«Tutti ci rendiamo conto che l’Ue ha bisogno di un quadro fiscale semplice, moderno, funzionale, che sostenga l’imprenditorialità e la coesione sociale, che contrasti l’elusione fiscale». Ha aperto così la seduta il deputato cipriota Michalis Hadjipantela, promotore della relazione “The role of simple tax rules and tax fragmentation in European competitiveness”, sull’influenza della frammentazione fiscale sulla competitività. Raccoglie il parere favorevole del Parlamento, che all’appello nominale vede quattrocentonovantanove favorevoli, sessantasei contrari e cinquantatré astenuti.
L’obiettivo è ambizioso se calato in un continente frammentato per antonomasia e danneggiato dalla presenza di paradisi fiscali anche al suo interno. Prosegue lungo la strada indicata dalle raccomandazioni del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, stilato lo scorso anno.
Un coordinamento da realizzare anche attraverso il ventottesimo regime, volontario e favorevole, per le imprese europee che se ne volessero avvalere. Seconda bussola: i risvolti della Relazione Letta. La frammentazione non è solo un problema di principio, bensì un freno all’iniziativa economica, in particolare delle piccole e medie imprese (Pmi).
Il difficile equilibrio su cui camminano i ventisette si regge sulla necessità di garantire equità fiscale, pari condizioni a lavoratori e imprese, senza soffocare innovazione e investimenti. Occorre agire con rapidità per evitare «un lento e doloroso declino» per l’Unione, come dichiarato dall’ex numero uno della Bce, l’unica via per rendere l’Europa protagonista e non spettatrice.
«Le divergenze tra le norme fiscali nell’Ue rappresentano un ostacolo significativo alla realizzazione di un vero mercato unico, […] il quadro fiscale dell’Ue deve rispettare rigorosamente i principi di sussidiarietà e proporzionalità, nonché la cooperazione, per ridurre i costi di conformità per le imprese», si legge nella relazione presentata al Parlamento europeo. Sono i valori cardine che guidano il processo di armonizzazione dei sistemi amministrativi e normativi della fiscalità comunitaria.
Il passo in più avviene con il riconoscimento della digitalizzazione, fra cui l’intelligenza artificiale, come strumento per facilitare, dunque alleviare gli oneri di conformità, caricati troppo spesso sulle spalle delle Pmi. Secondo le stime più recenti, i costi totali per raggiungere l’uniformità fiscale, in Unione europea e Regno Unito, ammontano a duecentoquattro miliardi di euro, pari all’1,3 per cento del loro Pil combinato. Uno spreco di fronte alle sfide sociali e geopolitiche cui è chiamata. Di questi, le microimprese ne sostengono l’ottantasette per cento e le piccole il dieci. Uno studio della Commissione, pubblicato nel 2022, ha stimato che nel 2019 le imprese consideravano l’Iva e l’imposta sulle società quelle con il più elevato onere di conformità.
Se poi si aggiunge che il livello di evasione fiscale ha raggiunto i cento miliardi di euro, lo scenario è ancor più iniquo. «Questa frammentazione dei sistemi porta a una doppia fiscalità, a svantaggio della competitività. Anche la digitalizzazione e l’automatizzazione dell’amministrazione è attesa da tanto», commenta l’onorevole Angelika Winzig del Partito popolare europeo. A cambiare, secondo il Parlamento Europeo, non deve essere solo l’impostazione fiscale ma l’infrastruttura amministrativa che la riscuote. Solo con strumenti digitali idonei e funzionari formati a tal scopo, sarà possibile implementare l’armonizzazione.
Una chiamata al rinnovamento burocratico che coinvolge anche lavoratori e imprese transfrontaliere, quelle che operano fra Stati diversi dell’Ue. Sistemi fiscali divergenti generano, infatti, costi maggiori e in condizioni di incertezza giuridica, un vera vera e propria doppia imposizione, cui gli attori economici sono ingiustamente sottoposti. Al contrario, riprendendo la Relazione Draghi: «i cittadini dell’Ue dovrebbero essere liberi di investire nei paesi membri senza oneri aggiuntivi».
Amministrazioni efficienti e coordinate per contrastare l’elusione fiscale. La Relazione impegna le istituzioni comunitarie a formulare un «hub di dati fiscali dell’Unione europea per migliorare lo scambio automatico di informazioni fiscali e ridurre gli oneri amministrativi», dove incamerare strumenti all’avanguardia, come modelli standardizzati per la raccolta e la comunicazione dei dati, da aggiungere agli accordi già in vigore.
Si tratta anche di sradicare pratiche dannose, come la pianificazione fiscale aggressiva e il treaty shopping, o lo sfruttamento di asimmetrie fra sistemi fiscali diversi al fine di ottenere un vantaggio indebito. «Il Far West e la frammentazione fiscale che tolleriamo in Europa è il primo fattore di iniquità, concorrenza sleale e perdita di competitività per i Paesi dell’Unione, è un regalo a chi sfrutta i paradisi tributari interni, le multinazionali e i grandi elusori», il commento di Gaetano Pedullà (The Left).
Si eleva il dibattito sull’inclusione dei due pilastri del quadro inclusivo Ocse/G20, per una tassazione minima globale del quindici per cento sulle multinazionali con ricavi superiori a settecentocinquanta milioni di euro annui. «L’applicazione del secondo pilastro lega le mani agli Stati membri nel momento in cui definiscono le loro politiche fiscali. Tanto più se prendiamo in considerazione che non è applicato da Cina e da Stati Uniti, paesi che rappresentano circa la metà del Pil mondiale», le critiche di Jorge Martìn Frìas, Pfe.
Un ultimo capitolo dell’armonizzazione chiama in causa gli incentivi in ricerca e sviluppo. La relazione adottata dal Parlamento chiede l’esplorazione di vari tipi di incentivi al fine di identificare il miglior rapporto fra qualità dello strumento e costo, o impatto sulle casse pubbliche. Occorrerà garantire che siano in linea con la normativa europea in materia di aiuti di Stato, per raggiungere gli obiettivi strategici prefissati, senza erodere il gettito fiscale e contribuire al rischio di evasione.