La criminalità ambientale è la quarta attività illegale più grande al mondo, con una crescita che va dal cinque al sette per cento, da due a tre volte più rapida rispetto all’economia mondiale, ed è una delle principali fonti di reddito per la malavita organizzata insieme al traffico di droga, armi ed esseri umani. Solo in Italia abbiamo 97,2 ecoreati al giorno, quattro ogni ora, con un aumento di oltre il quindici per cento nel 2023 rispetto all’anno precedente e un fatturato da 8,8 miliardi per gli ecomafiosi.
Anche se i numeri italiani sono molto elevati, non costituiscono un unicum nel panorama internazionale. Secondo l’Unep, l’agenzia Onu per la protezione ambientale, dall’inizio del secolo il nostro pianeta è stato testimone di oltre 2500 disastri ambientali di dimensioni estese, tanto che anche papa Francesco ha tuonato: «La Natura è schiava degli abusi dell’Uomo».
Le interconnessioni dei mercati globalizzati sono diventate un’occasione ghiotta per i criminali e spesso offrono protezione e garanzia di impunità grazie a sistemi societari simili a matrioske capaci di far disperdere le tracce del sistema malavitoso. La criminalità è abituata a considerare la Natura come un capitale da sfruttare, ma spesso hanno questa visione anche le società legali, nelle loro azioni e nel modo in cui portano avanti i propri investimenti.
Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, nel 2011 sostenne che «è ora di ammettere che il capitale naturale e il capitale umano hanno lo stesso valore del capitale finanziario». La direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente approvata nel febbraio 2024 sembra rispecchiare in pieno questi moniti: essa fissa norme minime a livello europeo sulla definizione dei reati e delle sanzioni, sostituisce la precedente normativa, che risale al 2008, e si applica ai reati commessi all’interno dell’Europa, con la possibilità, per gli Stati membri, di estendere la loro giurisdizione al di fuori del territorio comune.
Così l’Europa ha inteso mettersi al passo della criminalità ambientale e ha messo in campo uno strumento per bloccarne l’avanzata. Si è dovuta aggiornare, insomma, e ha aumentato le fattispecie di reati ambientali penali da nove a venti, includendo le principali azioni criminali nell’era della globalizzazione, per le quali occorrono anche strumenti di indagine più performanti e nuove sanzioni: gli incendi boschivi su larga scala; la raccolta, il trasporto, il recupero o lo smaltimento dei medicinali e dei rifiuti pericolosi, tra cui i materiali radioattivi; il riciclaggio delle navi e i loro scarichi di sostanze inquinanti.
È prevista una pena specifica anche per l’installazione, l’esercizio o lo smantellamento di un impianto in cui è svolta un’attività pericolosa o che abbia contenuto sostanze pericolose. È punita la contaminazione delle acque superficiali o sotterranee, e sembra assurdo che non lo fosse prima. Viene anche punito il commercio di legno illegale. I siti protetti diventano ancora più sicuri per gli ecosistemi e gli animali, perché nel mirino della legge c’è qualsiasi azione che provochi il deterioramento del loro habitat.
Sulla carta, Capo Teulada è un sito protetto, anche dalla normativa europea. I singoli trasgressori, compresi i rappresentanti e i membri dei consigli di amministrazione delle aziende, potranno essere condannati a pene detentive fino a dieci anni, a seconda della gravità del reato. Affinché le sanzioni siano efficaci, i colpevoli saranno tenuti a ripristinare l’ambiente che hanno distrutto e a risarcire i danni.
Le aziende potranno subire ammende fino al cinque per cento del loro fatturato mondiale o fino a quaranta milioni di euro. Viene introdotta poi una norma che protegge gli informatori, cioè coloro che custodiscono i segreti di chi inquina e decidono di collaborare con la giustizia. Ci si aspetta una nuova e proficua stagione di indagini. Enfaticamente su alcuni giornali è stato scritto che la direttiva europea ha introdotto anche il reato di ecocidio. Ma non è così, pur segnando una svolta importante in tal senso.
