
Il ghepardo si muove lentamente, ha l’aria perplessa. Intorno a lui sono piazzate una decina di jeep e un centinaio di obiettivi lo puntano. Non ci sono situazioni di pericolo, né bracconieri né occidentali con la perversione della caccia, ma certamente una situazione di stress che dovrebbe essere inusuale nella selvaggia savana.
Incontrare un ghepardo non è facile neppure al Serengeti o al Masai Mara: sono animali fragili, molto riservati e timidi rispetto ai loro arroganti cugini leoni, e tra l’altro a pericolo estinzione. È chiaro, perciò, che ci sia una certa eccitazione tra i fortunati turisti che sono riusciti ad incontrarne un gruppo. Quando osservavo il pensieroso felino che ci puntava, mi sono chiesta se io con tutte le mie buone intenzioni, io che mi reputo ambientalista, che non utilizzo l’auto, che non mangio più prodotti animali e che scelgo un viaggio il più possibile rispettoso della fauna e della popolazione locale, se anche io in mezzo a quei turisti non fossi un problema.
Sul turismo invasivo dei safari e dei game drive si sta discutendo molto. E credo che una discussione su regole di comportamento da tenere sarebbe necessaria. Forse anche una sana discussione sui numeri. La popolarità di questo tipo di vacanza negli anni è cresciuta, così come è cresciuta l’offerta da parte di agenzie anche locali che hanno portato con sé opportunità di lavoro e di studio per i locali così come un sistema per finanziare la salvaguardia dell’ambiente e degli animali.
Tuttavia, non dobbiamo sottovalutare l’impatto negativo di un turismo irrispettoso, che guarda semplicemente alla soddisfazione dell’utente in barba al buon senso e alle regole di comportamento da tenere sia da parte dei turisti che da parte degli organizzatori e dello staff delle agenzie. E, credetemi, le regole ci sono. Ogni volta che torno in Africa mi domando se sto facendo la cosa giusta, se il mio contributo, in termini non solo economici, può essere positivo per gli animali da salvaguardare o se invece, nonostante la mia buona fede, contribuisca alla crescita dell’overtourism in un ambiente fragilissimo.
È un dilemma che mi porto dietro da qualche anno. Pulirsi la coscienza dividendo i turisti responsabili dai “cafoni”, pensandosi superiore a chi chiede all’autista di accelerare e inseguire gli animali fin dentro la distesa di erba, incuranti del fatto che sotto le ruota finiscano flora, nidificazioni, insetti e altri piccoli animali, non basta. Andrebbe sensibilizzato in misura maggiore chi si avvicina a questo tipo di vacanza, illustrandone le potenzialità e i pericoli nei confronti di fauna e flora; i controlli ci sono, i ranger cercano di fare il loro dovere ma il turista deve fare il suo.
Se vogliamo ammirare la bellezza dei ghepardi, o di qualsiasi altro animale, dobbiamo essere pronti a capirne l’imprevedibilità. Fotografare un animale, a maggior ragione fotografarlo in azione, non è un diritto, ma un regalo che nella sua casualità la savana può darci. Per tutto il resto ci sono i documentari di David Attenborough e le fotografie del National Geographic. La Savana nella sua immensa bellezza ci avrà comunque regalato dei momenti indimenticabili e soprattutto ci avrà ricordato che siamo solo ospiti e, in quanto tali, abbiamo il dovere di rispettarla.