Sono trascorsi due anni dal 7 ottobre. Da allora, Eviatar David – ventitré anni, musicista, soldato, uomo di fede – è rimasto nelle mani di Hamas, prigioniero nei tunnel di Gaza. In questi mesi la sua famiglia ha vissuto tra la speranza e il terrore, tra la certezza della sua forza e la paura di non rivederlo mai più. I video diffusi lo mostrano emaciato, deprivato di tutto, ma con lo sguardo ancora vivo. Ne parliamo con Ilay David, suo fratello maggiore, che continua a lottare per la sua liberazione e per quella degli altri venti ostaggi ancora vivi.
Ilay, sono passati molti mesi dal rapimento di suo fratello. In queste settimane sono emersi nuovi video e testimonianze che mostrano Eviatar in condizioni di estrema deprivazione. Quando ha visto quelle immagini, cosa ha pensato? Cosa ha riconosciuto nei suoi gesti, nel suo sguardo?
Non ho potuto guardare tutto il video. È stato troppo. Ho visto solo alcuni brevi frammenti, ma mi sono bastati per capire. Eviatar era stato intenzionalmente affamato, ridotto quasi alla morte solo per essere usato nella propaganda. In quelle immagini c’è qualcosa di disumano e di sacro insieme: la sua resistenza. Abbiamo saputo dai rapporti medici che, in quelle condizioni, gli restavano solo pochi giorni di vita. L’unica ragione per cui è sopravvissuto è la fede. Si vede nei suoi occhi: nonostante la debolezza e la magrezza, lo riconosco. È sempre lui. Se c’è un uomo che incarna la forza attraverso la fede, quello è Eviatar.
I familiari degli ostaggi vivono in una sospensione continua tra speranza e paura. Com’è cambiato, nel tempo, il vostro modo di affrontare l’attesa? È diventata una routine di sopravvivenza o un lavoro costante per tenerlo simbolicamente presente?
Credo che sia entrambe le cose. All’inizio ci frantumava il pensiero di ciò che stava passando, poi abbiamo capito che dovevamo trovare un ritmo per sopravvivere. Ogni venerdì sera, durante il kiddush, il rito ebraico che segna l’inizio dello Shabbat, la sua assenza pesa come una ferita aperta. Suonavamo musica insieme – lui la chitarra, io il piano. Quello era il nostro momento: la musica come preghiera, come promessa. Continuiamo a suonare per lui perché sono sicuro che, anche nei tunnel, nel buio, Eviatar tiene viva la speranza di tornare a farlo con noi. E quella speranza lo sostiene tanto quanto sostiene noi.
Dagli ostaggi liberati sono arrivate descrizioni di ambienti sotterranei, oscurità, scarsità di cibo, isolamento. Lei che idea si è fatto di come potrebbe vivere oggi Eviatar? Riesce a immaginare il suo quotidiano?
Sì, purtroppo. Abbiamo raccolto testimonianze di ostaggi che sono stati con lui e con il suo amico Guy per centinaia di giorni nei tunnel. Quello che raccontano coincide con il video di agosto: un cunicolo largo un metro e mezzo, lungo undici, a trenta metri di profondità. L’aria è irrespirabile, l’umidità altissima. I terroristi mangiano accanto a loro, rubano gli aiuti umanitari, si divertono a lanciare il cibo addosso agli ostaggi o a rovesciare l’acqua per umiliarli. Non c’è luce, non c’è nulla da leggere, nulla con cui distrarsi. È un buio eterno, una prigione senza tempo. Eppure, in quella paura costante, devono trovare un modo per restare vivi.
C’è un momento, una giornata, in cui la sensazione di assenza è più forte? Come si convive con l’idea che ogni nuova notizia possa essere decisiva – nel bene o nel male?
Il venerdì sera, senza dubbio. È il giorno della musica e del silenzio. Ogni volta che accendiamo le candele penso a lui e al suono che manca. Ma cerchiamo di trasformare quella mancanza in un atto di presenza. L’attesa, però, è un campo minato emotivo. Ogni notizia può cambiare tutto. E quando l’attenzione mediatica cala, come accade spesso, è come se ci crollasse addosso un muro. Il silenzio fa male quasi quanto la paura.
Le famiglie degli ostaggi in Israele hanno costruito un legame molto intenso tra loro, quasi una seconda comunità. Che ruolo ha avuto per lei questa rete? Le ha dato forza o le ha mostrato anche i limiti della risposta istituzionale?
Entrambe le cose. All’inizio ci siamo aggrappati gli uni agli altri per non impazzire. La mia famiglia allargata – cugini, zii, zie – è diventata più unita che mai. Poi è arrivata la comunità delle famiglie degli ostaggi, e con loro migliaia di persone che non ci conoscevano ma ci hanno sostenuti. Ci dà forza vedere come molti, anche lontani da Israele o dal popolo ebraico, siano diventati paladini di questa causa. Ma è vero anche che abbiamo visto i limiti della politica, la lentezza delle istituzioni, la burocrazia che uccide il tempo dei vivi. Gli ostaggi liberati non sono tornati per guarire, ma per combattere accanto a noi. Alcuni erano con Eviatar nei sotterranei di Gaza: oggi li considero miei fratelli. Lottano per riportarlo a casa perché è anche il loro fratello.
Da osservatore diretto, come percepisce oggi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso il destino degli ostaggi? Sente che il mondo si è abituato a questa tragedia?
Sì. Ed è la cosa più dolorosa. L’attenzione è calata drasticamente dopo l’ultimo accordo di sei mesi fa, ma la situazione sul campo peggiora ogni giorno. Gli ostaggi continuano a essere torturati nei tunnel di Gaza. Ora c’è un nuovo piano – quello proposto da Donald Trump – e il primo punto, il più importante, prevede il rilascio di tutti gli ostaggi entro settantadue ore. Dobbiamo restare concentrati su questo. Dopo si potrà parlare di pace, ma prima di tutto bisogna salvare vite.
A Reggio Emilia, durante la cerimonia in cui Francesca Albanese è stata premiata, il sindaco Marco Massari ha detto che «la fine del genocidio e la liberazione degli ostaggi sono condizioni necessarie per avviare un processo di pace». Dalla sala sono partiti fischi, e Albanese ha risposto che «la pace non ha bisogno di condizioni», aggiungendo che «il sindaco si è sbagliato». Lei, come fratello di un ostaggio, come ha percepito quelle parole? E, più in generale, che giudizio dà del modo in cui Francesca Albanese ha interpretato e svolto il suo ruolo di relatrice speciale delle Nazioni Unite in questi mesi?
Penso che certe parole siano una ferita per noi famigliari. Dire che la pace non ha bisogno di condizioni è come dire che la vita di mio fratello non ha valore politico. Invece, ogni ostaggio è un essere umano: non un simbolo, non una merce di scambio. Chi rappresenta le Nazioni Unite dovrebbe ricordare che la pace vera nasce solo dal riconoscimento dell’umanità di tutti. Oggi quella umanità è sepolta nei tunnel di Gaza. E noi continuiamo a gridare che Eviatar è vivo, che ha fede e che il mondo non può più permettersi di distogliere lo sguardo.