Doccia freddaIl governo ha improvvisamente tagliato i fondi per le comunità energetiche rinnovabili

Molte aziende l’hanno scoperto attraverso un post su LinkedIn del presidente del Gse. I finanziamenti passano così da 2,2 miliardi a 795,5 milioni, stravolgendo i business plan di migliaia di operatori ancora increduli

Novembre 2022, un sit-in di Legambiente in sostegno delle comunità energetiche (Roberto Monaldo / LaPresse)

Venerdì 21 novembre, attraverso un inaspettato post su LinkedIn, il presidente del Gestore dei servizi energetici (Gse) Paolo Arrigoni, ex senatore della Lega, ha annunciato una rimodulazione della dotazione finanziaria per le comunità energetiche rinnovabili (Cer): da 2,2 miliardi di euro a 795,5 milioni. 

L’annuncio, arrivato a meno di dieci giorni dalla scadenza per presentare le richieste di finanziamento pubblico (30 novembre alle 18), è stato una doccia fredda per gli operatori che si stavano impegnando a mettere in pratica queste soluzioni per condividere energia pulita. In Italia, anche a causa dei precedenti ritardi nei decreti attuativi, queste iniziative si stanno diffondendo con lentezza rispetto al resto d’Europa, nonostante l’incoraggiante crescita riscontrata nel 2025 (+244 per cento con quasi seicento progetti totali, comprese le iniziative di autoconsumo collettivo condominiale). 

Il ridimensionamento rischia di compromettere i piani delle aziende che avevano già investito in personale, formazione e strutture dedicate alle comunità energetiche, che permettono di produrre elettricità rinnovabile da ripartire agli aderenti, investendo i risparmi in progetti dall’alto valore ambientale e sociale per le comunità locali. Si dice spesso, infatti, che le Cer siano in grado di innescare tre tipi di benefici: climatici, economici e sociali. 

Pier Gariglio, presidente della comunità energetica Seiva (a Borgomanero, in provincia di Novara), ha scritto nei commenti sotto il post di Arrigoni che «cambiare le regole del gioco in corso è una scelta che genera numerosi problemi: non rispetta il lavoro delle Cer, di programmazione dei produttori e di consulenza dei professionisti. Soprattutto mina la necessaria fiducia tra cittadino e istituzioni». Da anni, gli operatori chiedono al governo continuità e stabilità: due condizioni necessarie e sufficienti per pianificare la transizione energetica. 

Secondo il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), il taglio dei fondi è frutto della sesta revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). A sorprendere gli operatori non è stata però solo la misura in sé, ma anche le modalità di comunicazione: «A dieci giorni dalla scadenza del bando, non esce un decreto, ma un post su LinkedIn del presidente del Gse che annuncia il taglio di due terzi dei fondi. Le regole cambiano a partita finita, bruciando i business plan di migliaia di aziende», racconta Giovanni Montagnani, presidente della Cer Vergante Rinnovabile e vicepresidente della coalizione Ci Sarà Un Bel Clima. 

Il taglio si aggiunge alle difficoltà che gli operatori stanno riscontrando in termini informatici e burocratici nell’attivare le Cer, che possono fondarsi ad esempio su un unico impianto rinnovabile installato al centro di un piccolo Comune. «Ci sono pratiche di febbraio approvate, con contratto firmato. Tutto in regola, ma i soldi non arrivano. Il motivo tecnico? Non esiste ancora il portale per erogarli. Siamo ostaggi di un codice informatico che non c’è», prosegue Montagnani.

Per provare a stemperare le tensioni, il Mase ha inviato una nota in cui sostiene che il taglio del sessantaquattro per cento dei fondi sia un’operazione di «buon governo». Secondo il dicastero guidato da Gilberto Pichetto Fratin, le risorse iniziali – 2,2 miliardi – erano state calcolate sulla base dei prestiti e non sui contributi a fondo perduto. Il ministero ritiene inoltre che i fondi attuali siano comunque sufficienti a coprire le domande presentate, anche considerando «una fisiologica riduzione del dieci-quindici per cento tra progetti presentati e ammessi». 

«La toppa è peggiore del buco – conclude Montagnani – perché non si può spacciare per “buon governo” quello che sta succedendo. I numeri del ministro non tornano: siamo già a un miliardo di fondi richiesti e nei prossimi giorni verranno presentate altre istanze per centinaia di milioni di euro. È assurdo pensare che le risorse rimaste del Pnrr basteranno. Il comunicato aggrava la situazione perché fa presupporre che il quindici per cento delle domande saranno respinte proprio ora che il bando si chiude».

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