C’è da scommettere che sul tema del sostegno alla resistenza ucraina la maggioranza di governo troverà agevolmente una quadra, come d’altra parte sta facendo da tre anni, per consentire a Giorgia Meloni Meloni e Guido Crosetto di rivendicare la continuità del sostegno a Kyjiv e riconoscere comunque a Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti un sostanziale potere di veto su qualunque iniziativa sgradita al Cremlino.
L’Italia dall’inizio del 2022 alla metà del 2025 ha mandato aiuti militari all’Ucraina per un valore di 1,7 miliardi di euro, pari a circa lo 0,02 per cento del Pil del periodo. Per dare un termine di paragone, il governo nella legge di bilancio per il prossimo triennio ha impegnato grosso modo la stessa cifra – 1,6 miliardi euro – per mandare in pensione con due mesi di anticipo trecentomila sessantenni nel solo anno 2027.
L’Italia è in coda ai Paesi donatori – al ventottesimo posto, considerando il valore degli aiuti in rapporto al Pil – e non ha nessuna intenzione né possibilità di risalire nella graduatoria, considerando che nell’opposizione di sinistra i picciotti di Vladimir Putin sono altrettanto numerosi che nella maggioranza (forse addirittura di più) e anche la destra nominalmente pro Ucraina ripete da mesi che le disponibilità dell’Italia sono agli sgoccioli, che non è possibile disarmare l’Italia per difendere Kyjiv, che l’estensione dell’articolo 5 del Trattato Nato all’Ucraina, pur senza adesione diretta – il genio italico dell’arabesco – non comporta in ogni caso alcun impegno italiano – armatevi e partite – e che il massimo che si può sperare è che la spartizione dell’Ucraina tra aggressori e aggrediti non sia troppo sfavorevole ai secondi e che per questo occorre far voti che il Presidente Trump si dimostri, potendolo, più generoso di quanto vorrebbe.
Nella destra italiana non c’è alcun dissidio reale, né alcun equivoco politico sull’Ucraina, ma due modi diversi e ampiamente componibili di stare dentro al framework diplomatico imposto dalla Casa Bianca, che non solo tollera, ma legittima lo sciovinismo nazionalista e russofilo delle destre europee contro ogni interpretazione europeista della difesa dell’Ucraina e non ha affatto l’obiettivo di allontanare la minaccia russa dai confini dell’Unione europea, ma semmai di ricondurre l’imperialismo russo a un canone compatibile o addirittura funzionale a quello dell’America Maga.
D’altra parte, un accordo che autorizzasse insieme l’ammuina patriottica e quella pacifista e la divisione del lavoro populista tra Fratelli d’Italia e Lega è stato agevolmente trovato anche sul tema, finanziariamente ben più impegnativo, dell’aumento delle spese militari, che il vertice della Nato di inizio estate ha stabilito debbano essere portate entro il 2035 al cinque per cento del Pil: un 3,5 per cento del Pil annuo per le spese militari core e un 1,5 per cento per interventi funzionali e connessi, come la difesa delle reti e delle infrastrutture critiche e l’innovazione nell’industria della difesa.
Sul punto l’Italia si è impegnata nel più classico gioco delle tre carte. Prima (in primavera) ha dichiarato di avere raggiunto il due per cento del Pil nel 2025, senza mettere un euro in più di quelli che a inizio anno la ponevano poco sopra l’1,5 per cento, ma semplicemente riclassificando contabilmente alcune spese. Poi in autunno ha annunciato un aumento in un triennio di circa mezzo punto di Pil (più o meno undici miliardi), ma nella legge di bilancio non c’è traccia di questo impegno, che è stato rimandato all’uscita dalla procedura per deficit eccessivo.
Ipotizzando che l’aumento del Pil nominale del prossimo decennio si attesti mediamente attorno al 2,5 per cento annuo, l’Italia dovrebbe spendere circa centoquaranta miliardi di euro nel 2035 (oggi il bilancio integrato della difesa supera di poco i trentacinque miliardi). Se il governo è riuscito a impegnarsi su cifre monstre e poi non ha messo neppure un centesimo nella legge di bilancio, qualcuno può seriamente dubitare che riesca a trovare una formula sull’adesione al Purl (Prioritized Ukraine Requirements List) per promettere incrollabile sostegno a Volodymyr Zelensky e garantire disciplinata obbedienza a Putin?