Casa riformistaLa mia terza mossa del cavallo sarà costruire l’alternativa al governo Meloni, dice Renzi

Sul palco di Linkiesta Festival, il leader di Italia Viva ha commentato la vittoria di Mamdani e spiegato cosa pensa sul referendum sulla giustizia. «In questa fase della mia vita politica devo fare l’allenatore o il mediano di spinta», ha detto riferendosi al progetto politico dei prossimi mesi, con critiche alla componente ex renziana del Pd

Gaia Menchicchi

«Il Partito democratico che conoscevo non esiste più. E la mia terza mossa del cavallo sarà creare un’alternativa seria al governo di Giorgia Meloni». Con queste due frasi Matteo Renzi ha sintetizzato il perimetro della Casa Riformista, il suo nuovo progetto politico, durante il dialogo con Christian Rocca nella prima giornata de Linkiesta Festival ai Bagni Misteriosi di Milano.

La sua non è una battaglia contro il Partito democratico di Elly Schlein né contro il cosiddetto campo largo, ma la presa d’atto di un limite numerico: «Schlein, Conte e Fratoianni-Bonelli insieme arrivano al quaranta per cento, per essere ottimisti, e questo non basta». Per cambiare il quadro politico serve una robusta area riformista che arrivi al sette-otto per cento dei voti. Questo è l’obiettivo politico annunciato dall’ex presidente del Consiglio. 

«Elly ha una posizione netta e ha spostato il Partito democratico a sinistra, vincendo le primarie», ha spiegato, aggiungendo che questa lettura è condivisa anche in privato da tanti dirigenti riformisti del Pd a cui rimangono due opzioni: «Stare dentro e prendersi i seggi che spettano alla minoranza, oppure avere il coraggio di fare una battaglia per costruire qualcosa di nuovo. Ma come ci ricorda Manzoni ne i Promessi Sposi “il coraggio chi non ce l’ha, non se lo può dare”. Chi vuole fare una sfida di coraggio è il benvenuto. Chi vuole stare al calduccio nel PD, faccia pure. Ma poi non si lamenti quando resterà fuori dalle liste».

Renzi è tornato più volte al 2019, quando Italia viva nacque tra mille difficoltà interne ed esterne, e al suo ruolo di ago della bilancia. «Anche se siamo il due, tre, quattro per cento, su di noi grava lo stesso compito che ci ha portato a bloccare Matteo Salvini al Papeete quando chiedeva pieni poteri e poi a portare Mario Draghi a Palazzo Chigi», ha detto.  «Siamo davanti a un governo totalmente inidoneo. Per mandarli a casa, però, se siamo nelle mani solo della sinistra estremista non andremo da nessuna parte. La scommessa non è solo fare opposizione alla Meloni, ma costruire un’alternativa: più sicurezza, meno tasse, rispetto dello Stato di diritto, garantismo non ideologico. Abbiamo preso il 9% in Toscana, il 5% in Calabria; puntiamo alla Campania. Se funziona, si vincono le elezioni e Meloni torna a fare quello che le riesce meglio: l’opposizione. Se non funziona, la sinistra vedrà Meloni al Quirinale. Se l’unico piano è “restano al potere dieci anni e poi toccherà a noi”, tanto vale chiudere baracca».

Sulla presidente del Consiglio, Renzi ha un giudizio lucido, ma implacabile: «Giorgia Meloni è una straordinaria comunicatrice. Riesce a imporre la narrazione più che le riforme come nessuno prima. Neanche Berlusconi aveva questa capacità di agenda setting. Dopodiché, per me è totalmente inidonea a governare il Paese. Da quando c’è lei al governo sono tornati a crescere anche i reati commessi dagli under 18, un passaggio completamente rimosso dal dibattito pubblico», ha detto. Poi la pressione fiscale: «È salita al 42,8 per cento, mentre lei aveva promesso il contrario». Infine la manovra: «Una legge di bilancio mediocre, diciotto miliardi senza una misura vera. Dove sono i venticinque miliardi dei dazi? Dove sono i quindici miliardi per la casa? Dove sono i soldi per abbassare le tasse? Non ci sono».

Sulla separazione delle carriere Renzi ha chiarito che il principio gli va benissimo: «È sacrosanto, noi siamo sempre stati favorevoli. Ma quella del Governo non è separazione delle carriere: è raddoppio del Consiglio superiore della magistratura. Ne basta già uno. La riforma della giustizia è una bandierina simbolica: la separazione delle carriere, per come l’hanno scritta, è niente. Stiamo parlando di 28 magistrati all’anno; si cambia la Costituzione per 28 persone».

Renzi si è detto «molto deluso» da Carlo Nordio, rivelando di essersi «illuso» sul ministro della Giustizia. Secondo Renzi, la frase del Guardasigilli sulla vicenda di Garlasco, «a un certo punto bisogna arrendersi», è stata una rottura definitiva: «È una frase che puoi dire al bar, non se fai il ministro della Giustizia». Renzi ha rimproverato a Nordio anche il metodo con cui il governo ha blindato la riforma alla Camera e Senato: «Hai impedito al Parlamento di modificare alcunché. Non era mai accaduto».

La gestione del caso Al-Masri è stata per Renzi la dimostrazione plastica di un governo che, su dossier delicatissimi, procede nel caos più totale. «Invece di rimpatriare i criminali che hanno commesso reati in Italia, si rimpatria con un aereo di Stato il boss dei boss del racket dell’immigrazione. Questo signore andava impacchettato e mandato alla Corte penale internazionale senza passare dal via». Se ci fossero stati rischi per la sicurezza nazionale, ha aggiunto, «si sarebbe dovuta apporre la procedura del segreto di Stato». Il problema è che quella procedura non è mai stata attivata e che le decisioni sono state prese «fuori da ogni tracciabilità», con messaggi su Signal da parte della capo di Gabinetto e un aereo di Stato partito quando ancora il ministro Nordio sosteneva in Parlamento di essere «in fase di valutazione».

Renzi ha difeso l’operato del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, definendolo «impeccabile», e ha spostato la responsabilità sulla catena politica che fa capo ad Alfredo Mantovano, Carlo Nordio e alla capo di gabinetto della Giustizia, Maria Teresa Bartolozzi. Secondo Renzi c’è stato un danno d’immagine senza precedenti: «Hanno combinato un pasticcio, anzi un pasticciotto visto che Mantovano è leccese. Un torturatore di bambine riportato a casa col tricolore sulla carlinga dell’aereo. Siamo al paradosso di aver preso lezioni di diritto da una tribù libica». Un cortocircuito istituzionale che ha causato una «figuraccia internazionale».

Renzi ha ridimensionato l’entusiasmo italiano per la vittoria di Zohran Mamdani a New York, spiegando che il parallelo con il contesto italiano è fuorviante. «Se vogliamo ragionare delle ricadute italiane perdiamo tempo. Da venticinque anni, dopo ogni elezione americana, qualcuno dice: “Dobbiamo imparare dagli Stati Uniti”. Arturo Parisi diceva: “Benissimo in Ohio e Iowa. Peccato per Abruzzo e Molise”». Per Renzi New York è un laboratorio politico a sé, una città fortissimamente del Partito democratico, smontando anche il racconto che si fa del nuovo sindaco: «Viene raccontato come un self-made man. È un ragazzo che ha studiato nelle scuole più prestigiose, figlio di una regista famosa. Viene da una famiglia benestante. Ha vinto con una linea di politica estera discutibile, ma con un’attenzione alle piccole cose che è mancata all’amministrazione democratica. E non è neanche il primo sindaco socialista: dieci anni fa c’era Bill De Blasio».

Maggiore, nelle parole di Renzi, è l’importanza del voto in altri Stati americani: «Per i democratici è molto più interessante il New Jersey», ha detto, «ma soprattutto la Virginia dove l’ex analista della Cia ha vinto in uno swing state». Quello, per il leader di Italia Viva è il vero segnale strategico per il Partito democratico americano. «I democratici in America vogliono vincere. A loro serve non un candidato con una spruzzatina di radicalismo, serve un uomo o una donna come la governatrice della Virginia». Secondo Renzi, anche in Italia si vince al centro.

Sul caso Striano e le indagini sugli accessi abusivi alle banche dati della Procura nazionale antimafia, Renzi ha detto che si costituirà parte civile, «ma siamo garantisti anche quando siamo nella posizione di parte lesa. Ciò che è stato fatto a me e alla mia famiglia ha lasciato cicatrici personali profonde. C’è stato un momento in cui in questo Paese si è cercato di eliminare un dirigente politico, un ex Presidente del Consiglio. E casualmente questo avveniva mentre nasceva Italia viva».

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