
Per quasi sei mesi la famiglia di Camilo Castro ha vissuto senza notizie, in attesa di una spiegazione che da Caracas non è mai arrivata. Castro, 41 anni, insegnante di yoga, era scomparso il 26 giugno al valico di Paraguachón, al confine tra Venezuela e Colombia, dove viveva, mentre cercava di rinnovare il visto di residenza. Per settimane le autorità venezuelane non ne hanno riconosciuto la detenzione, in quella che Amnesty International definisce una pratica ricorrente di “sparizioni amministrative” usate dal regime di Nicolás Maduro contro oppositori e cittadini stranieri. È la stessa dinamica che ha colpito Alberto Trentini, il cooperante italiano detenuto da oltre un anno nello stesso carcere di El Rodeo I, a Caracas.
Come ha ricostruito Repubblica, Castro era stato arrestato senza accuse formali ed era diventato un ostaggio utile nella “diplomazia degli ostaggi”, la strategia con cui Caracas cerca di ottenere concessioni politiche dai governi stranieri. Su di lui, però, la Francia ha deciso di muoversi in modo diverso: non con dichiarazioni pubbliche, ma con una trattativa “silenziosa ma determinata”, mediata da Brasile e Messico. L’Eliseo non riconosce la legittimità di Maduro, ma nelle ultime settimane ha compiuto un gesto politico importante, passato quasi inosservato in Europa: Parigi ha condannato apertamente le manovre militari statunitensi nei Caraibi, un segnale interpretato da Caracas come un’apertura. Secondo le fonti diplomatiche citate da Repubblica, questo ha creato lo spazio negoziale per chiudere il caso Castro.
Il primo annuncio è arrivato domenica mattina, quando Emmanuel Macron ha scritto su X di condividere «il sollievo della sua famiglia». Castro è atterrato poche ore dopo a Orly, accolto dai parenti e dal ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot. «Viva la libertà, viva l’uguaglianza e viva la fraternità. Che tutti gli esseri su questa terra possano vivere liberi dalla sofferenza», ha detto ai giornalisti, come riportato da Le Monde. Barrot ha insistito sul fatto che non ci siano state contropartite, pur ringraziando Brasile e Messico per il ruolo di mediazione.
Rimane però la domanda politica: perché proprio Castro, e perché ora? La ricostruzione di Le Monde suggerisce un punto chiave: il suo arresto si inseriva nella strategia del regime di «giustificare narrazioni di complotti stranieri» e di usare cittadini di altri Paesi come leva negoziale. La liberazione è quindi avvenuta nel momento in cui Parigi ha offerto un segnale percepito come utile da Caracas, senza apparire debole e senza isolarsi sul piano internazionale.
Per l’Italia, che su Alberto Trentini non ha finora ottenuto risultati, il paragone è inevitabile. Roma ha evitato critiche alla linea statunitense nella regione e ha mantenuto una postura prudente, che secondo diverse fonti diplomatiche non ha modificato i calcoli del governo Maduro. «È la prova che qualcosa si può fare», ha detto una fonte a Repubblica, mentre le opposizioni chiedono al governo Meloni di adottare «la stessa determinazione mostrata dalla Francia».
La vicenda di Camilo Castro si chiude con un volo verso casa e con parole di sollievo. Quella di Alberto Trentini, invece, resta aperta: la sua cella è la stessa in cui Castro ha passato gli ultimi mesi. La differenza, per ora, non è nelle accuse – mai formalizzate in entrambi i casi – ma nella politica. E nelle scelte dei governi coinvolti.