L’America che non c’èNon possiamo perdere l’India se vogliamo contenere l’asse delle autocrazie

L’Europa non può limitarsi a osservare l’isolazionismo statunitense: la partita geopolitica passa da Nuova Delhi e richiede nuove intese commerciali e militari

LaPresse

Come ha ben rilevato il direttore Christian Rocca ieri su questo giornale, analizzando il vertice della Shanghai Cooperation Organization a Tianjin, il vero dramma della seconda presidenza Trump è l’avere ridotto la capacità di attrazione magnetica dell’Occidente nei confronti del resto del mondo, lasciando libero campo alla Cina di Xi Jinping, sempre più leader di un nuovo asse fra le autocrazie.

I nodi dei primi mesi della seconda presidenza di Donald Trump iniziano a venire al pettine: una politica estera altalenante e arrogante, con messaggi confusi fra rivendicazioni improbabili (Groenlandia e Panama), una transazionalità ancor più pasticciata con dazi e tariffe che cambiano ogni settimana, raddoppiando o dimezzandosi a seconda dell’umore dell’inquilino della Casa Bianca, lo sdoganamento e la legittimazione pressoché gratuita ad Anchorage del satrapo del Cremlino stanno producendo effetti disastrosi. E in questo contesto Ucraina e India sono i due dossier sui quali l’amministrazione americana ha compiuto fin qui i più grandi errori.

L’idea di ritenere possibile una sorta di Dottrina Nixon al contrario, con un grande accordo con Mosca per contenere Pechino, abbandonando sostanzialmente l’Ucraina e l’Europa, non è soltanto ingenua. È clamorosamente sbagliata.

A Vladimir Putin non interessano accordi transazionali: è circondato da oligarchi, ma non è un oligarca. Putin ha una missione, per la quale può anche sacrificare qualche milione di poveracci mandati a morire nelle pianure del Donbas: tentare di riscrivere la storia e sanare il vulnus del crollo dell’Unione Sovietica, a suo giudizio la più grande catastrofe del secolo scorso, ricreando uno spazio sovietico in provetta. Il tappeto rosso in Alaska in cambio di nulla ha soltanto rafforzato la sua determinazione e indebolito il Paese aggredito.

L’India di Narendra Modi aveva positivamente abbandonato, in questi anni, l’anacronistico posizionamento non allineato, per costruire una marcia a tappe forzate di avvicinamento verso l’Occidente: la nascita del Quadrilateral Security Dialogue con Giappone, Australia e Stati Uniti; la cooperazione strategica con il Giappone per la promozione della dottrina di un Indo-Pacifico libero e aperto; la competizione con la Cina lungo il confine Himalayano e nell’Oceano Indiano; la nascita di I2U2 (con Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti) e del Corridoio India-Medio Oriente-Europa (Imec), come alternativa concreta alla Via della Seta di Pechino, sono tasselli della volontà di un crescente dialogo e di una maggiore integrazione fra India e Occidente.

I dazi al cinquanta per cento imposti da Trump a Delhi non sono soltanto una follia da un punto di vista economico (e l’acquisto del petrolio russo non c’entra nulla), ma rischiano di interrompere, o perlomeno rallentare, un processo virtuoso di integrazione fra le democrazie e le economie dell’area euro-atlantica e indo-pacifica.

L’India ha sempre fatto parte della Shanghai Cooperation Organization (Sco), senza però investire più di tanto in un’alleanza guidata dai suoi principali competitor in Asia: la Cina e il Pakistan. Con la sua presenza a Tianjin, Narendra Modi ha però mandato un chiaro segnale all’amministrazione americana: la grande democrazia indiana e la quarta economia del pianeta meritano rispetto e l’imposizione surreale del cinquanta per cento sulle importazioni indiane va negoziata e tendenzialmente cancellata.

Ma Modi sa bene che l’Asse delle autocrazie non è un’alternativa credibile ed è rientrato rapidamente a Nuova Delhi, evitando di partecipare alla parata militare sulla piazza Tienanmen per assistere all’ennesima e improbabile riscrittura della storia da parte di Xi Jinping, questa volta per intestarsi la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale.

L’India ha dunque lasciato più di una porta aperta al dialogo con Europa e America. Serve però un cambio di rotta, e anche piuttosto repentino. L’Europa può e deve svolgere un ruolo in tal senso, riannodando le fila di un rapporto con Nuova Delhi che si è smarrito a Washington D.C., a cominciare dal rilancio delle negoziazioni per l’accordo di libero scambio fra Bruxelles e la grande democrazia indiana, per continuare poi con l’intensificarsi della cooperazione a tutto campo in materia di difesa e sicurezza.

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