L’altra faccia di Napa Perché in California molta uva è rimasta sulle piante (come in Italia)

James Suckling fotografa centinaia di acri di vigneti in Napa Valley con l’uva non vendemmiata. È il segno visibile di una crisi che attraversa tutta la California del vino, tra consumi in calo, sovrapproduzione e la fine di un’epoca dorata. E che ha il suo equivalente anche da noi

Foto di Alfo Medeiros su Pixels

C’è un’immagine che vale più di un report: grappoli maturi, appassiti sulla pianta, in un vigneto della Napa Valley. James Suckling, uno dei critici di vino più ascoltati al mondo, l’ha condivisa sui social con parole che non lasciano spazio a dubbi: «È un peccato vedere centinaia di acri di vigneti con l’uva non raccolta dopo la fine ufficiale della vendemmia».

Non è un’esagerazione mediatica. È il riflesso di una tendenza che attraversa tutta la California del vino. Secondo il State of the U.S. Wine Industry Report 2025 pubblicato dalla Silicon Valley Bank, migliaia di acri di vigneto non sono stati raccolti lo scorso autunno. E non si tratta solo delle zone di vino “da volume” come la Central Valley: anche aree iconiche come Napa e Sonoma hanno visto appezzamenti lasciati intatti, uve abbandonate, o addirittura filari estirpati. Il San Francisco Chronicle parla di quarantamila acri (corrispondenti a sedicimila ettari) rimossi in un solo anno, in quello che definisce «il più grande ridimensionamento della storia recente» della viticoltura californiana.

La crisi non nasce all’improvviso. È il risultato di anni di sovrapproduzione e consumi in calo. Gli americani bevono meno vino, soprattutto i giovani, che scelgono alternative più immediate – birre artigianali, cocktail pronti, hard seltzer – e mostrano scarso interesse per le bottiglie da conservare. Il risultato è un eccesso di offerta che pesa come una vendemmia mai finita: troppe vigne, troppi serbatoi pieni, troppi costi da sostenere per un mercato che non assorbe più come prima.

La Napa Valley, da sempre simbolo di prestigio e ricchezza, non è immune. Qui, dove i vigneti sono sinonimo di status e investimento, molti produttori si trovano oggi a riconsiderare il proprio modello. I costi della manodopera, dell’acqua, dell’energia e dei terreni sono altissimi; i margini, invece, si assottigliano. Alcuni scelgono di non vendemmiare: raccogliere uva che non si può vendere non ha senso economico. Altri decidono di espiantare, rimandando a tempi migliori o ripensando la destinazione delle parcelle meno redditizie. Nel 2025 la parola d’ordine è “razionalizzazione”: meno ettari, più equilibrio, un ritorno a produzioni identitarie. Il settore parla di reset strutturale. Gli analisti prevedono un ridimensionamento del vigneto californiano accompagnato da una selezione più severa delle varietà, delle zone e dei marchi che sapranno resistere. L’obiettivo è ridare valore al vino, dopo anni in cui l’espansione quantitativa aveva prevalso su quella qualitativa.

Per chi conosce la storia recente della Napa, questa fase rappresenta quasi un cambio di paradigma. Negli anni Novanta e Duemila, il sogno californiano si misurava in ettari piantati e punteggi ottenuti. Oggi si misura nella capacità di restare in equilibrio tra qualità e sostenibilità economica. Il tempo delle certezze – del “più è meglio” – sembra finito.

James Suckling, che da decenni osserva il mondo del vino da una prospettiva privilegiata, tra Toscana e California, ha colto con lucidità l’immagine di questa transizione. Ex firma di Wine Spectator e oggi a capo del sito jamessuckling.com, Suckling è uno dei critici più influenti a livello globale. Le sue parole, spesso sintetiche ma taglienti, possono muovere il mercato di un’etichetta o di un’intera regione. Quando denuncia pubblicamente che centinaia di acri di uva sono rimasti non raccolti nella valle più famosa d’America, non sta semplicemente raccontando un’anomalia: sta documentando un segnale d’allarme per tutto il sistema.

La sua foto, le viti cariche e dimenticate, è la metafora di un intero settore arrivato al bivio. È la fine di un’epoca in cui bastava piantare, vendemmiare e imbottigliare per garantire successo. Oggi la domanda vera è un’altra: quanto vino serve davvero? Parlando con esperti e produttori, la situazione in Italia è simile: in Toscana e in Puglia le uve sono rimaste sulle piante anche da noi, perché le cantine non hanno lo spazio fisico per accogliere altro prodotto, visto che sono piene di vino non smaltito delle annate precedenti. Un segnale inequivocabile di un mondo che deve guardare a un cambiamento. 

Eppure, come spesso accade nel vino, la crisi porta con sé anche un’opportunità. Alcuni produttori leggono questa fase come un’occasione di rinascita. Meno quantità, più verità. Meno marketing, più identità. Un ritorno alla terra, e al tempo che essa impone. Forse è proprio da qui, dalle uve lasciate sulle piante, che può ripartire una nuova idea del vino: meno ossessionata dal mito, più consapevole del proprio futuro. Perché ogni vigna lo sa: anche l’inverno più duro serve a preparare la primavera.

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