Messa sovranistaA Pontida la Lega trasforma la libertà in un dogma politico identitario

Il palco leghista celebra Bolsonaro e piange la morte di Charlie Kirk, rilanciando l’idea di un partito costantemente sotto attacco dell’Europa, dello Stato centrale e dei media

Un partecipante al raduno suona una tromba fatta a mano. Ad essa è appeso lo stendardo che ricorda l’evento storico del giuramento di Pontida

Liberi e forti, si legge a caratteri cubitali in rosso su fondo bianco, mentre accanto alla scritta svetta la figura di Alberto da Giussano, spada sguainata. Queste le parole d’ordine del raduno di Pontida 2025, che si tiene dal 1990. Anche quest’anno – il trentasettesimo della kermesse – carovane da tutta Italia si sono incontrate nello storico pratone bergamasco, dove nel lontano 1167 i comuni lombardi si coalizzarono nella Lega contro il Barbarossa.

Fiumane di persone, bandiere. Tante bandiere – quelle di partito, delle regioni (Veneto, Lombardia e Sicilia su tutte), bandiere di Israele, del Brasile, della Padania, di Salvini premier – e poi magliette con la faccia di Charlie Kirk, di Donald Trump, barbe verdi, cappellini MAGA, corni che lanciano richiami, gazebi, fumo di salamelle e arrosticini; il variopinto pubblico del comizio annuale della Lega si è trovato nello spiazzo d’erba davanti alla scritta Padroni a casa nostra, stavolta al cospetto dei due concetti-chiave di quest’edizione, liberi e forti, affrontati con toni decisamente estremi. In chiosa, un ulteriore messaggio compare qua e là: Senza paura.

È intorno a questi temi, e soprattutto intorno a quello di libertà, che si sono espressi in comizio i diversi esponenti di partito: da Luca Zaia a Giancarlo Giorgetti, da Roberto Vannacci a Giuseppe Valditara, per poi arrivare, dulcis in fundo, al segretario Matteo Salvini, il capitano.

Oltre a loro, e nellottica di un internazionalismo nazionalista, di unalleanza sovranista fra partiti populisti, sono intervenuti anche il giovane Jordan Bardella, successore di Marine Le Pen alla presidenza del francese Rassemblement National; Flavio Bolsonaro, membro del Senato federale del Brasile e figlio dellex-presidente Jair, da poco condannato a ventisette anni di carcere per tentato colpo di Stato; Santiago Abascal, presidente del partito spagnolo di estrema destra Vox e infine Mike Johnson, speaker della Camera dei Rappresentanti americana.

La scaletta di Pontida è stata pensata come un crescendo graduale, un climax di fama e gerarchie, una vera e propria ascesa all’empireo di Salvini. Si è partiti dai capigruppo sia della Camera che del Senato, ossia Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo; poi è stato il turno di Luca Toccalini, coordinatore federale della Lega Giovani; quindi sono intervenuti due giornalisti, Hoara Borselli e Daniele Capezzone.

Riccardo Molinari, capogruppo Lega alla Camera. Accanto a lui, una donna con la maglietta Noi con Charlie Kirk

Da qui è cominciata la vera scalata: prima i presidenti di Regione – Massimiliano Fedriga (Friuli – Venezia Giulia), Attilio Fontana (Lombardia), Maurizio Fugatti (Trentino – Alto Adige) e Luca Zaia (Veneto) – poi i ministri. Alessandra Locatelli (ministro per le Disabilità), Giuseppe Valditara (ministro dellIstruzione e del Merito), Roberto Calderoli (ministro per gli Affari regionali e le Autonomie) e Giancarlo Giorgetti (ministro dellEconomia e delle Finanze).

A un passo dalla vetta, e come la voce dello speaker di Pontida li ha definiti, i Fantastici Quattro, ossia i vicesegretari di partito: Roberto Vannacci, Silvia Sardone, Claudio Durigon e Alberto Stefani. Quindi gli ospiti internazionali. E infine, lui. Lui che, accolto con un boato, è il capitano colpevole per aver difeso lItalia, come recita una t-shirt dellanno scorso, in cui compare il suo volto alla most wanted nel Far West: Matteo Salvini. Il partito, alla faccia dei personalismi, dal 2017 si chiama ufficialmente Lega per Salvini Premier. E lelettorato ne fa quasi un culto, dal pratone.

Il fil rouge che ha attraversato la giornata è stato il tema della libertà, declinato in tanti modi quante sono le anime della Lega. Libertà-di e libertà-da: cinquanta sfumature di populismo in più di venti relatori infervorati dal palco.

La prima accezione di libertà è sicuramente libertà da Bruxelles, ed è affidata alle parole di Riccardo Molinari, capogruppo a Montecitorio. «Il sogno della tecnocrazia di Bruxelles è quello di liberarsi di noi, di voi, perché siamo abituati ad ascoltare la gente, a rispondere ai territori, e non a rispondere alle lobby delle armi, alle lobby miliardarie, alle logiche da ottocento miliardi nella Difesa», declama dal podio. Per poi chiudere, con voce rotta dalla foga, che, se saremo schiavi di Bruxelles, non esisterà domani, né speranza. «Senza sovranità nazionale, non esiste lautonomia».

Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e segretario della Lega lombarda

Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, declina la libertà in libertà dai migranti irregolari, rivendicando i successi della Lega nellaver garantito meno sbarchi. Limmigrazione clandestina, per Romeo, è «unarma ibrida per colpire lEuropa». Ed è per questo che «dobbiamo tutelare le nostre infrastrutture strategiche, come porti, aeroporti, e difendere i confini». Libertà da è anche libertà dal centralismo romano, secondo il capogruppo: il pensiero della Lega è il federalismo, dice, il suo cuore è la libertà. Lautonomia dall’amministrazione centrale trasforma la libertà da in libertà di spendere le risorse regionali senza vincoli dello Stato. «Le regioni devono essere protagoniste», ricorda, per poi aggiungere in chiosa unultima libertà da, e cioè da quello che definisce pensiero unico dominante, «che arriva a uccidere uno che non si adegua».

Ecco il primo dei numerosissimi riferimenti a Kirk che si sono moltiplicati per tutta la giornata: domenica 21 settembre, lo stesso giorno di Pontida, si è tenuto anche laffollato funerale dellattivista repubblicano. E quasi ogni relatore gli ha reso memoria, erigendolo a eroe della destra e martire della libertà di espressione, di cui i leghisti si son fatti paladini.

Luca Toccalini, coordinatore federale della Lega Giovani

Luca Toccalini, coordinatore federale della Lega Giovani, a tal proposito, ricorda Charlie Kirk come un ragazzo «vigliaccamente assassinato perché aveva il coraggio di dire quello che pensava». La sinistra, «che si riempie la bocca della parole antifascismo e democrazia», è ritenuta responsabile della sua morte. «La sinistra democratica è fascismo rozzo», accusa, per poi puntare il dito contro le parole di Roberto Saviano e Piergiorgio Odifreddi. Il suo intervento è subito seguito dalla voce dello speaker che, nell’introdurre Hoara Borselli, scandisce che «dopo lomicidio di Charlie Kirk nulla sarà più come prima. Ma Pontida non è paura. Il popolo della Lega non cambia. Agli insulti e agli attacchi risponderemo sempre con la forza delle idee».

La giornalista de Il Giornale, preso il podio, ha subito chiarito la sua accezione di libertà. La sua è una libertà dalla sinistra. E ci va giù durissima. Innanzitutto, denuncia legemonia culturale nei mass media: «Siamo un pugno di giornali liberi accerchiati da un esercito di testate agli ordini della sinistra». Dice che gli ideali leghisti sono attaccati, e così la loro libertà: «Lo fanno con la censura, lo fanno con il politically correct». E rievoca il DDL Zan, oppure «il fatto che non si può scrivere Un ragazzo del Marocco ha stuprato una ragazza, ma solo Un ragazzo ha stuprato una ragazza, perché altrimenti vieni tacciato di razzismo». Per dire cose di destra, rincara lopinionista, vincitrice della prima edizione di Ballando con le stelle, bisogna sfidare il gota del giornalismo. Che poi chiude su Charlie Kirk: «Negli Stati Uniti è successo quello che potevamo aspettarci. Un ragazzo, istigato dallodio che la sinistra distribuisce come carburante per la sua politica, ha deciso di uccidere un attivista perché non condivideva le sue idee. E non sarà lunico, se non li fermeremo».

Daniele Capezzone, direttore del giornale Libero

È il turno quindi di colui che la voce esaltata dello speaker definisce come «campione dello smascherare lipocrisia della sinistra con un garbo e uno stile inconfondibili», Daniele Capezzone, direttore di Libero.

Il suo è un intervento tutto incentrato sui martiri della destra: Charlie Kirk, ovviamente, e Pim Fortuyn, politico olandese ucciso nel 2002. La sua interpretazione di libertà è libertà di espressione, contro «la macchina dellodio» messa in moto dalla sinistra. «Loquendi libertatem custodiamus, custodiamo la libertà di parola», dice in chiusura allintervento, citando il monumento alla memoria di Fortuyn. «Lomicidio di Kirk non è stato un incidente, ma la logica conseguenza di una lunga campagna di demonizzazione e mostrificazione», prosegue il giornalista, che insinua una sorta di congiura che coinvolge sistema mediatico, assassini e folla che festeggia.

Idem per Pim Fortuyn. Si era a nove giorni dalle elezioni in Olanda, rievoca Capezzone, e tutti i sondaggi lo davano in testa. Era un grande leader di destra liberale e laica, contrario allimmigrazione clandestina, «che si era schierato contro lintegralismo islamista: un rischio per le nostre libertà occidentali. Gli tirarono una torta di escrementi e gli dissero che era inferiore a un maiale». Il 6 maggio venne ucciso da un estremista ambientalista. «Perché lavversario non deve vivere, deve essere ammazzato», conclude.

Sul podio, Luca Zaia, governatore del Veneto. Dietro, da sinistra a destra, Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli – Venezia Giulia e Attilio Fontana, governatore della Lombardia

Viene quindi il turno, in questo crescendo, dei primi quadri amministrativi di partito: i governatori regionali. Fra di loro, avendo tutti un forte radicamento territoriale, prevale laccezione di libertà nella forma di libertà da, e nello specifico libertà dal centralismo romano, in un prima il Nord umbertobossiano che serpeggia in quasi tutti i loro discorsi. Ad aprire le danze è Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli – Venezia Giulia. «Oggi la parola liberi deve avere un significato ancor più forte. Ci sono limitazioni della libertà che esistono non solo nelle dittature, ma anche in Occidente», e ricorda subito sia Kirk che il professore universitario di Torino, a cui «è stato impedito di svolgere la lezione soltanto per la sua religione», sostiene dal palco. A lui segue Attilio Fontana, governatore della Lombardia, che scaglia subito uninvettiva contro i vincoli posti alle regioni dallo Stato: «Più autonomie, più libertà dalla burocrazia romana! Altrimenti non possiamo correre: vogliamo liberarci da questi inghippi, figli del potere centralistico». Finita la tirata contro la «palude romana», grida: «Padroni a casa nostra!». Pubblico in delirio.

Gli ultimi due governatori sono Maurizio Fugatti, presidente del Trentino – Alto Adige, e Luca Zaia, governatore del Veneto. Il primo ha ricordato che «sul sacro suolo di Pontida sono nati gli ideali di autonomia, autogoverno e federalismo. Tutti ideali anticomunisti e antifascisti», dice, per poi fare gli auguri per lottantaquattresimo compleanno del capostipite Umberto Bossi. Il doge, invece – come viene presentato dallo speaker – tiene un discorso infiammato con tanto di anafora iniziale alla dantesca per me si va nella città dolente: «Benvenuti nel movimento delle libertà, dove libertà significa che la tua libertà finisce dove comincia la mia», attacca Zaia. Benvenuti nel movimento della tolleranza, della legalità, della pace, e argomenta ogni punto. Per poi concludere con linvocazione allautonomia, la libertà da Roma: «È vero che esiste una questione meridionale, ma è altrettanto vero che esiste una questione settentrionale, che è innegabile».

Roberto Calderoli, ministro per gli affari regionali e le autonomie. Sulla maglietta, la scritta Stà su de doss. Tradotto: Sta su di dosso, in riferimento al suo credo federalista

Arriva quindi il turno proprio di quella Roma centralista contro cui hanno alzato la voce i governatori di regione: i ministri. «Dai territori al governo nazionale», esclama lo speaker. Inizia Alessandra Locatelli, ministro per le disabilità, per parla di libertà come libertà per tutti, libertà di poter lavorare e avere una vita piena anche con malattie o handicap. Poi prende il podio Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, che rievoca il recente episodio in cui è stato contestato da una ventina di militanti di sinistra – «dei centri sociali», dice lui con tono dispregiativo – mentre era in visita a una scuola. Dentro listituto, invece, ragazzi molto motivati: la Lega è con loro. Rivendica la libertà di unistruzione più italocentrica: «Che si studi la lingua, la grammatica, non si perda tempo con animali preistorici, e si insegni la storia di Atene, Roma, il cristianesimo, dei comuni medievali».

Roberto Calderoli, bergamasco e ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, è una presenza storica del raduno di Pontida. Con una maglietta che riassume il suo intero dicastero – Stà su de doss, dice la scritta – la sua libertà è unevidente libertà di autodeterminazione delle regioni. Fa il punto sulliter della legge sulle autonomie differenziate, e dice che a dicembre lo stallo in cui ora si trova dovrebbe sbloccarsi. «La sinistra non riesce a batterci elettoralmente né in Parlamento: ha provato con un referendum, non ci sono riusciti. Allora hanno invocato la Corte Costituzionale – dice scherzando sullimparzialità di questultima – e ha dovuto ammettere che la legge è costituzionale, ma hanno messo tanti vincoli». Un momento difficile che ha superato ripensando alle parole del Bossi, mai mulà, mai mollare. E così a dicembre dovrebbe ottenere limpegnativa a sottoscrivere le intese per la piena realizzazione della legge.

«A Pontida lanno scorso ricordò di non essere figlio di un banchiere, ma di un pescatore e di unoperaia tessile». Così viene introdotto il ministro per l’Economia e le Finanze Giancarlo Giorgetti, che parla di cuore che batte per la Lega fra la gente del pratone e di mente che deve svolgere il proprio ruolo in modo responsabile. «Saremo liberi solo se saremo forti», dice, per poi passare ai fatti più tecnici, ponendo la riduzione del carico fiscale e la pace coi contribuenti come obiettivi. Ed esorta Valditara a insegnare il giuramento di Pontida di Giovanni Berchet fra le poesie a memoria.

Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega dal 15 maggio 2025

A un passo dalla vetta dellOlimpo, ecco i Fantastici Quattro, «che stanno accanto a Matteo Salvini nel compito esaltante di guidare la nostra Lega in direzione ostinata e contraria», esclama lo speaker citando un ben poco coerente De André. «I nostri quattro vicesegretari, da sempre in prima linea». Parte Claudio Durigon, che interviene nonostante la raucedine. La voce narrante di Pontida lo introduce come una forza della natura che spaventa soprattutto la Cgil. Si dice emozionato per la sua prima esperienza da vicesegretario, rivendicando le sue radici venete. Poi il mal di gola prevale, e passa la parola a Silvia Sardone.

Che invece di voce ne ha eccome, e aizza la folla urlando dal podio: «Credo fermamente che la battaglia più grande che dobbiamo portare avanti nei prossimi anni sia quella contro lislamizzazione dellEuropa e del nostro Paese». Per la vicesegretaria libertà è assolutamente libertà dallIslam. Si lancia in unarringa appassionata, ripetendo «noi non vogliamo» e poi: veli musulmani ovunque, la Shariʿa, moschee abusive, il richiamo del muezzin, minareti dappertutto, matrimoni combinati, manifestazioni islamiche nelle nostre strade, la chiusura delle scuole per il ramadan, togliere il crocifisso dalle aule, rinunciare al presepe e ai canti di Natale. «Ci siamo rotti i coglioni!», grida. «Brava!», risponde in coro il pubblico fra lo scroscio di applausi. Chiude lintervento fomentando la folla al ritmo scandito di «re-mi-gra-zio-ne!». I migranti che commettono crimini devono essere rispediti a casa. Grande ovazione.

Arriva il turno dellattesissimo Roberto Vannacci, accolto con un boato dal pubblico. Il suo intervento era forse quello messo maggiormente sotto la lente dingrandimento mediatica: nel partito, infatti, circola il timore di uneccessiva vannaccizzazione della Lega. Anche per il generale – «Bravo generale!», esclama un vecchio signore dal pratone, appena impugna il microfono – la libertà è libertà dallo straniero. E subito ci tiene a precisare, chi è lo straniero. Non la Russia, per la quale ha recentemente riservato parole di lode: «Lo straniero non è quello che ci vogliono far credere alcune testate giornalistiche, quello per cui vorrebbero farci spendere ottocento miliardi». No, lo straniero «purtroppo è già tra di noi, ci ha già invasi, è lo straniero dei porti aperti, è lo straniero che invade le nostre città, che purtroppo molto di frequente stupra, violenta, ruba, rapina e ci vuole imporre la sua cultura». Come il non servire più il prosciutto nelle nostre mense scolastiche, aggiunge. E anche lui chiude con lo slogan della remigrazione, seguito dal popolo del Carroccio. «Padroni a casa nostra!», esclama alla fine.

Infine, lintervento di Alberto Stefani, più dimesso, alla sua prima volta sul palco di Pontida. «Per ventanni, fin da bambino, sono stato su quel Pratone con la bandiera della mia regione in mano», dice. E ora potrebbe diventare un pezzo grosso: la Lega lo ha candidato come futuro governatore del Veneto, in vista delle regionali del 23-24 novembre 2025.

Uno striscione con la scritta Free Bolsonaro, retto da sostenitori dellex presidente del Brasile e sventolato di fronte al figlio Flávio, intervenuto a Pontida

Appena prima della salita al soglio pontidicio di Matteo Salvini, sotto il sole cocente di mezzogiorno, è stata la volta dei leader sovranisti europei, per dare un respiro più internazionale allaltrimenti territoriale Lega. Tutti riuniti nel gruppo europarlamentare Patrioti per l’Europa. Ha mandato un videomessaggio Santiago Abascal, presidente del partito spagnolo di estrema destra Vox, che ha sottolineato l’importanza di «trovare accordi nelle differenze, difendendo le sovranità nazionali» dei patrioti. Anche lui sfrenato contro lislamismo, che «non può avere in Europa alcun rifugio né quartier generale», paventando una guerra di civiltà. Quindi sale sul palco Flávio Bolsonaro, figlio di Jair, ex presidente del Brasile, «che la sinistra vorrebbe in galera per trentanni», dice lo speaker, mentre una musica trionfale accoglie il membro del Senato brasiliano.

«Amico Matteo, grazie mille per aver aperto la porta della vostra casa. Nella nostra casa può entrare solo chi invitiamo», esordisce Bolsonaro. Che subito dopo aggiunge: «Dio, patria, famiglia e libertà». Ovazione. Con la sinistra al potere, il Brasile ha perso la sua sovranità, la Cina sta comprando tutto il Brasile, dai minerali ai terreni agricoli, dice. «Noi di destra lotteremo affinché la nostra bandiera verde e gialla mai e poi mai diventi la rossa del comunismo». Ovazione. Poi aggiunge che cè un membro della Corte di Cassazione che perseguita tutta la destra, mostrando come lo scontro fra le toghe e governo sia trasversale. Un magistrato addirittura sanzionato da Donald Trump, precisa. «Grandi media, giornalisti, smetterete di mentire su di noi, politici di destra?», continua, per poi chiudere scandendo che la destra difende la libertà, la democrazia, la tolleranza, il lavoro e la libertà di impresa: in Brasile abbiamo vinto le elezioni usando una frase. Brasile sopra a tutto, Dio sopra a tutti. E allora gridate con me: Italia sopra a tutto, Dio sopra a tutti». Il pubblico lo segue. Applausi.

Il penultimo intervento prima di Salvini è il videomessaggio di Mike Johnson, speaker della Camera dei Rappresentanti americana. Subito ricorda le sue profonde radici italiane: suo bisnonno «salpò dalla Sicilia per raggiungere gli Stati Uniti». Anche lui fa leva sulla libertà dagli invasori esterni, paragonando la Guerra d’indipendenza americana alla battaglia di Legnano. Lanno prossimo, il 4 luglio 2026, si festeggerà il duecentocinquantesimo anno di indipendenza Usa. Un «oh yeah» si solleva dal pubblico. Passa poi a ricordare Charlie Kirk, dicendo che «le libertà di cui godiamo sono sempre più sotto attacco». Infine, è il turno di Jordan Bardella, «lincubo di Macron», dice lo speaker, il presidente tanto del partito francese di estrema destra Rassemblement National che del gruppo europeo dei Patrioti. «Mai la nostra civiltà è stata così fragile, mai i popoli d’Europa sono stati così attaccati nel loro modo di vivere, nel loro lavoro, nella loro identità». Poi una stoccata all’Europa: «Bruxelles impone, Bruxelles punisce, Bruxelles distrugge. Noi Patrioti abbiamo presentato una mozione di sfiducia contro Ursula von der Leyen». Quest’Europa non difende più i popoli, ma le lobby, aggiunge. «Bravo, viva!», esplode la gente.

Tuttintorno si respira un po di stanchezza, le gambe iniziano a cedere, sotto al sole che batte. La gente inizia a dare i primi segni di insofferenza. Tutti aspettano Matteo Salvini, la suspense è stata lunga. «Ma quando arriva?», domanda una signora allaltra arieggiandosi con un ventaglio. Ma ecco lo speaker: «È un esempio di forza, determinazione, coraggio. Nessuno meglio di lui incarna lo spirito della Lega e di Pontida. Libero, forte e senza paura. Pontida saluta il suo condottiero, il nostro ministro, il nostro vicepremier, il nostro leader, il nostro capitano. Tutti insieme, voce, per Matteo…» – Salvini!, risponde il popolo di Pontida a una sola voce. Ed eccolo che sale gli scalini.

Matteo Salvini, segretario della Lega per Salvini Premier, vicepresidente del Consiglio e ministro delle infrastrutture e dei trasporti

«Libertà, libertà, libertà!», scandisce la folla mentre Salvini si accinge a prendere parola. Il capitano ringrazia tutti i presenti, «la vera forza della Lega». E poi polarizza le tensioni fra governo e opposizione con una retorica manichea da manuale: «Da una parte, e l’abbiamo visto col sangue, buio, violenza, rabbia, paura; dall’altra luce, sorriso, determinazione, lavoro, coraggio». E prosegue: «Kirk, come tutti noi, guardava le persone negli occhi, non cerano bianchi e neri, eterosessuali o omosessuali, cristiani o atei».

Quindi lancia un appello: chiede agli amministratori della Lega di depositare in tutti i comuni italiani una mozione, nella quale si ribadisca che «l’Italia è contro la guerra, e noi non manderemo mai i nostri figli, i nostri nipoti a combattere e morire in Ucraina. Non siamo in guerra contro nessuno». Sul tema, ripete di sostenere gli sforzi di pace del presidente Trump. «No allesercito europeo, no a un debito europeo per comprare armi, missili e carri armati. E lo diciamo nella Giornata internazionale della pace», declama fra gli applausi.

Sul tema del Medio Oriente, il segretario leghista dice di avere il dovere di provare a fermare ogni guerra, «compresa quella fra Israele e i terroristi di Hamas, salvando le vite di ogni bambino. Il mio auspicio è quello di arrivare in futuro a due popoli, due Stati. Ma non sarà possibile fino a che ci saranno i tagliagole islamici di Hamas a tenere in ostaggio i bambini palestinesi e i bambini israeliani». La recente intervista alla tv israeliana, così come il conferimento del premio Italia-Israele – motivato sulla scorta delle posizioni coraggiose e spesso di rottura espresse da Salvini nel mostrare sostegno a Israele, anche nei momenti più controversi del conflitto israelo-palestinese – tuttavia, sembrano smorzare la credibilità di queste parole di pace e mediazione sulla questione di Gaza.

Quindi la riforma della giustizia. «Per quanti decenni i governi hanno promesso la separazione delle carriere? Oggi ci siamo». Poi parla del suo processo: «Nelle prossime settimane sarà la Cassazione a decidere se dovrò ricominciare tutto da capo. Io non ho paura. Io ho fatto il mio dovere, ho rispettato l’art. 52 della Costituzione italiana: la difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino». Difesa da chi? Dagli immigrati, centoquarantasette, quelli a cui negò lo sbarco a Lampedusa nell’agosto del 2019, trattenendoli in mare per diciannove giorni.

In seguito passa al tema della flat tax: «Due milioni di partite iva e di liberi professionisti grazie alla Lega pagano solo il quindici per cento di tasse. Il nostro obiettivo è di estendere la flat tax a tutte le lavoratrici e i lavoratori italiani. Pagare di meno per pagare tutti». Poi, cancellare centosettanta milioni di cartelle esattoriali dell’Agenzie delle entrate, liberare venti milioni di italiani dal giogo di un fisco non sempre amico, continua Salvini. Ma come recuperare quei soldi per il bilancio dello Stato? Con la tassazione dei cosiddetti extraprofitti: «Sono sicuro che le banche daranno il loro contributo per aiutare chi non ce la fa. Le banche italiane, l’anno scorso, hanno guadagnato più di quarantasei miliardi. Non credo che se ne guadagneranno quarantatré avranno difficoltà a fare la spesa».

Quindi si fregia delle Olimpiadi. «Lultima edizione a Cortina risale al 1956. Settant’anni dopo, grazie alla Lega, il 6 febbraio 2026, il mondo guarderà le nostre montagne», dice fra applausi noncuranti dell’impatto ambientale che avranno le opere previste in vista delle Olimpiadi. Salvini passa poi a un tema molto caldo, quello del ponte sullo stretto di Messina, e la spara altissima: «Se ne parla da duemila anni. Il primo ministro che lo propose fu nel 1866, il cremonese Stefano Jacini. Dopo centocinquant’anni, gli altri lo hanno studiato e promesso, noi lo re-a-liz-ze-re-mo!».

L’immagine di Matteo Salvini sulla maglietta di un partecipante. Colpevole di aver difeso l’Italia, recita. Era stata diffusa durante la Pontida 2024, quando il segretario leghista era alle prese con il processo Open Arms

Gli sbarchi. «Durante i governi di centrosinistra, di Renzi e Letta, avevano raggiunto quota centottanta mila all’anno. Quando ci avete mandato al governo, ne sbarcarono meno di novemila. Questo è il nostro obiettivo: tornare a blindare i confini italiani», continua dal podio, mentre il pubblico erutta in «Bravo!», «Giusto!». Sempre che qualche magistrato politicizzato non mi fermi, aggiunge Salvini. E, nel solco di una politica securitaria che si fonda sulla diffusione di un senso di pericolo e di minaccia dilagante, precisa: «Oggi abbiamo quattrocentoquaranta mila donne e uomini in divisa. Non bastano. Dobbiamo assumerne altri? Sì. Non per andare a fare la guerra in Russia, ma per dare la caccia a spacciatori, stupratori, ladri e delinquenti nelle nostre città, fuori dalle nostre scuole, sui treni, nelle stazioni». Ma chi è la minaccia? Gli immigrati irregolari. «Il trentacinque per cento dei reati è commesso da stranieri». Questo vuol dire che ce l’abbiamo con gli immigrati? si chiede con una domanda retorica. No, il problema sono quelli che non si integrano, fra fanatismo islamico e applicazione della Shariʿa: quelli vanno rimandati a casa, taglia corto.

Infine un affondo identitario: il presepe, il santo Natale, la santa Pasqua, e i nostri simboli sono radici da difendere. Dalle comunità islamiche. «E Cicerone lo scriveva: la storia è maestra di vita». Salvini quindi passa in rassegna tutti i momenti in cui si sono consumati scontri fra civiltà cristiana e musulmana. «Carlo Martello coi Franchi a Poitiers nel 732 fermò l’avanzata araba; la Lega Santa, invece, bloccò a Lepanto l’avanzata islamica nel 1571». Unavanzata denunciata da diverse figure intellettuali, fra le quali cita Oriana Fallaci, e il suo volto compare in bianco e nero sul maxischermo di Pontida. «LIslam si è diffuso con la spada, nel corso dei secoli», aggiunge. Menziona quindi «due martiri della libertà» : il già citato da Capezzone, Pim Fortuyn – «vi consiglio il suo libro, Contro l’islamizzazione della nostra cultura» – e Theo Van Gogh, pronipote del pittore, ucciso da un estremista islamico per via di un suo cortometraggio.

Poi parte un video commemorativo di Charlie Kirk, che, tra note strappalacrime, inizia con le parole: «I nemici sono la cultura woke e il comunismo, combinati con l’islamismo. Questi sono i nemici dell’american way of life, che è la possibilità di sposarsi, comprare una casa, avere figli, lasciarli andare sulle loro bici quando il sole tramonta». Salvini chiede un minuto di applausi per Kirk, «che arrivi fino all’Arizona». Scansa il podio, fa due passi in avanti, indica il cielo.

È tempo di salutarsi. «Vi chiedo quest’impegno – dice Salvini con tono pacato – in cambio vi offro la mia vita e la mia libertà: non dovete cambiare mai. Non dovete cambiare mai. Liberi, forti e senza paura! Viva Pontida, viva la Lega, viva l’Italia!», declama con tono sempre più energico. «Grande Matteo!», si solleva dalla folla commossa. E il pratone si svuota.

Tutte le foto presenti in questo articolo sono state scattate da Giovanni Cortesi.

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