Esclusi il Fatto quotidiano e i funzionari del Cremlino, ho trovato un solo parere favorevole al grottesco piano in ventotto punti che i russi sono riusciti a rifilare alla Casa Bianca: quello dello studioso inglese Mark Galeotti, intervistato domenica su Repubblica. Al di là delle assurdità con cui presenta come un buon punto di partenza ciò che il mondo intero ha giustamente giudicato una trappola per gonzi, una via di mezzo tra una provocazione e uno scherzo di cattivo gusto in cui solo l’Amministrazione Trump poteva cadere, lo studioso dice però una cosa che merita di essere annotata. E cioè che «Mosca ha fatto passi in avanti rispetto ai negoziati di Istanbul del 2022» e in particolare, tra gli altri, che «la riduzione dell’esercito ucraino a 600mila unità è un limite più generoso dei diktat russi in Turchia tre anni fa (85mila)».
Sull’assurdità di chiedere la riduzione dell’esercito aggredito, anziché di quello aggressore, magari torno più avanti. Ma intanto possiamo almeno considerare chiuso il dibattito sulla famosa pace di Istanbul, che Volodymyr Zelensky avrebbe gettato al vento per volere degli inglesi, e che secondo i propagandisti del Cremlino (ufficiali e ufficiosi) avrebbe offerto condizioni molto migliori delle attuali. Basterebbe ricordare che quell’accordo capestro fu stilato in aprile, e pochi mesi dopo l’Ucraina riconquistava buona parte del territorio che ancora difende, per smentire una simile falsità. Ma anche questo dettaglio delle truppe mi pare un utile promemoria.