Corto circuitoIl futuro dell’intelligenza artificiale è tutta una questione di Nvidia

Gli ottimi risultati del colosso dei chip per l’IA sembrano confermare che la domanda è solida e sostenuta da impegni reali. Ma la struttura del settore rivela fragilità tutt’altro che marginali

LaPresse

Da mesi nei mercati finanziari si parla di una possibile bolla dell’intelligenza artificiale. Il timore nasce da vari segnali, tra cui l’aumento vertiginoso della spesa per i data center: almeno tremila miliardi di dollari entro il 2028 secondo le stime più recenti, finanziata per centinaia di miliardi a debito tra big tech, governi e partner privati. La crescita di alcuni titoli in Borsa legati all’IA è aumentata a ritmi tali da ricordare le grandi fasi speculative del passato, con il rischio che gran parte di questa corsa sia sostenuta più dalle aspettative che da ricavi reali. Se la domanda rallentasse anche solo temporaneamente, l’intero sistema di investimenti costruito su valutazioni altissime e su proiezioni ottimistiche potrebbe innescare una correzione brusca dei prezzi, trascinando con sé aziende, fondi e progetti che si reggono su modelli ancora fragili.

Il timore è sempre lo stesso dal martedì nero del 1929: che qualcuno veda prima di tutti i segnali di rallentamento o squilibri che il mercato non ha ancora colto. Per questo ha generato una certa apprensione la scelta di Peter Thiel di vendere oltre mezzo milione di azioni Nvidia, per un valore vicino ai cento milioni di dollari. Nvidia non è una società come le altre: è l’azienda chiave dell’intelligenza artificiale perché fornisce a start up e big tech la gran parte dei chip utilizzati per addestrare e far funzionare i modelli generativi. Alcuni pessimisti (o realisti, ce lo dirà il tempo) hanno annunciato la tempesta perfetta: se uno degli investitori più informati e cinici della Silicon Valley prende una decisione così drastica c’è qualcosa che non va. 

Il momento della vendita non sembrava neanche così casuale: da settimane in Borsa la correzione dei titoli legati all’IA aveva alimentato l’idea che la grande euforia del settore avesse superato il limite della prudenza, penalizzando soprattutto aziende come CoreWeave, Nebius e Oracle, percepite come esposte a una possibile saturazione della domanda.

Il 19 novembre Nvidia ha stupito tutti, anche gli addetti ai lavori, pubblicando risultati straordinari: ricavi pari a cinquantasette miliardi di dollari e soprattutto un utile di quasi trentadue miliardi di dollari, pari a circa due volte e mezzo il risultato di due anni fa. Nvidia ha rivelato di avere già ricevuto prenotazioni per circa cinquecento miliardi di dollari per le sue future piattaforme di calcolo, i processori Blackwell e Rubin. Si tratta di un volume di ordini senza precedenti nel settore, che mostra come la spesa per l’infrastruttura dell’IA non riguardi solo il presente ma sia già impegnata contrattualmente per i prossimi cicli industriali. E per il trimestre successivo Nvidia ha previsto sessantacinque miliardi di ricavi, non briciole. 

Inoltre nei giorni della trimestrale, l’Arabia Saudita ha annunciato accordi per oltre cinquecentosettantacinque miliardi di dollari con diverse aziende statunitensi, molti dei quali riguardano infrastrutture di intelligenza artificiale. I progetti includono l’installazione di fino a centocinquantamila processori Nvidia di ultima generazione a Riyad. Insomma, non parliamo di una Cenerentola che finge di essere principessa per una sera. Pochi giorni prima, Nvidia era diventata la prima azienda quotata a superare i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa, segnando il punto più alto finora della concentrazione di valore intorno all’hardware per l’IA.

Tutto risolto, quindi? Non proprio. La reazione dei mercati è stata inizialmente euforica: gli indici globali sono saliti, la volatilità si è momentaneamente ridotta e il comparto tecnologico ha guidato un forte rimbalzo. Ma il sollievo è durato poco. Nel giro di poche ore il clima si è rovesciato: Nvidia ha chiuso la seduta in calo di oltre il tre per cento dopo aver aperto in forte rialzo, l’S&P 500 ha perso circa l’1,6 per cento e il giorno successivo le Borse asiatiche e poi quelle europee hanno registrato ribassi vicini al quattro per cento sui titoli dei chip, riportando in primo piano il timore di una bolla dell’IA

Inoltre, rimane il problema dell’enorme concentrazione del mercato: circa il novanta per cento dei progetti di intelligenza artificiale nel mondo utilizza hardware Nvidia. Questa posizione dominante spinge molti dei principali clienti dell’azienda (Google, Amazon, Meta, Microsoft) a sviluppare chip propri nel tentativo di ridurre una dipendenza considerata eccessiva. A questo si aggiungono le limitazioni all’export verso la Cina, un mercato fondamentale per i data center, che hanno ridotto sensibilmente le opportunità di crescita nell’area. Nvidia stessa ha riconosciuto che al momento è realistico considerare la Cina come un mercato praticamente inaccessibile.

È vero che negli ultimi mesi Nvidia ha finanziato con miliardi di dollari alcune tra le realtà più innovative dell’IA generativa, ma diversi analisti si domandano se questi investimenti siano partecipazioni strategiche o se assomiglino a una forma indiretta di finanziamento dei futuri clienti, una pratica industriale in cui il fornitore sostiene economicamente l’acquirente affinché utilizzi proprio i suoi prodotti. Facciamo due esempi: Nvidia investirà fino a cento miliardi di dollari in sostegno a OpenAI e ha siglato un accordo da dieci miliardi con Anthropic, collegato a un programma di acquisti che potrebbe tradursi in circa trenta miliardi di dollari di capacità di calcolo basata su chip Nvidia, erogata in larga parte attraverso data center di partner come Microsoft.

Queste intese circolari sono legali e fisiologiche in un mercato in crescita, ma funzionano bene nel lungo periodo se le aziende iniziano a guadagnare. Non è il caso dei campioni dell’IA generativa che restano largamente in perdita. OpenAI non prevede di essere profittevole prima della prossima decade e ha annunciato piani di spesa in infrastrutture nell’ordine di centinaia di miliardi, mentre altri operatori, come Anthropic, stanno accumulando impegni pluriennali per nuovi data center senza una chiara visibilità sui margini futuri.

I risultati di Nvidia dimostrano che la domanda di intelligenza artificiale è reale e sostenuta da accordi concreti, non da una sciocca euforia. Ma non esiste alcuna garanzia che l’attuale corsa ai chip e alla capacità di calcolo sarà sostenuta in futuro dalla domanda delle imprese non tech e dei consumatori. Una parte rilevante degli investimenti si basa su una scommessa: che l’IA diventerà davvero un elemento strutturale dei modelli di business globali prima che il peso del debito accumulato e dei costi fissi inizi a comprimere i margini.

Il settore è in crescita, ma si appoggia ancora su basi strette: pochi produttori, pochi clienti giganteschi e investimenti enormi che presuppongono una crescita continua e senza intoppi. Basta un imprevisto per cambiare rapidamente l’equilibrio: una tensione geopolitica o un rallentamento degli ordini. I rally fulminei in Borsa, seguiti da correzioni altrettanto rapide, trainate proprio dai timori per l’eccesso di spesa in IA, stanno già dando una prima scossa. Ma al momento la sensazione è che se accadrà qualcosa non sarà un’esplosione improvvisa, come accade nelle bolle finanziarie, ma una serie di bruschi assestamenti: come un edificio che resta in piedi con una crepa strutturale che rovina l’estetica. E non solo quella.

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