Dopo Meta (venticinque milioni di dollari) e X (dieci milioni) anche Youtube si è acconciato a pagare (24 milioni e cinquecentomila dollari) per chiudere la causa con Donald Trump, legata alla decisione di sospendere il suo canale dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Ne scrive oggi Alessandro Cappelli su Linkiesta.
Si tratta a tutti gli effetti del pagamento di un pizzo, una delle tante forme di sottomissione di questi miserabili miliardari delle piattaforme, giustificate (anche sul Financial Times) con il timore di ritorsioni, specialmente attraverso la legislazione antitrust, il che se non altro dovrebbe chiudere una volta per tutte il dibattito sulle meraviglie del liberismo e delle inflessibili regole del mercato negli Stati Uniti.
È anche, ovviamente, uno dei tanti modi in cui Trump e i suoi famigliari amano arricchirsi, confermando l’affinità con il modello delle cleptocrazie illiberali orbaniane e putiniane. Ma è soprattutto il modo in cui il presidente degli Stati Uniti prova a riscrivere la storia, facendo mettere a verbale, in senso stretto, che il criminale non era lui, a rifiutarsi di riconoscere la sconfitta elettorale del 2020 e a istigare l’assalto dei suoi sostenitori al congresso, ma chi mosse anche solo un dito per fermare la violenza eversiva, silenziando i suoi social network.