Una delle difficoltà maggiori che l’individuo incontra nell’interfacciarsi coi problemi globali è data dalla consapevolezza di non poter, con la propria azione, avere un impatto decisivo su di essi. Qualunque cosa il singolo faccia non può cambiare le cose in modo significativo, nel bene e nel male. Questa è una descrizione corretta della realtà.
A partire da essa, alcuni filosofi hanno concluso che non è possibile prescrivere agli individui il dovere di tagliare le proprie emissioni di gas serra: un’azione priva di conseguenze tangibili, e per di più compiuta senza alcun tipo di intenzione negativa, non sarebbe moralmente connotabile, e ciò implica che non possiamo esprimere verso di essa né obblighi né divieti. Inoltre, quando siamo di fronte a un bene comune che rischia di essere danneggiato dall’uso collettivo, come in questo caso l’atmosfera caricata da emissioni eccessive di gas serra, intraprendere azioni individuali riducendo il proprio uso del bene medesimo senza che vi sia un accordo ufficiale che vincola tutti gli utenti rischia di essere inutile, in quanto potenzialmente unilaterale.
Gli individui si troverebbero a compiere sacrifici anche significativi per ridurre le proprie emissioni, senza alcuna garanzia che i loro sforzi servano a qualcosa. È stato persino osservato che quando la gestione di un bene comune non è ancora regolamentata, il contrasto tra interesse individuale e interesse collettivo è tale, che l’agire virtuoso di alcuni potrebbe causare una sorta di effetto boomerang, incentivando altri a comportarsi in modo peggiore. L’individuo interessato a sfruttare al massimo la risorsa comune infatti, di fronte ad altri che riducono spontaneamente il loro utilizzo di tale risorsa per preservarla, in assenza di regole potrebbe cercare di trarre beneficio dal sacrificio altrui incrementando, anziché riducendo, il suo utilizzo di tale risorsa.
Gli studiosi che hanno elaborato questo pensiero non hanno tuttavia sostenuto che sia allora legittimo disinteressarsi della crisi climatica: hanno invece teorizzato la sola esistenza dei cosiddetti doveri collettivi. Nello specifico, hanno difeso l’idea che il dovere che spetta al singolo sia fare pressione sul governo affinché giunga a una regolamentazione delle emissioni «dall’alto» in accordo con gli altri paesi mondiali, poiché solo una misura di simile portata può avere la speranza di mitigare un fenomeno globale.
L’individuo dovrebbe quindi lavorare per promuovere un accordo collettivo, e solo dopo che tale accordo sia stato raggiunto ha senso iniziare a ridurre le proprie emissioni di gas serra – ma non prima. Possiamo infatti sostenere che esista il dovere di uniformarsi alle regole, se esse esistono: dunque la priorità è arrivare all’elaborazione delle stesse, anziché agire in ordine sparso, riducendo le emissioni senza che nessuno sia vincolato a fare altrettanto. Occorre domandarsi che cosa significhi nel concreto «lavorare per promuovere un accordo collettivo», oppure «fare valere un accordo collettivo», oppure «fare pressione sulle istituzioni».
