La crisi politica di Israele è riflessa in modo drammatico nella vicenda di una generale dell’esercito, Yifat Tomer-Yerushalmi, che è ora in galera, e questa è una notizia sconvolgente per il Paese. Oltre a ricoprire un alto grado, Yifat Tomer-Yerushalmi è la Procuratrice militare generale delle forze di difesa israeliane, la più alta carica legale militare: deve contrastare, ad esempio, le accuse di crimini di guerra rivolte dalla Corte penale internazionale.
La sua vicenda è complessa perché tocca le corde più profonde dell’etica e dell’ebraismo, e ricorda, se ci è permessa la citazione un po’ abusata, il dramma di Antigone.
Andiamo ai fatti: nel luglio del 2024 un palestinese detenuto nel carcere di Sde Teiman è stato ricoverato in un ospedale civile per gravi traumi all’addome e al petto, alcune costole rotte e lesioni nella zona rettale conseguenti a una sodomizzazione, con un coltello che gli ha perforato l’intestino, come testimonia Yoel Donchin, il medico del carcere che l’ha curato. Yifat Tomer-Yerushalmi è venuta a conoscenza del fatto – in un contesto di molte denunce di ex detenuti palestinesi e di organizzazioni per i diritti umani per molteplici torture ai detenuti palestinesi – e ha ordinato un’inchiesta che si è conclusa rapidamente con l’emissione di nove mandati di arresto per gli agenti carcerari responsabili del pestaggio crudele.
Non è superfluo ricordare che non uno, ma alcuni episodi simili o uguali sono accaduti anche nelle carceri italiane.
In Israele la svolta si è avuta quando c’è stato un assalto al carcere di Sde Teiman per liberare gli agenti detenuti. Alcune centinaia di manifestanti, guidati da parlamentari di Otzma Yehudit, partito di Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza (dal quale dipendono le carceri e la loro gestione), un falco suprematista ebraico, razzista che aveva ingiunto alla Procuratrice di «togliere le sue manacce dagli agenti incarcerati». L’assedio dell’estrema destra ebraica si è ripetuto poi anche in tribunale alla prima udienza del processo agli agenti che lo stesso premier Benjamin Netanyahu ha condannato come «giustizia selettiva», trasformando così il caso nel l’ennesima occasione di scontro frontale tra il suo governo e i vertici militari. Vertici che, pur obbedendo agli ordini dell’autorità politica, hanno sempre avuto un atteggiamento polemico sulle direttive del governo sulla guerra di Gaza.
La posizione del governo e dello stesso premier è stata dunque quella di negare il fatto, le violenze. Una tesi indifendibile.
Il caso ha preso una nuova piega nell’agosto del 2024. Le televisioni israeliane hanno mandato in onda alcuni filmati che mostravano tre agenti creare un muro di scudi per occultare alle telecamere di sorveglianza il pestaggio effettuato dai colleghi. I filmati si concludono con le immagini del detenuto sdraiato a terra che si contorce boccheggiante.
La reazione dell’estrema destra al governo è stata immediata: sostiene di nuovo una tesi indifendibile, cioè che il filmato è stato artefatto, come evidentemente non è, e ha ordinato un’inchiesta.
Nel frattempo, alla richiesta di chiarimenti dal Procuratore della Corte Suprema che indagava sul filmato, Tomer-Yerushalmi ha risposto genericamente che le indagini erano ancora in corso. In questo modo ha commesso però un reato: ha mentito alla più alta istanza giudiziaria, perché in realtà lei stessa aveva dato ordine ai suoi collaboratori di consegnare il filmato di denuncia alle televisioni. L’aveva fatto, dice, «per uscire dall’assedio» di chi negava la verità spalleggiato dalla potenza di fuoco di chi controlla il governo.
Questo è il nodo politico-etico della vicenda che sta appassionando un’opinione pubblica israeliana divisa come sempre. Da qui il richiamo ad Antigone: l’obbligo di violare la legge formale per rispettare l’imperativo etico sostanziale.
La vicenda si è conclusa con l’arresto dell’alta magistrata. Perché un suo collaboratore, sottoposto a macchina della verità, ha confessato e Tomer-Yerushalmi è stata infine costretta a ammettere di aver ordinato di consegnare i filmati alle televisioni: «Ho approvato la diffusione di materiale si media nel tentativo di contrastare la falsa propaganda contro le strutture giudiziarie delle Forze Armate che dirigo. È nostro dovere, anche durante una guerra, indagare ogni volta che vi sia il ragionevole sospetto di violenza contro un detenuto».
In occasione delle sue dimissioni Netanyahu ha rilanciato la polemica pubblica e ha detto che «la diffusione di quel filmato è stata il più grande attacco propagandistico contro Israele, che ha causato un grande danno d’immagine, anche all’Idf e ai nostri soldati». Dunque, il filmato e le percosse secondo il premier sono falsi e frutto di un complotto. Una tesi insostenibile, omertosa, che infatti è contestata dall’opinione pubblica e dai media di opposizione sulla base di fatti accertati.
Sia chiaro, Yifat Tomer-Yerushalmi, che poco prima di essere arrestata ha tentato il suicidio, ha effettivamente commesso due reati e per questo verrà condannata. Il primo reato è stato quello di avere dichiarato il falso alla Corte Suprema. Il secondo reato è stato quello di avere disposto la diffusione irregolare ai media del filmato del pestaggio.
Ma, detto questo, resta il problema politico fondamentale: Itamar Ben-Gvir e tutto il governo Netanyahu non solo ordinano trattamenti disumani ai detenuti palestinesi, ma accusano anche di falso e di diffamare Israele coloro che giustamente, proprio per difendere l’onore di Israele e l’etica delle leggi, denunciano questi trattamenti.
La polemica è tanto rovente che lo stesso presidente della Repubblica Yitzhak Herzog ha dichiarato: «La nazione è sull’orlo dell’abisso. Questo non è un campo di battaglia ma una casa, e in una casa non ci si spara, non con le armi, non con le parole».
Infine, ma non da ultimo, a conferma dell’ingenuità strategica dell’estrema destra al governo in Israele, va ribadito che proprio Yifat Tomer-Yerushalmi ricopriva un ruolo fondamentale per contrastare sul piano legale le accuse di crimini di guerra sollevate dalla Corte penale internazionale contro lo stesso Netanyahu, i suoi ministri e contro le stesse Forze Armate israeliane. E questo ruolo l’ha rinforzata nella sua decisione di forzare regole e regolamenti pur di portare a termine l’inchiesta sulle violenze ai detenuti palestinesi. Infatti, prima di essere arrestata, a proposito della sua cosciente forzatura della legge aveva dichiarato: «Non capiscono che non avevamo scelta? Che l’unico modo per affrontare l’ondata di procedimenti legali internazionali è dimostrare che possiamo indagare su noi stessi?».