
Alla fine ha vinto la diplomazia. L’accordo di pace è stato siglato da Israele e Hamas, e così è stato premiato lo sforzo del presidente americano Donald Trump, dei Paesi arabi che hanno scommesso sulla pace – a cominciare dall’Egitto, dai firmatari degli Accordi di Abramo (Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti) – e anche dal Qatar, storico finanziatore e sostenitore della Fratellanza Musulmana e Hamas.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha posto il veto al dispiegamento di soldati turchi nella Striscia e alla liberazione del pluriergastolano (e pluriomicida) Marwan Barghouti, ma ha incassato un accordo che permetterà la liberazione di tutti gli ostaggi e il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza.
Il Piano di Pace è un buon piano: la guerra a Gaza, con le molte vittime civili, finisce; Hamas sarà disarmata e la leadership restante potrà andare in esilio nei Paesi disposti ad accoglierli (a cominciare dal Qatar); i venti ostaggi ancora in vita lunedì prossimo torneranno a casa, e saranno liberati circa duemila detenuti palestinesi, inclusi un numero rilevante di condannati all’ergastolo.
Israele si ritirerà progressivamente da Gaza e la Striscia sarà governata da un’autorità di transizione, la cui sicurezza sarà garantita da una Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf), formata principalmente da soldati dei Paesi arabi moderati, con la creazione di una forza di polizia palestinese, già in via di formazione in Egitto.
La popolazione palestinese non verrà espulsa dalla Striscia, e chi vorrà lasciarla temporaneamente potrà ritornarvi, smontando così anche la narrazione di una seconda e imminente “nakba”. Giungeranno in modo massiccio gli aiuti umanitari e partirà la ricostruzione.
Il governo di Gaza sarà gestito da esponenti palestinesi non legati alle forze politiche radicalizzate, e la nuova realtà che nascerà potrebbe dare impulso anche alle necessarie riforme democratiche dell’Autorità Nazionale Palestinese.
È solo un primo passo, ancora pieno di insidie, ma vince la pace e vengono sconfitti quanti ancora scommettevano su instabilità e terrorismo, a cominciare dal regime di Teheran e dalla rete globale della Fratellanza Musulmana.
La fine di Hamas e con essa del progetto omicida di “estirpare il cancro sionista dal fiume al mare” è una buona notizia per tutto il Medio Oriente e soprattutto per la popolazione palestinese, che potrebbe finalmente intravedere la possibilità di una statualità palestinese in pace e sicurezza con Israele.
La scommessa va ben oltre Gaza. Stabilità e sicurezza possono aprire una nuova stagione di pace e sviluppo in Medio Oriente.
Potrà riprendere il dialogo tra Israele e Arabia Saudita nel quadro degli Accordi di Abramo, e una pace definitiva tra Israele e il regno di Riyadh sarà il vero “game changer” della regione.
In questo contesto potrà anche finalmente decollare il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec), quella straordinaria connessione via mare e terra tra India, Golfo, Israele ed Europa, alternativa alla Via della Seta delle autocrazie di Cina, Russia e Iran.
Ma ci sarà anche un grande lavoro da fare in Italia e in Europa: per contribuire allo sviluppo di Gaza e al sostegno delle iniziative di sicurezza (bene ha fatto il ministro Guido Crosetto a dichiarare la disponibilità dell’esercito italiano in tal senso), ma anche per vincere una necessaria battaglia politica e culturale.
Il definitivo sdoganamento dell’antisemitismo degli ultimi mesi ha cambiato il panorama europeo e le condizioni del vivere civile nelle città della vecchia Europa.
Solo tre giorni fa Davide Piccardo, leader del Caim (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano), ha esaltato il pogrom del 7 ottobre, augurando pubblicamente un «buon 7 ottobre» ai suoi seguaci; e la cosiddetta Special Rapporteur sui Territori Palestinesi, Francesca Albanese, ha diffuso odio e disinformazione contro Israele in prima serata per mesi, conducendo una campagna di de-umanizzazione degli ebrei e dello Stato di Israele, definendo il piano di pace, che tutti stanno festeggiando a Gaza come a Gerusalemme, una «trappola» e un «progetto coloniale».
La prospettiva di pace, sviluppo, stabilità e sicurezza sta emergendo in un Medio Oriente che sembrava fino a ieri immutabile.