa, su una panchina. Mio figlio dormiva avvolto nella mia giacca. In quel periodo non riuscivo nemmeno a piangere», racconta la madre, Yulia. I volontari della fondazione si sono accorti di loro: Sasha stringeva un peluche logoro, il volto impassibile. Li hanno condotti in un rifugio sicuro, dove hanno ricevuto cibo, medicine e assistenza psicologica e legale. «Se non fosse stato per loro, non saremmo sopravvissuti. Grazie a loro abbiamo visto la speranza per la prima volta», racconta la donna.

Oggi Sashko vive lontano dal fronte, in Repubblica Ceca. Nei suoi disegni appaiono ancora case in fiamme, finestre rotte e cieli scuri; ma, in un angolo, timido, è spuntato anche un sole. Perché chi sopravvive – e all’apparenza non ha ferite – spesso porta dentro quelle più profonde, che richiedono un intervento immediato. Il rischio, avverte Kateryna Shalyapina, vicepresidente della fondazione Way Home, è che si perda non solo un’infanzia, ma anche la capacità futura di un’intera società di guarire: «I bambini di oggi saranno i medici, gli insegnanti, i sindaci e i decisori di domani. Se non li aiutiamo ora, tra trent’anni pagheremo il prezzo».

I numeri confermano l’urgenza. Ad aprile 2025 – il mese più letale per i minori dall’inizio dell’invasione – sono stati uccisi diciannove bambini e feriti almeno settantotto, secondo i dati delle Nazioni Unite. A luglio, un attacco massiccio contro Kyiv ha provocato la morte di altri cinque minori e il ferimento di sedici: il bilancio più grave nella capitale dal 2022.

Già nel 2024, l’Ucraina era diventata uno tra i Paesi con il più basso tasso di natalità e il più alto tasso di mortalità al mondo, sospinta dalla guerra, dall’emigrazione e da un declino demografico senza precedenti. Secondo il Centro per la Politica Europea (Cepa), questa combinazione di dati demografici rappresenta una minaccia diretta al futuro della nazione. Dietro le statistiche restano i volti, le piccole mani, i destini interrotti. «La guerra contro i bambini è la parte più crudele dell’invasione russa», afferma Kateryna Shalyapina. «Oggi sono solo bambini, domani decideranno il futuro del nostro Paese».

Nel quarto anno della guerra, una generazione intera di bambini sta crescendo sotto le bombe. Alcuni di loro hanno vissuto già tre evacuazioni, dormono vestiti nella vasca da bagno o sulle piattaforme della metro. A cinque o sei anni sanno distinguere il suono di un razzo da quello di un drone. Alcuni hanno imparato a riconoscere il fischio dei missili prima ancora di saper leggere. Dal 2022, il numero di minori che chiedono supporto psicologico è triplicato. I più piccoli, soprattutto nei territori vicini al fronte, crescono isolati: pochissimi amici, poche occasioni per giocare, nessun senso di normalità.

Le cause del disturbo da stress post-traumatico (Ptsd) nei bambini sono molteplici. Può essere un’evacuazione improvvisa, il dolore di lasciare un animale domestico perché la madre deve stringere, da un lato, una valigia con documenti e medicinali e, dall’altro, la figlia. «Sapevo che non potevo portare tutto», racconta una donna. «Ho preso i documenti, i pannolini, qualche vestito. Il nostro labrador di sei anni è rimasto. Ancora oggi mia figlia si sveglia di notte e mi chiede: “Dov’è il nostro Rex?”». Ci sono traumi più indiretti, ma non meno profondi. Un bambino di undici anni ha raccontato alla psicologa di aver parlato al telefono con un amico rimasto a Kherson. Durante la chiamata ha sentito un’esplosione, l’amico ha urlato, poi la linea è caduta. Da allora non ha più notizie di lui. Quel momento si ripete nei suoi incubi ogni notte.

Questa è la storia di David. Aveva nove anni quando un missile ha distrutto la casa di Kherson in cui viveva con la madre, incinta di sette mesi, e il patrigno. Sono riusciti a fuggire solo attraversando posti di blocco russi, tra soldati armati e controlli umilianti. Da quella corsa per salvarsi David ha smesso di parlare: rispondeva solo con cenni del capo, lo sguardo fisso a terra. «Tremava ai rumori forti, si svegliava gridando», racconta la madre. Dopo l’evacuazione hanno trovato rifugio a Odesa, dove hanno ricevuto un letto, cibo e assistenza psicologica. Pochi mesi più tardi è nato il fratellino. Il patrigno è stato richiamato al fronte e, due anni dopo, è morto per le ferite riportate in battaglia. Secondo l’Unicef, uno su cinque bambini in Ucraina ha perso un familiare o un amico stretto negli ultimi tre anni.

Oggi David ha undici anni. Grazie al lavoro costante della psicologa della fondazione, Svitlana, che lo segue da due anni, ha ritrovato la voce, studia inglese, gioca a scacchi e coltiva un sogno preciso: restare in Ucraina per contribuire alla sua rinascita. «Voglio che l’Ucraina abbia un futuro, e che i bambini possano crescere qui, senza paura», dice con fermezza.

Christina ha tredici anni. Da tre vive come sfollata interna, dopo che la sua famiglia è stata evacuata da Donetsk. Ora abitano in una piccola città ucraina. A Donetsk, la ginnastica artistica era la sua vita: si allenava ogni giorno, partecipava a decine di gare, vinceva medaglie. Sognava un giorno di andare alle Olimpiadi. Dopo l’evacuazione, quel sogno si è spento. «Non capivo più il senso di continuare», racconta. È caduta in una depressione profonda, chiudendosi in camera, rifiutando di uscire. Solo grazie al lavoro di una psicologa e dei volontari ha lentamente ritrovato un filo di motivazione: le hanno trovato un corso di danza gratuito, dove ha conosciuto nuovi amici. Ma nel piccolo centro in cui vive oggi non ci sono corsi di ginnastica artistica.

In Ucraina non esiste un luogo davvero sicuro: nemmeno qui, dove ha sede la fondazione che accoglie bambini rifugiati insieme alle loro madri. Solo nella regione di Odesa, dall’inizio dell’invasione su larga scala, gli attacchi russi hanno ucciso dodici minori e ferito almeno sessanta. E questo senza contare i traumi invisibili.

Le organizzazioni umanitarie ucraine lanciano l’allarme: servono con urgenza più progetti internazionali di sostegno psicologico – sport, viaggi all’estero, famiglie ospitanti – per aiutare i bambini ucraini a guarire dalle ferite interne della guerra. Cercano se stessi tra le macerie, tra ricordi che non dovrebbero appartenere alla loro età. Alcuni non parlano più, altri sognano di cambiare il mondo. Sono bambini. Ma sono anche i futuri architetti della pace.

X