
Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Avete presente le posizioni estreme della Lega sulla mobilità? Elevatele al quadrato, forse anche al cubo, e otterrete il partito chiamato “Automobilisti per se stessi” (Motoristé sobě), con una sigla (Auto) e un logo (un volante) che raccontano una parte importante di questa storia. Su Instagram indica i risultati elettorali – 6,77 per cento alle ultime parlamentari in Repubblica Ceca – con una freccia sul tachimetro e ha un programma fondato sul diritto a sgasare in libertà con auto inquinanti, molto inquinanti. Il suo bersaglio principale è, senza troppe sorprese, l’obiettivo europeo sul divieto di immatricolare nuove auto a diesel e benzina dal 2035.
Gli Automobilisti per se stessi non possono essere trattati come un manipolo di estremisti di destra invasati e fuori dalla realtà: sarebbe troppo comodo e semplice, perché la proliferazione di queste forze politiche spiega fedelmente il rapido riposizionamento dell’ecologismo nell’immaginario collettivo europeo.
Come anticipato, hanno sfiorato il sette per cento alle elezioni parlamentari del 3-4 ottobre, ottenendo – per fare un paragone vicino a noi – un punteggio simile a quello di Alleanza Verdi Sinistra in Italia alle europee del 2024. Ora l’ex primo ministro sovranista Andrej Babis – con il suo partito Azione dei cittadini insoddisfatti (Ano) ha vinto nettamente, senza però ottenere la maggioranza – cercherà il loro sostegno per formare l’ennesimo governo che tenterà di affondare ciò che è rimasto del Green deal dell’Unione europea.
Nato nel 2022, il partito degli Automobilisti per se stessi è una sorta di meme diventato realtà. Nessuno, all’inizio, li prendeva sul serio, ma le loro campagne locali contro le ciclabili e le Zone 30 a Praga hanno subito attirato l’attenzione dei cittadini più conservatori.
La capitale della Repubblica Ceca è una metropoli europea, e in quanto tale ha vissuto un periodo di proteste contro il dominio dell’automobile all’interno dello spazio pubblico urbano. Gli Automobilisti per se stessi sono usciti dal guscio etichettando come «estremisti» tutti coloro che scendevano in piazza per chiedere più sicurezza per le persone in bici e a piedi. Si sono iscritti alla gara a chi la sparava (e spara) più grossa, cavalcando un sentimento anti-ecologista diffuso in tutta Europa. E per ora sono nel gruppo di testa.
Sulla scia del modello leghista, per gli Automobilisti possedere una macchina e usarla in libertà – rifiutando ogni principio di condivisione delle strade – equivale a esercitare il diritto al lavoro. Il mezzo inquinante viene concepito come un simbolo di libertà individuale minacciato dagli «ecologisti fanatici» di Bruxelles. Il problema è che queste posizioni hanno attecchito, uscendo dai confini dell’area urbana della capitale.
Nel 2022, durante la campagna elettorale per le elezioni comunali a Praga, gli Automobilisti hanno promesso di rendere gratuita la metropolitana (fino a qui tutto bene), di cancellare quasi tutte le piste ciclabili e di risparmiare sulla cultura per costruire nuove strade, parcheggi e altre infrastrutture favorevoli alle auto. Per la cronaca: la Repubblica Ceca, con quasi seicento veicoli ogni mille abitanti, è il settimo Paese più motorizzato dell’Unione europea (l’Italia è prima) e ha visto il numero di macchine aumentare rapidamente tra il 2012 e il 2022. In ogni comizio e intervista, gli esponenti del partito non hanno mai perso l’occasione per accusare il centrosinistra di bullismo nei confronti delle persone in auto. Il risultato, però, non è stato eccelso: 540.209 voti, 2,29 per cento e nessun posto in consiglio comunale per non aver raggiunto la soglia del cinque per cento.
L’exploit è arrivato due anni dopo, alle elezioni europee, soprattutto grazie all’alleanza con il movimento anti-europeista Přísaha (in italiano “giuramento”) e alla candidatura del trentanovenne Filip Turek (nella foto in apertura), ex pilota automobilistico e influencer con una “particolare” passione per i cimeli riconducibili al nazismo.
La lista con Automobilisti per se stessi e Přísaha ha chiuso la tornata elettorale europea al terzo posto (10,3 per cento) in Repubblica Ceca, ribaltando pronostici e sondaggi. E Filip Turek, nominato presidente onorario del partito, è stato eletto al Parlamento europeo, dove – tra le altre cose – ha lavorato nelle commissioni sull’ambiente e l’industria. A Bruxelles, gli Automobilisti sono nello stesso gruppo politico della Lega (Patrioti per l’Europa), presieduto da Jordan Bardella del partito di estrema destra francese Rassemblement National. Petr Macinka, leader del partito ceco, è stato tra gli ospiti del penultimo raduno leghista di Pontida, dove ha inveito contro i migranti ed elogiato Salvini su ogni fronte.
Michal Kormanak, analista politico di Ipsos, ha detto a Balkan Insight che la definizione dell’identikit dell’elettore medio degli Automobilisti è la «questione del decennio». Secondo le prime analisi successive alle elezioni europee del 2024, il partito avrebbe raccolto i voti di molti cittadini che si erano astenuti alle parlamentari del 2021. La distribuzione del consenso è inoltre apparsa piuttosto omogenea all’interno del territorio nazionale. Il 3 e 4 ottobre di quest’anno, però, gli Automobilisti sono andati male nelle due città principali (5,16 per cento a Praga e 3,59 a Brno), raccogliendo più voti nei piccoli centri.
Secondo Kormanak, gli elettori del partito potrebbero rappresentare un «mosaico di insoddisfatti ed eterni cercatori di alternative, appassionati di auto e nostalgici degli anni Novanta». Gli analisti sostengono che la crescita degli Automobilisti derivi dalla chiarezza della loro piattaforma politica, totalmente incentrata sulla demonizzazione della mobilità sostenibile e delle norme europee sull’automotive. Anche la figura di Filip Turek, che in Repubblica Ceca è famosissimo e ha 258mila follower su Instagram, ha aiutato il partito a uscire dalla nicchia grazie a una comunicazione pratica, aggressiva e machista.
Resta interessante il fatto che un partito nazionale sia riuscito a ottenere risultati del genere puntando così tanto sulla mobilità, un tema solitamente più cavalcato a livello locale. La narrazione proposta da Turek, Macinka e soci riesce tuttavia a toccare dei nervi scoperti all’interno di una cittadinanza intimorita dal cambiamento in atto: sia per una questione economica (il costo della vita è stato un altro tema centrale in campagna elettorale), sia per una questione culturale. Una strategia politica subdola ma purtroppo efficace, perlomeno nel breve periodo.