L’altra America La Casa Bianca diserta la Cop30 sul clima, ma i sindaci non ci stanno

Come da copione, l’Amministrazione Trump non invierà rappresentanti di alto livello a Belém. A portare avanti l’eredità di Joe Biden saranno le città, che uniranno le forze per incidere sui risultati del vertice

AP Photo/LaPresse, ph. Mark Schiefelbein

Ora è ufficiale per davvero. La Casa Bianca non invierà rappresentanti di alto livello a Belém, in Brasile, dove dal 10 al 21 novembre si terrà il trentesimo vertice delle Nazioni unite sul cambiamento climatico (Cop30). Wopke Hoekstra, commissario europeo per il Clima, lo ha definito un «momento spartiacque», perché gli Stati Uniti hanno spesso avuto un ruolo centrale all’interno di un appuntamento che ha dimostrato di poter cambiare la storia. Basti pensare all’accordo di Parigi, nato esattamente dieci anni fa al termine della Cop21. 

È una notizia dall’alto valore politico e simbolico, ma poco sorprendente, nonostante la permanenza degli Stati Uniti all’interno della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), che ogni anno organizza le Cop. Nel giorno del suo insediamento, Donald Trump aveva annunciato l’imminente uscita di Washington dall’accordo di Parigi, anche se di imminente c’è ben poco: la decisione verrà formalizzata a febbraio 2026 perché la procedura richiede almeno un anno per essere completata. 

Trump, però, ha voluto mandare un chiaro messaggio dopo mesi di dichiarazioni negazioniste e provvedimenti che rallenteranno gravemente la transizione ecologica degli Stati Uniti, e quindi del mondo intero, considerando che parliamo del secondo emettitore globale dietro la Cina. Nel silenzio generale, il Dipartimento di Stato americano ha anche chiuso il suo ufficio specializzato in questioni climatiche ed eliminato la carica di inviato speciale per il Clima, essenziale nei contesti diplomatici (l’ultimo, sotto la presidenza di Joe Biden, è stato John Podesta, ex consigliere di Barack Obama). 

Negli ultimi tre decenni, la Casa Bianca ha sempre inviato delegazioni molto corpose all’interno delle sale negoziali delle Cop, anche durante le presidenze di George W. Bush (2001-2008) e il primo mandato di Trump (2017-2021). Ora, però, il mondo è cambiato. È finita l’epoca delle Cop dagli obiettivi di mitigazione ambiziosi e dai target cerchiati di rosso; la finanza climatica si è ormai presa la scena. 

Il presidente americano sta cavalcando la sfiducia globale verso le tecnologie della transizione energetica, fornendo all’economia fossile terreno fertile per tornare a prosperare. L’amministrazione repubblicana è quindi supportata da un contesto profondamente diverso rispetto alla fine del 2016, quando Trump sconfisse Hillary Clinton alle elezioni presidenziali. 

Nel corso di un’intervista al Guardian, il portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha confermato la linea negazionsta del presidente. Nel commentare l’assenza di vertici di alto livello a Belém, infatti, ha detto che «la “nuova truffa verde” avrebbe ucciso l’America se non fosse stato eletto». Il programma energetico del leader repubblicano, prosegue Rodgers, «è basato sul buon senso e si concentra sull’utilizzo dell’oro liquido (il modo in cui Trump chiama il petrolio, ndr) sotto i nostri piedi per rafforzare la stabilità della rete elettrica e ridurre i costi per famiglie e imprese. Il presidente Trump non metterà a repentaglio la sicurezza economica e nazionale per perseguire vaghi obiettivi climatici che stanno uccidendo altri Paesi».

Hoekstra, da Bruxelles, pensa giustamente che il forfait della Casa Bianca alla Cop30 rappresenti l’inizio di una nuova era. Era impensabile, fino a pochi anni fa, immaginare un vertice Onu sul clima senza gli americani. Bisogna però specificare che l’influenza statunitense nei contesti Cop era in calo da tempo, specialmente nelle ultime due edizioni. In mezzo alla stanza dei bottoni c’è la Cina, ma anche il Brasile, l’India e il Sudafrica hanno dimostrato di saper alzare la voce, avendo un impatto concreto sui risultati. 

Intervistato dal Guardian, Todd Stern, ex capo negoziatore per il Clima dell’amministrazione Obama, ha detto che la delegazione statunitense «non avrebbe aggiunto nulla di utile». L’amministrazione Trump, continua, «è molto più aggressiva, su tutti i fronti. Credo che la stragrande maggioranza dei Paesi non presterà attenzione a questo aspetto (alla loro assenza, ndr)».

Tradotto: meglio senza che con. «Se la scelta fosse tra non avere gli Stati Uniti al tavolo oppure averli come guastafeste, intenti a rovinare o interrompere le trattative, la maggior parte dei Paesi preferirebbe la loro assenza», ha detto – sempre al Guardian – un «ex alto funzionario» del dipartimento di Stato che ha scelto di rimanere anonimo. 

Un altro aspetto da considerare è che Trump e la sua amministrazione rappresentano solo una fetta della politica americana. A Belém, in realtà, ci sarà una delegazione statunitense alternativa, composta da oltre cento sindaci, governatori statali e funzionari locali sotto le sigle di America Is All In, Climate Mayors e U.S. Climate Alliance. Molti di loro sono impegnati in questi giorni a Rio de Janeiro per il summit mondiale dei sindaci di C40, la rete globale dei sindaci “climaticamente” più attivi.

La delegazione americana è capitanata da Tony Evers (governatore del Wisconsin e co-presidente della U.S. Climate Alliance), Michelle Lujan Grisham (governatrice del New Mexico), Gina McCarthy (ex amministratrice dell’Agenzia federale per la protezione ambientale) e Kate Gallego (vicepresidente di C40 e sindaca di Phoenix). Si tratta anche di una forma di protesta, perché l’iniziativa non ha ricevuto alcun tipo di sostegno ufficiale da parte della Casa Bianca. Questo significa che, potenzialmente, la sindaca di Phoenix non avrà lo stesso potere di John Podesta, che ha partecipato alla Cop29 di Baku in qualità di inviato speciale per il Clima dell’amministrazione statunitense. 

Quella di Belém, però, sarà la prima Cop dopo Glasgow (Cop26) in cui la società civile e i leader locali avranno davvero spazio per esprimere dissenso, proposte, idee. Il cambiamento climatico, soprattutto a livello di adattamento, si contrasta grazie al coraggio e alla spinta delle città, dove – entro il 2050 – si concentrerà il settanta per cento della popolazione globale. Il testo finale sottoscritto in plenaria non è figlio di un processo lineare: il rumore di fondo, il lobbismo e le proteste possono realmente orientare i risultati, nel bene e nel male (basti pensare alla massiccia presenza dei delegati dell’industria fossile nelle ultime tre edizioni).

«Gli Stati e le città sono da tempo laboratori e trampolini di lancio per le soluzioni climatiche più innovative. In Wisconsin e in tutto il Paese stiamo lavorando per dare ai nostri figli e ai nostri nipoti aria ed energia pulite. Il mondo deve sapere che, nonostante gli ostacoli, noi andiamo avanti», ha detto Tony Evers. Le città americane, ha spiegato la sindaca di Phoenix Kate Gallego – «sono all’avanguardia nell’innovazione e nell’azione climatica. I sindaci di tutto il Paese stanno raddoppiando gli sforzi per colmare l’assenza di leadership a livello federale, promuovendo soluzioni pragmatiche che offrono benefici immediati ai residenti». L’azione per il clima statunitense riparta dalle città. 

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