Quando si pensa alla guerra, le prime immagini che fanno capolino nella mente sono quelle di edifici distrutti, civili sfollati, armi da fuoco, soldati in trincea. Raramente si considera un’altra conseguenza, onnipresente in ogni conflitto e altrettanto drammatica: i danni ecologici causati dalla guerra, la devastazione degli habitat naturali che essa comporta. In Ucraina, ad esempio, dall’inizio della guerra a oggi sono bruciati quasi due milioni di ettari di terreni, coinvolti in incendi di vario tipo. Un’estensione pari a ventimila chilometri quadrati: come se l’intero Stato della Slovenia fosse andato a fuoco.
È proprio sulla correlazione fra guerra e incendi boschivi che si concentra un approfondito articolo del Guardian che, grazie all’incrocio fra immagini satellitari, dati di monitoraggio e testimonianze sul campo, dimostra quanto lo scoppio di mine antiuomo e ordigni esplosivi abbia scatenato numerosi incendi, o quantomeno abbia sicuramente contribuito ad alimentarli e diffonderli.
Sulla scorta di informazioni raccolte dalla Nasa, infatti, risulta chiaro il nesso fra guerra e aree divorate dalle fiamme: gli incendi si concentrano quasi tutti lungo la linea del fronte, propagandosi a macchia d’olio lungo un ampio arco che copre interamente le regioni di Luhans’k, Donec’k e Zaporizhzhia. E cioè esattamente dove i due eserciti si sono scontrati a seguito dell’invasione russa.
I dati di monitoraggio mostrano centinaia di focolai piccoli ma frequenti, quasi tutti causati da esplosioni. Un terzo delle aree bruciate è rappresentato da terreni agricoli abbandonati, ora divenuti giovani foreste o prati di sterpaglie che, a causa delle scarse precipitazioni, prendono fuoco ancora più facilmente. Per rivedere i boschi – ora ridotti a neri scenari lunari di carbone – ci vorranno più di settant’anni, se mai ricresceranno. Il cambiamento climatico, infatti, non solo moltiplica gli incendi, ma rende anche più lento e faticoso il processo di ripresa. Soprattutto dove ancora esplodono le bombe.
Nel 2024, in Ucraina sono bruciati più di novemilaseicento chilometri quadrati di terreno, più di qualsiasi Stato europeo, se si pensa che a seguire c’è il Portogallo, con poco meno di millecinquecento chilometri quadri di roghi, e l’Italia, con poco più di cinquecento. Altro chiaro indicatore di quanto stretto sia il nesso tra guerra e devastazione ambientale.
È possibile che gran parte degli incendi scoppiati in Ucraina non solo siano stati causati dagli attacchi russi, ma siano stati intenzionali. Dolosi, e non colposi o meramente collaterali. Se così fosse, la distruzione degli ecosistemi naturali come obiettivo separato e strategico della guerra costituirebbe un reato, nella cornice del diritto internazionale: violerebbe apertamente il Protocollo I delle Convenzioni di Ginevra.
L’articolo trentacinque, infatti, recita: «È vietato l’impiego di metodi o mezzi di guerra concepiti con lo scopo di provocare (…) danni estesi, durevoli e gravi all’ambiente naturale». I conflitti saranno condotti curando di proteggerlo, aggiunge l’articolo cinquantacinque, che precisa l’ulteriore divieto di attacchi contro di esso «a titolo di rappresaglia».
Anche la Corte penale internazionale configura la distruzione intenzionale della natura come crimine di guerra: nello Statuto di Roma si trova una fattispecie che condanna come tale qualsiasi danno diffuso, grave e a lungo termine che venga causato deliberatamente contro l’ambiente naturale.
Se non sono le bombe, a innescare gli incendi che divampano sul suolo ucraino, sono le mine. E si trovano ovunque: si stima ve ne siano più di due milioni. Numero che fa del Paese uno di quelli con più ordigni pronti a esplodere al mondo: al primo posto c’è l’Iran, che ne conta circa sedici milioni. Sono piccole mine piazzate dai droni – conosciute anche come petals, petali, o butterflies, farfalle – oppure disperse dai razzi: attualmente tappezzano un quarto del territorio ucraino, per un’area complessiva più grande dell’Inghilterra.
Una situazione che ha già causato numerose vittime civili: i dati ufficiali delle Nazioni unite aggiornati all’agosto 2024 parlano di circa milletrecento, fra morti e feriti. Ma ora, quasi sul concludersi di un altro anno di conflitti, i numeri sono sicuramente più alti: un altro crimine di guerra, oltre a quello ambientale.
Nell’ultima ricerca di Dataroom, sul Corriere della Sera, la giornalista Milena Gabanelli riporta che questi quarantadue mesi di conflitto avrebbero causato tra i cinquanta e i centomila mutilati, ai quali, finita la guerra, si aggiungeranno altri civili, perché «per bonificare un’area vastissima riempita di mine e di ordigni esplosivi ci vorranno decenni».