
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine Climate Forward ordinabile qui.
La crisi del mondo del vino è ormai una certezza strutturale con la quale dobbiamo imparare a convivere. L’aumento dei prezzi sta colpendo anche questo settore, così come ha colpito tutti gli altri, sia per la minore disponibilità di spesa dei consumatori, sia per la crisi economica delle aziende: a partire dalla produzione fino alla distribuzione, c’è un significativo rincaro di vetro, cartoni, trasporti che incide sempre di più sul costo finale delle bottiglie.
A questa situazione critica che riguarda le materie prime, si somma l’esigenza di una vita più salutare e di un’alimentazione più curata, che porta a eliminare o a limitare fortemente tutto quello che va nella direzione opposta. Anche il New York Times ci ricorda quanto le vendite del vino rosso siano in flessione, per il suo elevato contenuto di alcol e per il cambiamento di visione dei consumatori rispetto al suo appeal: se prima era il re dei vini oggi ha lasciato il campo della coolness a bianchi e bollicine.
Le circostanze storiche non si limitano a questo: la crisi del mercato risente anche dell’esigenza di rinnovamento che troviamo in ogni ambito e in ogni settore. Abbiamo bisogno di novità e stimoli e, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione, bere vino non è più sinonimo di glamour ma di anzianità.
È una questione di comunicazione, è un fatto generazionale, è un tema di poca sensibilità dei produttori tradizionali verso il segmento degli under 30, che si sono sentiti abbandonati (se non respinti) dal comparto, che si è sempre posizionato su un gradino più alto di loro e li ha disillusi e allontanati. Ma è anche una questione di naturale evoluzione: c’è sempre più la necessità di bevande analcoliche che contribuiscano al nostro benessere, si va alla ricerca di un’idratazione funzionale che sia il più possibile nuova, diversa, divertente.
A tutto questo si aggiunge anche un tema squisitamente ambientale, che è proprio caratteristico del settore enologico. Attualmente, le regioni viticole più rinomate sono collocate in fasce o nicchie geografiche piuttosto ristrette e questo le rende automaticamente più sensibili agli effetti del clima rispetto a quanto avviene per altre colture di natura più estensiva. Perché, se parliamo in generale, lo stile di un vino di una determinata regione è funzione del clima di “base”, mentre la “variabilità” annuale di questo clima di “base” condiziona le differenti “vendemmie”.
Pertanto, i cambiamenti del clima, che alterano la media annuale e anche le variazioni in aumento e in diminuzione dalla media hanno l’indiscutibile potenzialità di far mutare lo stile, la personalità, l’importanza di un vino. Quindi se cambia il clima, cambia tutto.
Sono tante le misure che il settore enologico può prendere per andare incontro al cambiamento invece di subirlo passivamente e per provare, al contempo, a fare anche qualcosa di buono per il pianeta – sempre che ci si renda conto del problema e si abbia la volontà di costruire il futuro, osservando la situazione con uno sguardo di lungo periodo, e dimenticandosi del business nel breve. A iniziare dall’accettazione dell’evidenza: un aumento di temperatura di un grado, un grado e mezzo o due gradi rispetto alla media annuale è più difficile da rilevare nella vita di tutti giorni e nella nostra percezione.
La nostra memoria, infatti, è relativamente corta: se chiediamo a un agricoltore anziano come sta cambiando il clima, ci dirà probabilmente che gli eventi catastrofici ci sono sempre stati. Gli aspetti che l’agricoltore non nota sono la frequenza, la tempistica e l’intensità di questi eventi, che rendono la situazione insostenibile.
Ci sono due approcci per affrontare il cambiamento climatico: l’adattamento e la mitigazione. Il primo è quello che noi possiamo fare per adattarci a quello che sta succedendo, limitando i danni. La mitigazione è invece ciò che noi possiamo fare per ridurre le emissioni di gas serra. Il mondo del vino deve essere capace di affrontare entrambe le sfide per passare indenne questo momento così complesso. È un tema trattato di recente anche dal documentario Gradi, realizzato da Will Media in collaborazione con Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti).
La prima strategia – la più complicata da mettere in atto – parte dalla verifica delle tante certezze che gli ultimi anni hanno fatto crollare, e sulle quali bisogna ricostruire una nuova identità. Il futuro parte infatti dalla rinuncia: bisogna essere abbastanza coraggiosi per cambiare i terroir d’elezione, perché alcune zone che in passato erano estremamente vocate in futuro non lo saranno più.
Il cambiamento climatico – che porta piogge più frequenti nel periodo vegetativo e umidità più alta, oppure all’opposto siccità prolungate che creano stress abiotici alle viti – indebolisce la vite, costringendoci a intervenire in maniera più frequente contro le normali malattie o parassiti. È perciò fondamentale riconsiderare la necessità di coltivare la vite solo ed esclusivamente in territori idonei. Spostiamo dunque i vigneti in zone più fresche o più in altitudine, oppure nelle zone che erano vocate per determinati vitigni iniziamo a piantare altre varietà più resistenti agli sbalzi termici o più resistenti al caldo. Parliamo dei cosiddetti PIWI, vitigni resistenti studiati per contrastare proprio queste situazioni di stress e sempre più intriganti per chi vuole fare innovazione.
Un altro aspetto determinante da prendere in considerazione è pensare alla vocazione di un terreno non solo legandola agli aspetti qualitativi dell’uva che produce, ma anche e soprattutto alla sua sostenibilità economica e lavorativa. Se un terreno, in passato anche vocato, alle condizioni attuali impone un’eccessiva quantità di trattamenti e di interventi da parte dell’uomo, i conti vanno fatti bene perché da un lato c’è da salvaguardare l’area e la tradizione, e dall’altro va considerata la sostenibilità economica.
C’è poi il tema della raccolta e della gestione delle acque, non banale per un sistema enologico basato sulle DOC, che spesso vedono l’acqua con sospetto: se è vero che in alcune aree piove molto di più e a precipitazioni sempre più concentrate si alternano periodi estremamente siccitosi, l’acqua va raccolta e conservata quando c’è, per essere usata quando non c’è e servirebbe, nonostante i disciplinari e le regole che ci siamo imposti in momenti storici e climatici troppo diversi da quelli attuali. Allo stesso tempo bisogna efficientare i sistemi di irrigazione, evitando perdite nel percorso e utilizzando l’acqua solo per irrigare la coltura che a ci interessa, eliminando gli sprechi.
Un altro aspetto sul quale occorre fare una riflessione è una reale biodiversità in vigneto, con sistemi come l’agriforestazione, ma anche favorendo la copertura del suolo e l’azione sul suo microbiota, con due risultati principali: limitare l’evapotraspirazione di acqua dal suolo, riducendo il suo impoverimento di azoto e carbonio, in sostanza la sua perdita di fertilità, e aumentarne al tempo stesso la capacità di ritenzione idrica.
Ricordiamo che un punto percentuale in più di sostanza organica è in grado di trattenere un’enorme quantità di litri di acqua. Un suolo vivo e attivo è anche in grado di sostenere meglio le piante, degradando meglio la sostanza organica e fissando nel contempo il carbonio nel terreno. Un intervento di questo tipo garantisce anche di preservare quella parte di terreno indispensabile per evitare inondazioni, nei vigneti ma anche nei territori immediatamente vicini.
Cambiare il sistema nel suo complesso significa modificare i presupposti e lavorare sui dogmi: ad esempio, se la peronospora è una delle malattie più impattanti sul vigneto, ostinarsi con una coltivazione biologica forse non è più attuale e rischia addirittura di farci perdere terreni e vigne. Questa malattia della vigna è sempre più devastante e – in biologico – può essere combattuta solo con passaggi di rame e zinco, da ripetere dopo ogni pioggia. Accumuli di rame nel terreno, compattamento del suolo a causa dei numerosi passaggi con il trattore, pericolosità per l’uomo di questi trattamenti ripetuti, su terreni sempre più bagnati e difficili, rende tutto insostenibile, sia a livello economico sia per le emissioni.
Il residuo dei metalli pesanti nel suolo non aiuta le falde. Ma soprattutto il rame non garantisce la salubrità della pianta, che potrebbe comunque ammalarsi. Ha senso rischiare la perdita del raccolto, e la malattia della pianta, per rimanere nei parametri di un regime al solo scopo di avere una certificazione? Ha senso perdere la pianta e inquinare il terreno per preservare il biologico? Non sarebbe invece più utile e intelligente cambiare le regole e comprendere la natura, usando il buon senso e capendo, a seconda delle stagioni, che cosa sia più opportuno fare, in quel luogo e in quel momento?
Le regole devono essere generali, ma in un ambiente in perenne movimento i dogmi sono forse un retaggio del passato e seguirli non è più la miglior soluzione possibile. E ancora: ripensare che la viticoltura non debba essere portata avanti in tutti i luoghi, ma mantenerla solo nelle zone davvero vocate – che non devono necessariamente essere quelle di un tempo – è il tema sul quale le grandi e piccole realtà viticole devono necessariamente ragionare.
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