Razionalità ecologica La valle del Gran Paradiso va ascoltata, non urbanizzata

L’urgenza della messa in sicurezza dopo l’alluvione del 2024 rischia di portare soluzioni estranee al contesto, che potrebbero alterare per sempre l’equilibrio di Cogne e di tutto il territorio

Cogne (Wikimedia Commons)

«Il destino delle montagne è tornare pianure, una pietra dopo l’altra, un’alluvione dopo l’altra», mi dice laconico il forestale-geologo Giorgio Elter, davanti alla sua azienda agricola affacciata sul Gran Paradiso. Capisco subito di aver fatto la domanda sbagliata: capire cosa sta accadendo alle nostre montagne significa attraversare ere geologiche prima di atterrare nel presente. E per Elter, ciò che noi percepiamo come emergenza – piogge torrenziali, frane, torrenti in piena – è solo un frammento di un processo che dura milioni di anni. Meglio allora prendere le misure, prendere fiato e osservare con serenità quello che accade attorno a noi. 

Il suo messaggio è chiaro: le montagne si muovono, hanno vita propria, alluvioni e smottamenti fanno parte della loro fisiologia. Siamo noi, terrestri con scarsa cognizione geologica e grande fragilità, a dover imparare a convivere con gli ambienti che cambiano. Elter mi spiega che la Valnontey – splendida valle nel Parco Nazionale ai piedi del massiccio del Gran Paradiso – poggia su depositi morenici instabili, vulnerabili a erosione e trasporto solido. Ciò che chiamiamo “dissesto” non è necessariamente un male: è l’evoluzione naturale delle montagne. 

Mica facile, là dove il turista magari vede una rovina, lo studioso riconosce un nuovo assetto, nato da un franamento che verrà poi ricomposto nel tempo dalla natura. Una natura che però interagisce con l’uomo e le sue azioni. Paolo Rey, fotografo di Cogne, mi mostra le immagini della valle dall’inizio del Novecento; in quella sequenza di immagini il torrente, un tempo sinuoso, appare progressivamente raddrizzato, incanalato, imbrigliato. Il torrente somiglia a un ragazzo ribelle piegato con la forza a un ordine che non gli appartiene. Non è forse in questa forzatura che si nasconde la sua attuale furia distruttrice?

Le giovani valli alpine sono le più instabili, e la crisi climatica, che concentra piogge violente in brevi periodi dell’anno, ne amplifica la fragilità. Alluvioni lampo, frane improvvise, rottura di argini: il rischio cresce in un contesto già saturo di detriti e rocce. Quando la pioggia si fa intensa, i torrenti non trasportano a valle soltanto acqua ma anche sedimenti, massi, materiali di ogni dimensione. Gli esperti lo chiamano “trasporto solido”. È questo miscuglio a minacciare davvero i nostri insediamenti. Il nodo non è quindi solo la quantità d’acqua in sé, ma la combinazione di acqua e detriti che il torrente scarica a valle. 

Come è accaduto quel tardo pomeriggio del 29 giugno 2024, a Valnontey. L’acqua ha in poco tempo ridisegnato il paesaggio: ha sommerso il campeggio, travolto argini, trascinato a valle detriti e interi pezzi di montagna, cancellato sentieri e piste da fondo. Cogne è rimasta isolata per settimane. Le immagini hanno fatto il giro d’Italia, mostrando la vulnerabilità di uno dei paesaggi alpini più iconici. Qualcuno ricorderà la fantasiosa proposta della ministra del Turismo, Daniela Santanché: portare i turisti in elicottero per salvare la stagione estiva. Nessuno, laggiù, in quei giorni ha sorriso.

Ma al di là delle battute, la questione è seria. Se vogliamo vivere in sicurezza sulle nostre montagne dobbiamo familiarizzare con il rischio, uscire dalla logica dell’emergenza, trasformare l’esperienza locale in sapere condiviso. Ma come possiamo convivere con un paesaggio in continuo mutamento? Come proteggere le comunità e il turismo senza tradire la montagna?

Dalle ere geologiche dobbiamo scendere alla cronaca. Nove mesi dopo l’alluvione, sui social è comparso un rendering della ditta Sertec (che ha seguito la progettazione della strada di Valnontey con i sottoservizi e ha fatto i rilievi) con la proposta di “riqualificazione” della valle. È un video che ha sconcertato molti, sia per le soluzioni tecniche proposte, sia per lo stile comunicativo. Il progetto prevede la demolizione del ponte costruito negli anni Novanta su disegno storico e la costruzione di un nuovo ponte carrabile, più a valle, alto e imponente, accompagnato da un rafforzamento degli argini e da un riadeguamento idraulico imponente.

Il progetto include una zona a traffico limitato e pedonale, un’autorimessa interrata, un parcheggio per pullman, nuove piantumazioni alpine, la valorizzazione del verde esistente, percorsi senza barriere architettoniche. Lo stile del rendering sembra voler trasferire in montagna una città di pianura: il ponte appare sproporzionato, dal forte impatto ambientale, le forme estranee al contesto.

Sorprende soprattutto la retorica urbana che invade il lessico e l’immaginario alpino: “arredo urbano”, “isole pedonali”, “parcheggio interrato”. Sono parole che potrebbero descrivere la rigenerazione di una fabbrica abbandonata, non un alveo torrentizio tra prati e detriti morenici. Fa impressione immaginare una galleria-parcheggio di quelle dimensioni in una delle cornici più fragili e preziose delle nostre montagne. Ma se a guidare il progetto è una logica emergenziale, tutto diventa possibile.

La reazione degli abitanti non si fa attendere. Nel luglio 2025 il comitato appena nato promuove un convegno dove studiosi e tecnici convergono sul fatto che non basti “mettere in sicurezza” la frazione, ma serva una visione, un progetto di paesaggio, che preveda la manutenzione e il restauro del ponte storico, la rinaturalizzazione dell’alveo e più attenzione agli effetti della crisi climatica.

Stupisce che la querelle cognina abbia al suo centro l’esile ponte di legno della Valnontey, passato indenne alla piena. Perché rimuovere proprio il ponte che ha dimostrato la sua resistenza sul campo? Lo guardo e lo riguardo, come non lo avevo mai guardato, da quando è il maggior indiziato nella cronaca in valle. Quel piccolo ponte è il fulcro visivo della prospettiva di valle, un piccolo arco in legno che attraversa il torrente sceso dal Gran Paradiso. Semplice, sobrio, resistente, è un testimone silenzioso delle acque impetuose e del tempo che passa.

Tutti mi dicono di parlare con Luca Gerard, il progettista del ponte, l’ingegnere che faceva ancora i conti a mano, il poeta dello spazio, studioso di ponti storici in legno e conoscitore della risposta dei materiali alle prove della montagna. È orgoglioso che il suo ponte abbia retto quasi incolume alla piena ma ha il solo rimpianto, che mi confida a mezza voce, di non essersi opposto con più decisione al consolidamento degli argini, proprio in quel punto dove oggi il torrente è tracimato, realizzati dopo l’alluvione degli anni Novanta. La parte destra dell’argine andava lasciata libera. A stupirmi non è solo la competenza ma una certa sapienza sulla montagna. 

I ponti sono sempre punti critici. E non solo per ragioni statiche. Restringono l’alveo e rallentano l’acqua, i detriti lì si accumulano, i tronchi possono bloccarli: la sicurezza assoluta è un’illusione. Nelle situazioni estreme, un ponte deve poter essere aggirato dalla piena senza danni o addirittura deve farsi travolgere. Il torrente ha una pertinenza molto più ampia delle immediate sponde di case e infrastrutture. Gli interventi tradizionali – argini a monte e a valle, restringimenti artificiali, protezioni di piste, parcheggi e stalle – spesso peggiorano il problema: il materiale riportato in sponda viene presto ripreso dal torrente, in un circolo vizioso che aumenta il rischio. 

La questione non può ruotare tutta intorno al ponte; urge un pensiero largo che si estenda alla valle, che deve poter restare allagabile (alluvionabile, vorrei dire con un neologismo), saper accogliere le eventuali piene, dissiparne la forza e i detriti a monte. Se non alla(r)ghiamo lo sguardo non capiremo, né risolveremo il problema. 

Area alluvionale e progetto di paesaggio possono convergere in un disegno unitario, ecologico, paesaggistico e di tutela delle persone. Questo sembrano dire le sperimentazioni più evolute d’Europa. In ambito urbano si parla sempre più spesso di città-spugna, un’idea che lavora sulla permeabilità dei suoli e su soluzioni come water squares o rain gardens, che trattengono temporaneamente l’acqua e riducono la pressione sui sistemi di drenaggio. Nei contesti extraurbani, concetti come floodplains, room for the river o areas of controlled flooding prevedono la restituzione ai fiumi dello spazio necessario, consentendo esondazioni controllate a monte e riducendo il rischio a valle. Nei contesti alpini il tema è ancora accolto con qualche resistenza. 

Ci troviamo di fronte a due visioni profondamente intorno alla gestione della natura. La prima, che potremmo definire tecnocratica-ingegneristica, pensa di poter ingaggiare una lotta con la natura, alzando argini, ingabbiando fiumi, linearizzando i torrenti, urbanizzando la valle.

La seconda opta per una razionalità ecologica, che accetta complessità e imprevedibilità e che apre ad una logica di sistema ambientale e interagisce con il cambiamento climatico in ottica collaborativa e di adattamento.

Non si tratta solo di governare o fare spazio al fiume. Le valli fluviali hanno una funzione idraulica naturale, assorbono e rallentano le acque durante eventi estremi, riducono i picchi di piena a valle, filtrano sedimenti e nutrienti, migliorano la qualità dell’acqua, favoriscono biodiversità e servizi ecosistemici. Guardano ai fiumi con approccio diverso. Forse il fiume non è una materia bruta inanimata, né qualcosa da soggiogare, né un mero fornitore di servizi, ma un essere vivente che si ammala, muore e vive, come racconta Robert MacFarlane nel suo ultimo libro “È vivo un fiume?” (Einaudi, 2025). E il nostro destino è legato al suo. La scelta tra queste due logiche è culturale e tecnica insieme, in gioco c’è la sicurezza idraulica, ma anche la qualità ecologica, la fruizione del paesaggio e l’identità dei luoghi.

Ogni visione riduzionista che ha pensato che il fluire d’acqua fosse illimitato – un rubinetto da aprire e chiudere a seconda della necessità – un ente che dispensa e che smaltisce i nostri rifiuti, un fornitore di servizi, appare oggi problematica e richiede una nuova visione.

Alle polemiche suscitate dalla proposta il Comune di Cogne e il sindaco Franco Allera (in carica fino all’elezione di Denis Truc a fine settembre) hanno risposto con una maldestra retromarcia, avviando un concorso di idee per la riqualificazione della zona che lascia aperte tutte le opzioni, e mano libera all’amministrazione di decidere e di mantenere la collaborazione con Sertec (a cui avrebbe già affidato con delibera la progettazione esecutiva di strada, ponte, piste e sottoservizi). 

Le proposte potranno mantenere o spostare o ricostruire altrove il ponte. Creare percorsi accessibili, spazi di socializzazione, elementi di comunicazione e servizi accessori (cartellonistica, totem, installazioni, piazzette, panchine, spazi culturali, parcheggi). Il bando è così vago che cinque ordini professionali hanno espresso le loro più che condivisibili perplessità (Ordine degli architetti, ingegneri, agronomi e forestali, geologi, periti industriali e geometri). 

Il rischio concreto è che l’urgenza della messa in sicurezza porti soluzioni estranee al contesto, che potrebbero alterare per sempre l’equilibrio della valle. Mi pare prefigurare il classico “piede nella valle”, per un’apertura a nuove e problematiche opere urbanistiche. Da qualche settimana a Cogne è in carica un nuovo sindaco, Denis Truc, che ha manifestato la sua contrarietà al progetto presentato nei mesi scorsi. Quale direzione prenderà la nuova giunta?

Non si tratta di una questione solo locale. Valnontey non è un villaggio alpino come un altro, è un bene comune unico, patrimonio di natura, storia e cultura. E il Gran Paradiso può attendere davvero la soluzione lungimirante e rispettosa della sua storia, senza fughe in avanti prive di senso. Una soluzione va cercata, ma richiede cultura tecnica e visione insieme, capace di togliere e non solo aggiungere, di dare valore a quello che altrove non troviamo più: un habitat dove l’uomo può scoprire – per contemplazione – di essere legato da sottilissimi fili agli animali, alla flora, alle acque. Il dibattito dovrebbe uscire al più presto dalla dimensione solo locale. 

Conosco questa valle dal numero di anni che ho vissuto, ma ne ho capito tutta la portata spirituale solo entrando a casa di Barbara Tutino che vive nell’ultima vera casa del paese. Non è solo questione di vista – la più bella della valle – ma di coscienza e di sentimento del luogo, della sua storia fragile e potente. Barbara vive qui tutto l’anno dal 1982, anche quando la neve seppellisce il paese. Fino alla fine degli anni Novanta, in inverno erano solo tre abitanti, poi due: Luigi Truc e lei. La sua casa in legno e pietra consente un viaggio nel passato, tutto sembra stare lì da sempre, i libri, le sue opere d’arte, i mobili di legno. Animatrice generosa della battaglia contro il nuovo ponte, mi piace pensarla come l’ultima custode: finché c’è lei, forse, tutta questa bellezza sarà salva.

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