Reticenza. Dal dizionario Treccani: «tacere volontariamente notizie e circostanze che si potrebbero o dovrebbero dire». È questo, indubbiamente, da un certo tempo, l’atteggiamento delle capitali europee e, ultimamente, anche della Commissione europea verso una circostanza sempre più evidente: è urgente e importante che l’Unione europea agisca risolutamente per affrontare temi di rilevanza storica ed esistenziale. Eppure, nelle sue cancellerie e nella sua Commissione, l’Europa tentenna o balbetta. I cittadini europei, di contro, secondo un documento pubblicato da Eurobarometro nel marzo di quest’anno, sono per l’ottantuno per cento favorevoli alla costruzione di un sistema difensivo europeo.
Ma andiamo con ordine. Quali sono le decisioni vitali per il futuro dell’Europa sul tavolo di Bruxelles? Elencando per ordine di urgenza si potrebbe stilare una lista indicativa, ma per forza di cose solo parziale: primo, definire le forme efficaci per un sostegno militare ed economico continuo all’Ucraina, sempre più martoriata, visto il ripiegamento totale degli aiuti statunitensi. Secondo, predisporre strutture militari e di sicurezza europee per garantire la fase post-bellica e di ricostruzione ucraina. Terzo, sostenere il processo di ammissione della stessa Ucraina all’Unione, superando i veti che vogliono impedirlo.
Quarto, prepararsi a gestire l’impatto dell’ulteriore allargamento dell’UE, con l’accesso possibile già nel 2026 del Montenegro, a seguire l’anno successivo con quello dell’Albania, e poi negli anni con altri sei Stati balcanici in coda (ma oggi non si esclude che anche Norvegia e Islanda potrebbero unirsi alla fila). Quinto, dare solidità alle basi fondamentali per l’autonomia strategica dell’Unione, con il graduale trasferimento di autorità sui temi difensivi dal livello nazionale a quello dell’UE, con i necessari balzi in avanti dell’industria europea della difesa e della ricerca tecnologica per la difesa (uno studio del Parlamento europeo rileva come, nel 2023, gli investimenti statunitensi per ricerca e sviluppo applicati alla difesa siano stati di centotrenta miliardi di euro contro quattordici virgola quattro miliardi di euro nello stesso anno in Europa, nella quale, peraltro, questi fondi sono frammentati su piccoli progetti nazionali).
E la reticenza sta proprio qui, non nel disconoscere la necessità di questi passi, cosa che ormai, con questo Putin e con questo Trump, nessuno degli Stati, nemmeno il nostro, ha più la faccia tosta di fare. La reticenza è su come fare questi passi, con quali necessarie ricalibrature nell’assetto dei poteri e delle regole istituzionali. Di queste cose non parlano i capi di governo nazionali e la stessa Ursula von der Leyen, di recente, ha rinviato una sessione del Collegio dei commissari che deve rispondere a un documento di proposte sulla governance presentato dal Parlamento. Conclusione: non si fa nulla. O quasi. È per questo che Mario Draghi continua a incalzare con il suo “Do something!”. Ma questo è un appello che, al momento, non trova risposta.
Eppure, gli strumenti, le forme giuridiche, anche all’interno del perimetro dei trattati (TUE), per agire sulle urgenze citate sopra, ci sono. Basterebbe iniziare a usarli, come ha detto, un po’ sconsolato, Paolo Gentiloni durante il recente Festival di questo giornale. Lo stesso Draghi parla di «federalismo pragmatico», per togliere gli alibi a quelli che si fanno scudo della complessità e rigidità della governance dell’Unione.
Vediamo alcuni di questi strumenti. I trattati indicano una sorta di cornice istituzionale alle iniziative per rafforzare la difesa europea che si chiama PSDC (Politica di sicurezza e difesa comune). È importante chiarire che questa funzione non guarda a un esercito comune, cosa che non sarebbe conciliabile con la Nato, che struttura gli assetti militari dell’Alleanza su basi nazionali. I trattati impongono coerenza e compatibilità tra difesa comune europea e obblighi Nato. PSDC è però il contenitore valido per tutte le iniziative tese a rafforzare la difesa del continente.
Dentro la cornice detta con i trattati di Lisbona è stato introdotto, e successivamente rafforzato (2022), lo strumento PESCO (Permanent Structured Cooperation). La sua caratteristica è consentire progetti di sviluppo delle capacità difensive a cui aderiscano solo alcuni degli Stati membri, incluse iniziative che trasferiscano autorità al livello europeo. Qui, il punto è: stiamo utilizzando in modo efficace il potenziale dello strumento?
Di altra natura, perché orientato al reperimento di mezzi finanziari, è SAFE (Security Action for Europe). Questo strumento stanzia fino a centocinquanta miliardi di euro di prestiti a lungo termine (fino a quarantacinque anni) a condizioni agevolate per gli Stati, a condizione, per dirla in modo semplice, che essi facciano le cose insieme: aumentare la capacità produttiva, aggregare la domanda con appalti comuni tra più Stati e garantire l’interoperabilità dei prodotti per la difesa.
Poi ci sono quelli che più che strumenti sono chiamati «compiti a casa», da fare prima dell’allargamento dell’Unione. Si tratta, come già detto, del pacchetto di provvedimenti essenziali a preparare l’UE dei ventisette a essere gestibile, senza implodere, quando diventerà l’UE dei trentadue o trentacinque. Sandro Gozi, relatore della Commissione Affari Istituzionali dell’Europarlamento, ha presentato lo scorso ottobre la «Relazione sulle conseguenze istituzionali dei negoziati relativi all’allargamento dell’UE».
Questa relazione contiene un certo numero di misure che sono chiare e ineludibili per poter continuare a governare il sistema: estendere l’uso del voto a maggioranza qualificata e passare dal voto all’unanimità a quello a maggioranza qualificata in determinati settori; per il bilancio pluriennale dell’UE andare oltre il tetto autoimposto dell’un per cento del Reddito nazionale lordo; attribuire più poteri al Parlamento; introdurre norme elettorali uniformi in tutta l’UE; rafforzare il rispetto dello Stato di diritto, includendo anche i paesi candidati nel meccanismo di rendicontazione annuale dell’UE sullo Stato di diritto.
È un pacchetto di compiti indubbiamente ambizioso. La Commissione dovrebbe essere stretta alleata del Parlamento nel sostenerlo verso il Consiglio dell’UE dei capi di governo. Ma, come visto più sopra, von der Leyen fa melina e i leader nazionali, a quanto pare, non ne vogliono parlare proprio.
E veniamo, infine, all’Italia. Intanto, qui da noi, di queste cose, nel dibattito pubblico mainstream, non si sente nessun cenno. Non sui grandi quotidiani, non in televisione, men che meno nelle narrazioni di gran parte delle leadership di partito. Quella che si è indubbiamente sentita è la dichiarazione di Giorgia Meloni, il ventidue ottobre scorso, al Parlamento italiano: «mantenere nel Consiglio dell’UE il veto nazionale e la regola dell’unanimità».
Affermazione forte e chiara, di cui, purtroppo, pochi cittadini italiani capiscono la devastante dannosità. Meloni è favorevole alla paralisi decisionale dell’Unione europea perché questa le serve per avvalorare la sua postura nazionalista ed euroscettica e perché consente alla sua visione angusta e provinciale di tenersi stretta tutta la sovranità della «nazione» senza dover dare (osare) quote strategiche di sovranità allo spazio politico europeo, di cui abbiamo tutti maledettamente bisogno.
Sarà capace l’opposizione di questo Paese di contrapporsi al nazionalismo della destra e predisporre un progetto politico che abbia ai primi posti la costruzione di un’Europa più forte e sovrana?
Il Circolo Matteotti di Milano organizza l’incontro pubblico “Dare all’Europa. Coraggio e stratagemmi per le politiche che ci salveranno“, giovedì 20 novembre, ore 18.30 alla Libreria Claudiana in via Francesco Sforza 12. Ospiti: Susanna Cafaro, Tobias Cremer, Benedetto Della Vedova, Sandro Gozi, Pierfrancesco Maran, Thijs Reuten. Coordina, Marco Ghetti