
Doveva essere la manovra per il «ceto medio». Ma la redistribuzione promessa dal governo Meloni per ora non si vede. Lo hanno ripetuto in Senato, uno dopo l’altro, Istat, Banca d’Italia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di bilancio: la quasi totalità dei 3 miliardi spesi per l’ulteriore taglio dell’Iperf nella legge di bilancio andranno ad avvantaggiare soprattutto i redditi più elevati.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha chiuso il ciclo delle audizioni in commissione Bilancio, ha sostenuto ancora che la riduzione della seconda aliquota dal 35 al 33 per cento «tutelerà i contribuenti con redditi medi». Ma prima di lui, le quattro istituzioni – numeri alla mano – hanno provato il contrario. «Io devo prendere le decisioni, fare il professore è più semplice», ha detto il ministro, invitando le quattro istituzioni a «guardare quello che abbiamo fatto non solo quest’anno ma in questi tre anni». Giorgetti ha rivendicato di aver agito prima sui redditi più bassi, con misure che «hanno più che compensato il fiscal drag», per poi «agire quest’anno in modo selettivo sul ceto medio».
Ma i calcoli dicono altro. La presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) Lilia Cavallari ha quantificato che cosa significa il taglio della seconda aliquota per diverse tipologie di contribuenti, dimostrando la concentrazione dei benefici sui redditi medio-alti. Un operaio, secondo i calcoli, pagherà in media 23 euro in meno di tasse all’anno, un dirigente 408. Gli impiegati e i lavoratori autonomi risparmieranno in media 123 e 124 euro, i pensionati 55. Il vantaggio del taglio di due punti, per la struttura stessa del sistema fiscale, cresce quindi con il reddito. Secondo le simulazioni dell’Upb, il 50 per cento del risparmio d’imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48mila, che rappresentano solo l’8 per cento del totale.
Anche l’Istat è arrivato alle stesse conclusioni. Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità, secondo l’istituto di statistica emerge come oltre l’85 per cento delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito. La misura coinvolge 14 milioni di contribuenti e 11 milioni di famiglie, con un beneficio medio di circa 230 euro a persona, 276 euro a famiglia. Ma per le famiglie più povere l’effetto è quasi nullo: nelle più ricche si toccano 411 euro, in quelle del primo quinto appena 102. «Sono interessate dalla misura oltre il 90 per cento delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto», ha spiegato il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli.
Anche la Corte dei Conti ha rilevato che il beneficio «raggiunge il massimo tra i contribuenti oltre 50mila euro» e può arrivare fino a 200mila euro di reddito, con una sterilizzazione solo «eventuale» per chi supera questa soglia.
Sulla carta, il governo ha introdotto un correttivo per evitare che anche chi ha redditi molto alti sia avvantaggiato dalla misura. Il ddl prevede infatti un taglio delle detrazioni d’imposta per i redditi oltre i 200mila euro, in modo da sterilizzare (in tutto o in parte) il vantaggio. Ma solo un terzo circa di quei contribuenti (58mila persone), fa notare l’Upb, ha detrazioni che non siano state già tagliate da precedenti interventi normativi. E anche per loro il taglio medio effettivo ammonta a 188 euro, molto inferiore al risparmio di 440 euro di cui beneficeranno grazie alla riforma. Per gli altri due terzi, invece, il beneficio del taglio Irpef resta intatto.
Conclusione amara della Banca d’Italia. «Si può stimare che complessivamente le misure fin qui descritte non comportino variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile equivalente tra le famiglie», ha spiegato Fabrizio Balassone, vicecapo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia. «La riduzione dell’aliquota dell’Irpef per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione» e in più «gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale si concentrano sui primi due quinti delle famiglie e sono anch’essi modesti». Così come le modifiche al calcolo dell’Isee finiscono per favorire le famiglie più numerose e proprietarie di case, sfavorendo invece «quelle più giovani e quelle di cittadinanza straniera».