Di sana piantaIl governo Meloni fa degli alberi monumentali un manifesto di patriottismo ambientale

Il ministero dell’Agricoltura ha portato a 4.944 le piante da tutelare, aggiungendone 211 in un solo anno: il numero più alto mai registrato. Dal 2017 l’elenco è quasi raddoppiato, ma la manutenzione di questo patrimonio costa diversi milioni di euro ogni anno

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Il governo Meloni ha preso alla lettera l’idea di difendere le nostre radici, declinando il sovranismo delle etichette anche nella politica ambientale. Il ministero dell’Agricoltura ha aggiunto 211 nuovi alberi monumentali all’elenco nazionale, portando a 4.944 il totale degli esemplari tutelati in Italia. È l’aggiornamento più corposo di sempre. Il primo elenco, pubblicato nel 2017, conteneva 2.407 alberi, da allora il numero è quasi raddoppiato. Gli alberi monumentali non sono un’idea poetica, ma una categoria giuridica. Sono protetti per legge perché considerati di eccezionale valore biologico, storico o paesaggistico. Ogni albero riconosciuto come monumentale diventa un bene pubblico e sottoposto a vincoli. Tradotto: non si può abbattere, né intervenire senza autorizzazione. 

Nel nuovo elenco il ministero ha inserito il Cipresso di Padova, piantato oltre due secoli fa nel giardino della Chiesa degli Eremitani; il Pino Kauri di Sorrento, un sempreverde raro di circa 200 anni; e la Bouganville di Menfi, in Sicilia, che con la sua chioma di 280 metri quadrati è una delle più grandi d’Italia. Per essere considerato monumentale un albero deve rispondere a criteri precisi stabiliti da un decreto interministeriale del 2014: dimensioni eccezionali, età rilevante, forma o portamento rari, valore ecologico o storico, legame con la comunità locale o nella memoria collettiva. Lo sono l’olivastro di Luras, in Gallura, con una età stimata tra i duemila e tremila anni; il castagno dei Cento Cavalli sull’Etna, considerato il più grande d’Europa; la quercia delle Checche di Pienza, primo albero a ottenere il riconoscimento dal governo; la sequoia di Longarone, sopravvissuta alla tragedia del Vajont; il platano di Curinga, in Calabria; il tasso di Fonte Avellana, nelle Marche; il faggio di San Giovanni in Fiore, in Sila; e la farnia di Villanova sul Clisi, in Lombardia.

Dal punto di vista amministrativo, la gestione dell’elenco è affidata alla Direzione generale dell’Economia montana e delle Foreste, che dopo l’assorbimento del Corpo forestale dello Stato nel 2016 ha ereditato la competenza sulla materia. La logica è quella di una tutela diffusa: lo Stato stabilisce i criteri, Comuni segnalano i possibili alberi e le Regioni verificano le candidature. «Gli alberi monumentali raccontano la storia dei nostri territori e rappresentano un patrimonio che unisce natura, cultura e identità. Proteggerli significa custodire la bellezza e la memoria dell’Italia», ha dichiarato il ministro Francesco Lollobrigida.

La generosità del governo è comprensibile: è un modo facile di promuovere l’orgoglio nazionale attraverso la protezione del territorio, ma tra l’orgoglio di proteggere le nostre radici e il prezzo di mantenerle in vita corre una linea sottile, che passa per i bilanci pubblici. Ogni aggiornamento dell’elenco infatti comporta un costo, piccolo per singolo albero, ma significativo nel complesso. Manutenzione, potature, recinzioni di sicurezza, monitoraggi fitosanitari, cartellonistica: tutto finanziato con fondi pubblici, in parte statali ma soprattutto regionali. Quest’anno l’Emilia-Romagna ha stanziato 865.000 euro per 88 interventi di cura e tutela; nel 2024 la Sicilia ha previsto 90.000 euro per i suoi 323 alberi monumentali; mentre nel biennio 2023-2024 la Lombardia ha destinato 165.000 euro per la manutenzione e la salvaguardia degli esemplari inseriti nell’elenco nazionale. Sommando regione per regione, la spesa complessiva è di una decina di milioni di euro all’anno.

Ad alimentare questa spesa sono le stesse Regioni, spinte da motivazioni meno ambientaliste e più turistiche e identitarie. L’etichetta di albero monumentale non è solo un titolo simbolico: consente di accedere a fondi e bandi dedicati, di attrarre turismo e di costruire un racconto territoriale appetibile. Un albero tutelato può diventare una meta, un segno distintivo, un marchio di identità locale. Ecco perché undici regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria e Veneto) hanno presentato le loro proposte dopo la richiesta del ministero, in primavera. 

E non sorprende che oltre la metà degli alberi censiti si trovi nei piccoli Comuni: 962 borghi con meno di cinquemila abitanti, spesso lontani dai grandi flussi economici ma ricchi di patrimonio naturale. L’iscrizione all’elenco diventa, per loro, una forma di sviluppo indiretto e una garanzia di visibilità. Da quest’anno, inoltre, la tutela si allarga anche ai boschi monumentali, introdotti da un emendamento alla Legge sulla Montagna approvato a settembre. Intere foreste di valore storico o naturalistico, come la pineta di Classe o i castagneti secolari del Trentino, potranno essere riconosciute e gestite come monumenti collettivi.

È una spesa virtuosa, certo, ma crescente. Ogni nuovo aggiornamento dell’elenco crea un impegno finanziario permanente: quegli alberi non possono essere abbandonati. Ogni potatura, analisi o intervento di sicurezza ha un costo, e chi lo sostiene, alla fine, sono i cittadini. Nulla di male, anzi: è un investimento nel paesaggio, nella sicurezza e nella memoria collettiva. A colpire è solo il continuo aggiornamento degli ultimi anni. Se a dare a un prodotto alimentare un marchio come IGP o DOP ha un costo (e un guadagno) che coinvolge in gran parte le aziende private, nel caso degli alberi monumentali il conto è collettivo.

Per rendere il processo ancora più trasparente si potrebbe creare un fondo nazionale stabile per la tutela del patrimonio arboreo, finanziato dallo Stato ma aperto anche ai fondi europei e al contributo di sponsor privati o del cinque per mille. Questo meccanismo potrebbe evitare la necessità di interventi continui e disomogenei. Anche perché gli alberi monumentali non nascono ogni sei mesi. Altrimenti verrebbe da pensare che il governo più che difendere le radici stia coltivando un certo compiacimento patriottico, elargendo patenti ed etichette a iosa. Questo sì che sarebbe molto made in Italy.

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