Testardamente deludentiIl rito stanco della Direzione Pd, e la svolta necessaria invocata da Gentiloni

Il Partito democratico resta prigioniero delle sue liturgie interne: la segretaria ripete posizioni già note, Bonaccini viene ridimensionato e la minoranza prepara per metà ottobre un appuntamento nazionale a Milano

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Dopo sette mesi, oggi si riunisce la Direzione del Partito democratico. Una direzione elettorale, la definisce qualcuno, poiché si tiene irritualmente a pochi giorni da un voto importante come quello delle Marche; di solito gli organismi dirigenti discutono dopo un voto e non prima.

Comunque, è una riunione che serve a Elly Schlein per ribadire la linea solita e i punti ben noti, con particolare forza quello su Gaza, questione su cui soffia forte l’indignazione di tanti italiani, come si è visto anche nella giornata di ieri, sulla quale andrebbe fatta anche una riflessione. E cioè che organizzazioni sindacali estremiste e poco rappresentative hanno portato in piazza più gente di quanta ne abbia mobilitato la Cgil di Maurizio Landini venerdì scorso, a dimostrazione che c’è ormai qualcosa che non va nel rapporto e nella comunicazione tra le grandi organizzazioni della sinistra, compresi i partiti, e la gente. E, quando a dirigere la protesta non c’è nessuno, ecco che il teppismo ha mani libere per dilagare e rovinare la giornata: ed è un problema politico, oltre che di ordine pubblico.

Dopodiché la segretaria oggi sgranerà il suo rosario di punti ben noti. La testardaggine unitaria che ha portato il campo largo a essere competitivo alle regionali: ma col brivido marchigiano, perché se fallisse l’assalto al fortino di Fratelli d’Italia in quella regione sarebbe alla fine un pari e patta (tre a tre, cioè ogni schieramento confermerebbe le sue regioni), un risultato che suonerebbe come una vittoria di Giorgia Meloni per lo scampato pericolo.

In una fase storica in cui ovunque i governi perdono le elezioni, un tre a tre sarebbe per il governo un’ottima prova. Non c’è dunque nulla da discutere oggi. Tutti sperano che il campo largo prenda le Marche, condizione indispensabile per poter dire di essersi aggiudicata la tornata elettorale.

La riunione è tutta qui, arrivederci e grazie. Di politica si potrà parlare solo a risultato delle Marche acquisito, magari corredato dai voti di lista alla fine di novembre, quando tutte le sei regioni avranno votato. Sarà un calcolo complicato dalla presenza delle liste dei candidati presidente e delle civiche, ma insomma si capirà se il Pd è più vicino al venticinque o al venti per cento. Se il trend è negativo, come diceva Nanni Moretti, oppure no.

La minoranza riformista è pronta a stare in campo con maggiore visibilità. A questo proposito, tre cose. La prima è il chiarimento-rottura con Stefano Bonaccini: il fallimento della sua riunione di sabato certifica che il grosso dei riformisti, stante il suo progressivo avvicinamento alla segretaria, non lo riconosce più come il leader dell’area. Era una cosa che prima o poi doveva succedere ed è strano che uno esperto come lui se ne meravigli.

Secondo, le diverse sortite di Paolo Gentiloni che, prima a Ventotene all’iniziativa di Pina Picierno e poi al Talk di Faenza del Post, ha avuto toni estremamente critici verso Elly Schlein: «Se non hai una credibilità per poter essere un’alternativa, il rischio è che, nonostante tutte le sue divisioni, nonostante i suoi errori, nonostante le sue debolezze, l’attuale governo duri a lungo. E non posso pensare a cosa succederebbe in questo Paese se questo governo durasse per dieci anni. Non sto dicendo che arrivino la dittatura e quelli col fez, sto dicendo che una tendenza invasiva all’occupazione di spazi di potere, che già vediamo, prolungata per dieci anni, penso che l’Italia farebbe bene a evitarla. E l’alternanza è sempre positiva. Non siamo ancora pronti come opposizioni per essere una vera alternativa di governo».

Poi ieri, su Repubblica, Gentiloni ha delineato una sorta di agenda che va ben al di là delle rivendicazioni della leader del Pd. L’ex presidente del Consiglio ha sottolineato in particolare la questione della crescita industriale: «È il momento di un confronto serio sulle questioni aperte: la crescita della produttività e il welfare aziendale, l’uso dell’intelligenza artificiale, lo sfruttamento industriale dei brevetti, la transizione verde».

E poi, riprendendo anche la proposta del salario minimo, ha parlato della «sfida del recupero del potere d’acquisto di salari e stipendi». Non è il momento di «trionfalismi» – ha affermato rivolto implicitamente al governo – anche se i conti in ordine sono un fatto necessario. Ma non sufficiente.

Su tutto questo, l’area riformista sta organizzando per metà ottobre un grande appuntamento a Milano per lanciare le sue proposte. Certo, se nelle Marche rivince la destra sarà una discussione di merito ma inevitabilmente anche molto politica. Su quello che non va. E molte cose potrebbero accadere, all’ombra di un Nazareno che ora ha paura.

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