La domanda è certamente «è Charlie Kirk il George Floyd della destra», ovvero il morto ammazzato che diventa per una parte «hanno ammazzato uno dei nostri», che diventa il simbolo della malvagità degli avversari politici. Ma la domanda è a quel punto inevitabilmente anche: oddio, quindi a destra sono più civili, più urbani, più equipaggiati di continenza?
Naturalmente è la domanda del momento in cui sto scrivendo questo articolo (le 19 e 11 del 22 settembre 2025), perché ormai la civiltà è talmente a meretrici che è impossibile fare analisi che guardino oltre i prossimi dieci minuti. Ieri buttavo degli screenshot e ne ho trovato uno scattato durante la presidenza Biden, quando Musk era solo un tizio molto ricco. Diceva: è come assistere alla caduta dell’impero romano, ma coi meme. Ecco, anche ora (quest’impero romano ce ne mette di tempo a cadere).
Per voi che leggete questo articolo può essere già cambiato tutto, può esserci stato un nuovo assalto a Capitol Hill, o Elly Schlein può avere detto qualcosa di meno scemo di «la violenza di qualche centinaio» per sminuire i teppisti che volevano fare la rivoluzione armata nella lounge del Frecciarossa.
Per ora, però, lo stato delle cose è questo. Cinque anni fa ammazzano George Floyd, e le manifestazioni che mettono a ferro e fuoco le città americane vengono, ovviamente anche a causa del complesso di colpa degli americani nei confronti dei discendenti degli schiavi, trattate come sensate: intenti lodevoli, violenza che può capitare – i Democratici americani erano la Schlein prima della Schlein.
Due settimane fa ammazzano Charlie Kirk, e i violenti di destra, i buzzurri di destra, gli affezionati ai fucili di destra non fanno alcunché di reprensibile. Riempiono, l’altroieri, uno stadio a Phoenix per ricordarlo, giornata durante la quale Trump dice le solite cafonate ma la gente, se dobbiamo far finta che la divisione sia tra destra e sinistra, aveva un’aria molto più rassicurante di quelli che ieri erano alla stazione centrale di Milano. (Poi, ripeto, magari nel frattempo hanno pareggiato, o pareggiano domani: il punto è che per essere i buoni non basta ripetere ossessivamente «noi siamo i buoni»).
A Bologna, dove essere di sinistra è la scelta più piccoloborghese che si possa fare, il corteo mi è passato davanti, ieri mattina, mentre leggevo Pavese. Giuro: al rigo «L’argomento di tutti era una protesta». Quelli del corteo, diversamente da quelli di “La bella estate”, non protestavano contro la storia di Gabriella e Oreste, ma somigliavano comunque a quel gruppo di amici cui serve una scusa dopo le vacanze, «mentre sfogavano quel primo ritrovarsi», non fosse che Pavese è morto da settantacinque anni e quelli lì sono invece cresciuti nel mondo delle frasette su Instagram. Scandivano «Free, free Palestine», e io mi chiedevo: ma perché in inglese? Così se li riprende la Cnn si capisce?
Poi, più avanti nella via che li portava a quella che quand’ero piccola era la piazza degli eroinomani e ora è la piazza dello spritz, hanno messo a tutto volume “London Calling”, ed è stato all’improvviso tutto chiaro. Nell’epoca che ha sostituito l’identità con gli identitarismi, credevano d’essere punk, credevano d’essere rivoluzionari, ma soprattutto credevano di saper l’inglese, e invece non lo sapevano abbastanza da rendersi conto che “London Calling” è una dichiarazione di guerra, mica una richiesta di pace (a noi certi errori li risparmiavano le traduzioni delle canzoni nei libri Arcana: non li fanno più?).
Avevo pensato di scrivere che sì però mentre voi vi baloccate con lo sciopero generale, mentre siete in preda un tale delirio di onnipotenza da pensare che Netanyahu sospiri «ohibò, a Bologna fanno i cortei coi Clash, sarà dunque ora che la smetta di massacrare la gente», come al solito le manifestazioni politiche sono un lusso radical chic, sebbene quelli coi Clash non siano abbastanza multimilionari da interpretare Leonard Bernstein.
Però quello lasciava a casa le cameriere afroamericane perché faceva brutto vederle servire canapé alle Black Panthers, e voi fate i cortei mentre causa corteo quella della lavanderia non riesce a parcheggiare per portarmi le fodere, causa sciopero il parrucchiere arriva in ritardo ad aprire il negozio. È inutile che diate della stronza classista a me che ho gravi problemi quali il parrucchiere e il lavasecco: i veri stronzi classisti siete voi per cui la rivoluzione è un’happy hour, voi cui non frega niente delle cause non à la page quali il diritto d’un lavoratore di guadagnarsi la pagnotta.
Ma i loro Clash fuori contesto sono il meno. Mi passa davanti su Twitter, o come si chiama ora, il video di due dottoresse australiane che stanno lavorando a Gaza. La volenterosa giustiziera che posta le due, e che ci tiene a porsi dalla parte dei buoni, virgoletta in italiano che la dottoressa ha dovuto fare il cesareo a una donna al nono mese che era stata decapitata. Nel video non c’è non solo quella frase ma niente di simile. Poi andrò a cercare l’integrale su TikTok e sì, in effetti lo dice (è vero? Non lo è? Non lo so, sono come voi altrove, ma non avendo diversamente da voi scoperto Gaza negli ultimi due anni posso dirvi che la prima volta che ci andai, trentatré anni fa, vivevano già in condizioni di merda, e infatti la dottoressa dice che la guerra è solo la ciliegina, su una tale base di miseria e disperazione che – questo lo aggiungo io – usarla per prendere i like fa più schifo che mai).
Ma tu, tizia che avevi la gravida decapitata e hai deciso invece di ritagliare il pezzettino di video in cui la dottoressa si lamenta della mancanza di wifi, con quanti neuroni prendi i tuoi cuoricini? E voi, tizi antipal che sotto al video le scrivete che è tutta propaganda, visto che dal nome la dottoressa è araba, voi che non riconoscete un accento australiano ma avete idee precisissime sui cognomi, voi quanti neuroni applicate alla vostra curva di tifoseria?
Sapete qual è il problema di dirsi – dopo i sedici anni, ultima età in cui una simile semplificazione abbia un senso in questo secolo – di destra o di sinistra, di collocarsi in una curva, di tifare per uno schieramento? Che entrambi gli schieramenti sono pieni di scemi, e quindi tenuti a dire un bel po’ di scemenze. Ma, peggio di loro che almeno lo fanno per lavoro, quelli che le scemenze neanche son costretti a dirle per prendere i voti, ma solo perché sono quelle che vanno per la maggiore tra i loro amici, solo perché sennò perdono follower.
E ormai è tutto così: la ditta di pompe funebri che prende i like con la piccola bara bianca da vendervi con la frase da talk-show sui bambini palestinesi, le influencer che ieri postavano dicendo che non avrebbero postato, perché aderivano allo sciopero generale per la Palestina. Lo sciopero generale dei cuoricini.
Di nuovo, George Floyd: vi ricordate di quando si postava su Instagram il quadrato nero, e solo così si era ben posizionati nella curva delle persone sensibili, solo così si dimostrava di non essere razzisti? È lunghissimo, questo declino della civiltà coi meme.
A proposito dell’America che da anni discute se ai discendenti degli schiavi siano dovuti risarcimenti monetari, anche per questo c’è un parallelismo. La più favolosa tra le notizie non confermate è che, visto che Keir Starmer ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ora ci sarebbe un gruppo di avvocati (guidati da un novantunenne palestinese al quale i soldati inglesi spararono quando aveva otto anni: un film fatto e finito) che esige dall’Inghilterra cento e otto anni di risarcimenti: da quando la dichiarazione di Balfour stabilì che gli ebrei avevano diritto a uno Stato. Non c’è questione di principio che non si sistemi coi soldi.
Ho un amico che fa cinque giorni a settimana un podcast. Ogni tanto ci telefoniamo, lui e io che faccio cinque giorni a settimana questa rubrica, e sospiriamo, con lo sfinimento che prende a vedere questa gara di scemenza, che un giorno vorremmo tanto poter fare un pezzo il cui sottotesto non sia: hanno tutti tenacemente torto.