L’America pluraleIl Partito Democratico ha vinto a sinistra, al centro, ovunque e in tutti i modi

Zohran Mamdani non è stato l’unico protagonista delle elezioni negli Stati Uniti. I candidati dem hanno vinto quasi dappertutto, con programmi molto diversi, come dimostrano la pragmatica ex pilota militare Mikie Sherrill (New Jersey) e l’ex agente della Cia Abigail Spanberger (Virginia)

AP/Lapresse

Zohran Mamdani è stato il grande protagonista degli ultimi giorni. Da quarantotto ora tutto il mondo parla solo del nuovo sindaco di New York, del suo carisma, del nuovo corso del Partito Democratico. È stata indubbiamente una vittoria con i toni dell’eccezionalità. Per i numeri, ma soprattutto per la forza mediatica che ha avuto. Mamdani ha presentato un programma politico molto spostato a sinistra per gli standard degli Stati Uniti, con una comunicazione dirompente e moderna. È il volto più riconoscibile di una notte elettorale che però non si esaurisce tra i cinque distretti.

Mentre la folla di Forest Hills gridava «New York is not for sale», uno degli slogan più riusciti di Mamdani (punta forte sul costo della vita della città), il Partito Democratico vinceva ovunque: nel profondo Sud, sulla costa Est, nelle città e nei sobborghi. La prima grande tornata elettorale da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca si è trasformata in un plebiscito contro il presidente, anche senza il suo nome sulle schede.

L’onda blu (il colore dei democratici negli Stati Uniti) ha travolto quasi tutti i candidati repubblicani sostenuti da Trump. In Virginia e nel New Jersey i democratici hanno conquistato i governatorati con ampi margini. In California gli elettori hanno approvato la riforma elettorale voluta dal governatore Gavin Newsom per controbilanciare il gerrymandering dei trumpiani. In Pennsylvania e in Maine, i democratici hanno difeso i loro giudici nelle corti, in Georgia hanno ribaltato l’equilibrio di potere nella Commissione per i Servizi Pubblici. Persino il candidato democratico alla carica di procuratore generale della Virginia, Jay Jones – tormentato dallo scandalo per la fuga di messaggi in cui fantasticava sulla morte dei figli di un rivale politico – ha vinto.

L’idea di un trumpismo elettoralmente invincibile si è incrinata. Ma sarebbe un errore leggere questa tornata elettorale come la vittoria di un Partito Democratico a immagine e somiglianza di Mamdani. Perché non tutti i protagonisti somigliano politicamente al nuovo sindaco di New York. Anzi, i candidati vanno dalla sinistra populista e movimentista ai volti centristi e rassicuranti.

In New Jersey ha vinto Mikie Sherrill, ex pilota di elicotteri della Marina. Martedì è diventata governatrice con un programma sobrio, centrato su costi dell’energia, quindi sulle bollette, e poi sulla scuola pubblica e la sicurezza economica. Qui i democratici già governavano, ma Sherrill ha migliorato il risultato delle precedenti elezioni statali, quando nel 2021 vinsero a stento.

La sua biografia è un piccolo romanzo americano. Nata in Virginia, laureata all’Accademia Navale nel 1994, ha studiato arabo al Cairo e storia globale alla London School of Economics. Dopo quasi dieci anni in Marina e un periodo come procuratrice federale a Newark, è entrata in politica con la convinzione che il compromesso sia una virtù. Lo disse un anno fa ad Anne Applebaum, intervistata per l’Atlantic, parlando del Partito Democratico: «Costruire la coalizione più ampia possibile è un segno di successo. È l’opposto del dogmatismo che paralizza Washington».

Sherrill ha costruito un’immagine da leader pragmatica, dalla mano ferma, opposta alla retorica apocalittica dei repubblicani: lei preferisce puntare su disciplina militare e senso civico. Niente slogan, niente crociate. Solo una promessa: «Ricostruire il patto tra governo e cittadini».

Nei giorni più difficili dello shutdown federale ha visitato uffici chiusi e basi militari ferme, trasformando la crisi dell’amministrazione centrale in una questione morale prima ancora che politica. «Non possiamo governare un Paese se non rispettiamo chi lo manda avanti ogni giorno», ha detto nel suo discorso di vittoria. La sua è stata una campagna “anti-panico”, fondata su un linguaggio civile e calmo in contrasto alla politica urlata del trumpismo. È la traduzione politica del suo stile. La calma come forma di leadership.

In Virginia è andata più o meno allo stesso modo. La nuova governatrice è Abigail Spanberger, ex agente della Cia, protagonista di una vittoria basata su poche parole d’ordine: ordine, competenza, decoro. «La Virginia ha scelto il pragmatismo invece della faziosità», ha detto la notte della vittoria, mandando un messaggio a chi sperava di vincere alimentando il caos di questi tempi impazziti.

Abigail Spanberger – AP/Lapresse

Spanberger era arrivata al Congresso nel 2018 conquistando un collegio conservatore, rompendo un dominio repubblicano di mezzo secolo. Martedì ha sconfitto la repubblicana Winsome Earle-Sears con oltre quattordici punti di vantaggio, la vittoria più ampia per un democratico nello Stato da decenni.

Come buona parte della sinistra, Spanberger ha difeso il diritto all’aborto, ma anche l’ordine pubblico; ha promesso di ridurre i costi della vita, ma senza sfidare frontalmente le aziende private. Ad agosto ha ottenuto l’appoggio della più grande associazione di polizia della Virginia, segno di una fiducia trasversale rara in questi tempi.

Le vittorie di Sherrill e Spanberger, ma non solo, unita a quella di Mamdani, descrivono bene le due anime che convivono oggi nel Partito Democratico degli Stati Uniti – e in buona parte della sinistra mondiale. Difficile dire quale sia la fazione più forte, al momento.

Anne Applebaum, un anno fa sull’Atlantic, scriveva: «I nuovi moderati democratici sono progressisti che hanno imparato a negoziare». È vero. Ma è vero anche il contrario: la sinistra radicale, dopo anni di marginalità, sembra aver trovato la propria voce con un protagonista del calibro di Mamdani. La sfida, ora, è trasformare questa varietà in identità.

È sempre prudente non trarre troppe conclusioni da elezioni locali – per di più a un anno da un voto presidenziale estremamente polarizzante. In più, era in parte un successo previsto, quello dei democratici, dal momento che si votava in posti dove vanno storicamente bene.

L’appuntamento politicamente più rilevante per la politica nazionale degli Stati Uniti è tra un anno, con le elezioni di metà mandato (midterm). Sarà un momento per fare il punto sullo stato di salute del Partito Democratico e della politica americana. La lezione imparata questa settimana vale al massimo come suggerimento. Non c’è un’unica via per vincere: si può guardare più a sinistra, si può puntare al centro, purché si parli alla gente.

Il Partito Democratico sembra un mosaico vivente contrapposto alla monocultura del trumpismo imperante nel Partito Repubblicano. «Le vittorie di martedì dimostrano che possiamo vincere con candidati diversi, stili diversi, linguaggi diversi», ha detto Pete Buttigieg, ex Segretario ai Trasporti dell’amministrazione Biden e tra i più lucidi politici di area democratica. «Per me – ha detto ancora Buttigieg – la lezione non è scegliere una strada o l’altra. È concentrarsi su ciò che conta davvero per gli elettori». Il riferimento è a quella grande tenda democratica evocata da Kamala Harris alla convention del 2024, quando sembrava che il partito potesse risorgere. Allora quella miscela non tenne: oggi le condizioni sembrano già diverse. Tra un anno chissà.

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