Flora e foglieUn incontro fatto di domande facili e risposte impossibili

Lei, esperta di floricoltura, è a sviluppo verticale, geometrica e fitomorfica: belle linee ascendenti, poi tutto un groviglio sinuoso di braccia, di mani, di dita, di gesti vorticosi

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Arrivato a Campo de’ Fiori da Via de’ Giubbonari ho rallentato il passo. Così come in alto mare metti in folle, fermi l’elica e la tua barchetta a motore fa quel balzo nella calma e si lascia andare e entra in intimità d’altura con il mare, ecco, così scivolavo. Dovrei dire come ai vecchi tempi, ma erano giovani quei vecchi tempi, e in quei tempi giovani si sarebbe vista la mia pinna dorsale solcare il selciato, quasi disselciarlo spartendo sampietrini a destra e sinistra. 

Insomma, rallento il passo, percorro il lato sinistro (alla sinistra di Giordano Bruno), raggiungo il lato corto in fondo, giro intorno alla fontana e torno un poco indietro sul lato destro, solo un poco perché svicolo con morbidezza in Via dei Baullari (con in mezzo Piazza del teatro di Pompeo; lo dico perché, che strano, questa breve via ha bisogno a un certo punto di un memento: ricorda che non puoi nasconderti nei vicoli), questa via che mi fa sentire finalmente solo anche se c’è gente (e c’è gente nell’un senso e nell’altro). 

Esco su Corso Vittorio Emanuele che quando è assolato può essere abbacinante, faccio pochi metri a sinistra, attraverso, sono a Piazza di San Pantaleo, più un’ansa che una piazza, entro in Via della Cuccagna, piuttosto un vicolo, ma che nome. Davvero, spesso iniziava da lì la cuccagna, o si aveva l’impressione che da lì si entrasse, a sera tarda, nel paese della vita godereccia, dello scialo di sé, perché da lì s’entrava a Piazza Navona, con al centro davvero l’albero della cuccagna, l’obelisco zampillante sulla fontana dei Quattro Fiumi.

Come oggi portano a spasso i cani, qui si veniva a portare a spasso il cervello, al guinzaglio, ora corto ora lungo ora estensibile; e c’era anche chi lo sguinzagliava (e quanti cervellini scappavano dalla piazza per essere arrotati in corsa e spiaccicati, credo volontariamente). 

Non somiglia forse, il cervello, al più frivolo dei cagnolini, il barboncino? Guardatelo, ovviamente illustrato: l’aspetto soffice e riccioluto, il culetto del cervelletto, la codina del midollo spinale. Poi pare che sia molto intelligente, il barboncino.

Ho superato la Fontana del Moro, sono all’altezza della quarta e quinta panchina di marmo (non distanti tra loro: li ho conosciuti, li ho conosciuti tutti, questi sedili, queste panche di pietra). Sono in campo aperto.

Sono infatti colpito dal mio nome, me lo ha lanciato addosso una voce. Sono qui tra due Chiese, due maiuscole Chiese, e sento la chiamata. Strano come si intuiscano le evenienze. Penso che sia lei: è lei. Abbiamo, alle volte, la capacità di leggere quello che è tutto scritto, anche piccole scenette. 

Lei si avvicina con le braccia aperte oscillando come se dovesse afferrare davvero un barboncino sguinzagliato, sorride molto: «Ma sei sempre qui?»

«Sì, sempre, sono un abitudinario, dopo una trentina d’anni dall’ultima volta, sì, eccomi sempre qui.» 

«Anch’io ci torno spesso, non ricordo quando è stata l’ultima volta, è passato tanto tempo.»

Parliamo come se avessimo la certezza di non essere ascoltati, nemmeno da noi.

«Da quanto, come stai, cosa fai?». È la giornata delle risposte difficili alle domande facili.

Flora. Non è il suo nome. Ma già da allora era esperta (oggi, lo so, è una grande esperta) di ‘fiori nell’arte’, organizza mostre di floricultura, la cultura del fiore in vaso, in ghirlande, in addobbo, in natura, in pianura, in alta montagna, dipinto ma anche scolpito, in arazzo, mosaico, punto a giorno. 

Insomma, l’ho sempre chiamata Flora. Le è sempre piaciuto che la chiamassi così. Le è sempre piaciuto, anche adesso, ripetersi: «E tu ti occupi sempre di fogliame? Foglie al vento, foglie cadute, foglie di fico, foglie sparse. Ci scrivi sempre sopra, lo so.»

Non ci baciamo, perché non ci siamo mai dati baci di saluto sulle guance. Ci guardiamo soppesandoci con gli occhi, che sono veramente due scodelline di bilancia, cerchiamo di capire quale s’abbassa e da che parte. 

Lei è a sviluppo verticale, geometrica e fitomorfica: belle linee ascendenti, poi tutto un groviglio ovviamente floreale di braccia, di mani, di dita, di gesti vorticosi. È anche spigolosa nei gomiti e nelle ginocchia, spigoli dei quali è gradevole sentire la pressione. Il piacere di distendere le gambe tra le gambe di un tavolino déco alto e slanciato.

Ecco qua che riconosco il gesto: il palmo della sua mano sul mio petto, proprio sul petto mio perché sono come al solito un po’ sguaiato e porto la camicia aperta fino al terzo bottone. E riconosco anche questo gesto: infila nell’asola quel terzo bottone e mi da un po’ una sistemata. Tutto con una mano sola. Ha proprio il tocco della fioraia di gran classe. 

Ricordo che abbottonavo la camicia in maniera asimmetrica, i bottoni in asole non loro, perché lei me la sbottonasse e me la riabbottonasse. Quei tocchi addosso facevano vibrare d’ebbrezza il barboncino ribaltato a pancia in su nel mio cranio.   

Non può parlare che lei, io posso solo ascoltarla: «Me lo sentivo, oh sì me lo sentivo, me lo sentivo di vederti oggi, sì, me lo sentivo.»

Intorno a noi la gente va e viene parlando di Bernini e Borromini. Lei mi illumina. I presagi. Ma sì, comprendo adesso, noi presagiamo tutto, tutto un repertorio di premonizioni, un cartellone quasi infinito, un catalogo quasi illimitato. E quando uno solo di questi presentimenti si esibisce in realtà, sì, possiamo dirlo che noi lo presentimmo. Possiamo dire: me lo sentivo. E in quel momento sappiamo che è vero. Se non accade ce ne dimentichiamo, anzi non sentiamo nulla. 

«Che ne sarà di noi?». Flora, non lo so. Ultimamente non so rispondere alle domande né ci provo. Sai quando si sente dire “le dobbiamo fare qualche domanda, è una formalità”. Ecco, Flora, le domande e le risposte sono una formalità, un ossequio, forse un omaggio alla prassi abituale. Se aggiungo “non credi?” senti quanto questa domandina è vilmente formale? E anche questa è un’altra domanda. Non domandiamoci niente, Flora. Anzi, nemmeno rileggo, invio subito al giornale (con dentro eventuali sviste, chissà).

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