Una notizia che cade come un macigno sulla filiera della pasta italiana: il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha annunciato l’intenzione di applicare un dazio antidumping del 91,74 per cento contro alcuni pastifici italiani, da sommare al 15 per cento già in vigore. Il conto è presto fatto: dal prossimo gennaio, portare un pacco di spaghetti o penne sugli scaffali americani potrebbe costare oltre il doppio.
La motivazione ufficiale parla di dumping, cioè la vendita di un prodotto all’estero a un prezzo inferiore rispetto al mercato interno o persino al costo di produzione. Una pratica che negli Stati Uniti viene considerata sleale, perché altera la concorrenza e mette in difficoltà i produttori locali. Secondo Washington, aziende come La Molisana e Garofalo — scelte come casi campione — avrebbero venduto pasta negli Usa a condizioni non eque. Da qui il calcolo di un margine di dumping del 91,74 per cento, esteso per analogia anche ad altri esportatori italiani.
L’effetto sarebbe devastante. L’export verso gli Stati Uniti vale circa 670 milioni di dollari all’anno e rappresenta un mercato strategico per tutta la pasta italiana, da Gragnano a Parma. Un dazio così elevato rischia di renderla inaccessibile ai consumatori americani, riducendo drasticamente le vendite e mettendo in crisi decine di aziende che sull’estero hanno costruito il loro modello di crescita.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha definito la misura «ingiustificata e sproporzionata», mentre le associazioni di categoria temono che a beneficiarne siano soprattutto i produttori che hanno scelto di investire direttamente negli Stati Uniti, come Barilla, che possiede stabilimenti oltreoceano e quindi non è toccata dal provvedimento.
La partita però non è chiusa: dopo la pubblicazione dei risultati preliminari, si aprirà un periodo di consultazione in cui l’Italia potrà presentare le proprie difese. Le aziende coinvolte annunciano ricorsi e studi indipendenti per dimostrare che i prezzi praticati non sono frutto di dumping ma del semplice gioco della concorrenza globale.
Il rischio, quindi, non è quello di svuotare i piatti degli americani, che continueranno a consumare pasta come sempre, ma di spostare il mercato verso chi produce già negli Stati Uniti. Aziende come Barilla o i produttori americani di pasta secca potrebbero rafforzare le proprie posizioni, mentre i pastifici italiani esportatori vedrebbero chiudersi un canale fondamentale. Non una battaglia sul gusto, che resta italiano, ma sul luogo di produzione: il grano e le trafile ci sono sempre, a cambiare è la geografia del valore.