Senza veliLa voglia di vita dei giovani iraniani, e la depressione imposta dal regime

In “I figli dell’odio”, Cecilia Sala racconta il suo incontro con un ragazzo iraniano, che denuncia il totalitarismo sotto cui la sua generazione è costretta a vivere. Repressione, censura, polizia morale, torture, esecuzioni sommarie: molti giovani sperano in un futuro diverso

LaPresse

«Devi sapere che la roba con cui ingozzano la gente, quella che il regime ci passa attraverso i media, è pura depressione» mi dice il ventiquattrenne con l’orecchino che chiameremo Abbas per proteggerlo, con le braccia appoggiate a un tavolo di uno dei locali in stile industriale che piacciono alla generazione Z di Teheran. «Non c’è mai una commedia. Non c’è nessun documentario vero a parte quelli sugli animali selvaggi. Non puoi guardare un film per com’è, li doppiano, stravolgono il significato e tagliano le scene che non piacciono ai censori. Alla fine la trama non ha senso. Non ti permettono un contatto anche minimo con il mondo esterno. Lo stesso vale per le feste. Non sia mai che sperimenti qualche istante di libertà, che poi va a finire che qualche istante non ti sazia». I regimi sono noiosi prima ancora di essere brutali, è il ragionamento che fa Abbas, e la sua comitiva, che ci ha raggiunti per la cena, annuisce.

Ma sono anche brutali: il cugino di Abbas è stato impiccato due settimane prima di questa conversazione. «L’odio è al potere. Mio cugino è soltanto uno di quelli che hanno pagato il prezzo più alto per questo stato di cose». Era un dissidente, è stato giustiziato per un’accusa fabbricata e assurda: aver avvelenato alcune persone con il vino fatto in casa. «Lo hanno torturato fino al punto che avrebbe confessato qualsiasi cosa. Non bisogna mai e poi mai confessare in questo paese, è la regola che ci ripetiamo ogni sera», forse con l’illusione che sia sufficiente a proteggerli. Quella con Abbas è stata l’ultima conversazione che ho fatto a Teheran prima del mio arresto.

Anche Abbas, come lo era il cugino, è nel giro di chi organizza le feste clandestine, quelle in casa oppure i piccoli rave in mezzo al deserto con ottanta partecipanti al massimo per non dare troppo nell’occhio, che sono tanti, che sono celebri, ma che naturalmente per la Repubblica islamica sono illegali. «Il primo incontro con la musica mi ha sconvolto. Ero un bambino, la canzone era la sigla di un cartone animato doppiato, e storpiato, in persiano; ma la colonna sonora l’avevano lasciata in originale ed era in inglese». Dal linguaggio dei cartoni animati che guardavano da piccoli, dalla musica sia locale sia straniera che ascoltano oggi, gli iraniani coetanei di Abbas hanno sviluppato «un linguaggio in codice», dice, «per parlare di ciò che ci interessa senza lasciare prove sui nostri telefonini che la magistratura islamica considererebbe incriminanti.

Siamo come le sottoculture di una volta, come i gay negli anni Cinquanta in America, che avevano la loro lingua, il loro slang, i loro punti di ritrovo e i loro segni di riconoscimento – soltanto che in Iran il prezzo da pagare per muoversi fuori dalle regole è più alto. Ma ne vale la pena. La vita qui è già troppo dolorosa per arrenderti anche alla depressione calata dall’alto. Meglio prenderti il rischio di organizzare un concerto».

I giovani delle città sono un punto di vista onesto per raccontare l’Iran: la maggioranza dei 90 milioni di perso- ne che abitano questo paese ha meno di 35 anni e il 70 per cento della popolazione vive nelle aree urbane. «È per questo che abbiamo provato a ribaltare la situazione a nostro favore nel 2022» continua Abbas. Si riferisce alle grandi manifestazioni in tutto il paese cominciate con il funerale di Mahsa Jina Amini, morta a 22 anni mentre era in custodia della polizia religiosa che l’aveva fermata nella metropolitana della capitale per il velo messo male. «Non c’era una regia dietro a quei cortei, ci è bastato guardarci in faccia nei parchi, sugli autobus, nei corridoi dei grandi magazzini e renderci conto di quanti eravamo». Nonostante la Repubblica islamica controlli l’economia del paese e abbia il monopolio delle armi, se contando le facce che ti somigliano per le strade vedi che sono più numerose dei veli neri e dei turbanti, la voglia almeno di provarci ti viene – è il ragionamento di Abbas.

 

Tratto da I figli dell’odio di Cecilia Sala, edizione Mondadori, 156 pagine, 17,58 €

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