Il piano americano per fermare la guerra in Ucraina è stato accorciato, riscritto, ridotto da ventotto a diciannove punti nel tentativo di renderlo più accettabile e giusto. Ma anche nella sua nuova forma, potrebbe non servire a niente. La Russia ha fatto capire di essere pronta a respingerlo perché considera la limatura una cancellazione degli impegni che Vladimir Putin ritiene di aver ottenuto direttamente da Donald Trump ad Anchorage.
La musica è finita, gli amici se ne vanno, e il solito valzer trumpiano ha fatto girare tutti a vuoto, ancora una volta. Ma l’Ucraina è costretta a ballare al ritmo del presidente degli Stati Uniti perché non ha alternative: l’Europa non ha ancora costruito un sistema di difesa comune in grado di difendere Kyjiv in caso di un maggiore disimpegno americano.
Volodymir Zelensky e i suoi compatrioti ucraini si muovono dentro un equilibrio che non controllano e che non possono permettersi di interrompere, ma l’intransigenza del Cremlino porta almeno un beneficio. Il mondo ha capito per l’ennesima volta che i russi vogliono la pace a modo loro, come sta filtrando dai negoziati di pace segreti ad Abu Dhabi, ormai non più così segreti. Non è soltanto una questione di potere negoziale: la realtà della difesa europea non può cambiare in pochi anni, figuriamoci in poche settimane.
La maggior parte delle speranze della difesa europea sono risposte nel piano ambizioso di riarmo della Germania. Il Cancelliere Friedrich Merz ha avviato un piano imponente per ricostruire le forze armate, aumentando il numero di soldati a 260.000, aggiungendone 200.000 tra i riservisti, introducendo incentivi economici significativi e, se necessario, il ricorso alle chiamate obbligatorie dal 2027. È un cambio di paradigma per un paese che per trent’anni ha mantenuto la spesa militare sotto il 2 per cento del prodotto interno lordo, ma anche un percorso che richiede anni. L’esercito tedesco ha bisogno di infrastrutture, mezzi, manutenzione e addestramento: nulla di tutto questo può essere accelerato per ragioni politiche e diplomatiche.
Aveva fatto ben sperare anche lo Strategic Defence Review, il grande piano annunciato dal premier laburista Keir Starmer per ridefinire la strategia di difesa britannica nei prossimi dieci anni, guidato dall’ex segretario generale della Nato George Robertson. Il piano avrebbe dovuto stabilire le priorità industriali e tecnologiche del Regno Unito, chiarire come raggiungere il 2,6 per cento del pil entro il 2027 e il 3,5 per cento entro il 2035, e indicare quali capacità sviluppare per affrontare minacce come la Russia e l’instabilità globale. Ma a sei mesi di distanza mancano ancora un piano di investimenti, una strategia industriale e un’indicazione precisa delle aree su cui il governo intende concentrare la spesa.
Senza questo quadro, molti progetti rischiano di restare solo sulla carta e la catena di fornitura potrebbe perdere personale qualificato. Secondo Politico, diverse imprese hanno sviluppato prototipi su fondi propri o addirittura ricorrendo a prestiti bancari, aspettandosi commesse che non sono mai arrivate; piccoli produttori riferiscono di aver costruito impianti «pronti a partire domani», ma inutilizzabili senza commesse governative.
Il problema è che la guerra ibrida della Russia non è partita oggi, ma ieri. Come spiega una interessante analisi del Financial Times, l’Irlanda è diventata l’esempio più inquietante di come l’Europa resti vulnerabile proprio dove la competizione con la Russia è più ibrida e meno visibile. Per anni navi russe, tra cui la Yantar specializzata nel mappare e potenzialmente sabotare cavi sottomarini, hanno attraversato le sue acque irlandesi restando a lungo sopra i principali cavi transatlantici che collegano Europa e Stati Uniti. Dublino non aveva radar, sonar né un canale di intelligence compatibile con gli standard Nato: nemmeno gli alleati potevano avvertirla tempestivamente quando individuavano navi sospette dirette verso la sua zona economica esclusiva. In pratica, un paese centrale per i dati globali ma incapace di proteggerli, costretto a limitarsi a semplici comunicazioni radio a distanza di sicurezza senza poter verificare nulla. Il governo sta cercando di recuperare con nuovi sistemi di sorveglianza e pattugliamento, ma molte capacità arriveranno solo dal 2027.
Così come nel 2027 potrebbe avverarsi il prerequisito tecnico per rendere possibile una difesa europea comune: la Schengen militare. L’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha presentato un progetto per migliorare la capacità collettiva di movimento, coordinamento e reazione dei singoli eserciti. Oggi per spostare truppe e mezzi attraverso tre Stati membri possono servire fino a quarantacinque giorni e fino a nove autorizzazioni diverse, in alcuni casi ancora cartacee.
Il piano della Commissione punta ridurre tutto a tre giorni, armonizzando le procedure, rinforzando le infrastrutture e finanziando oltre cinquecento interventi con 17,65 miliardi di euro nel prossimo bilancio. Gli Stati membri dovranno nominare un coordinatore nazionale e usare un sistema digitale comune per autorizzare gli spostamenti, mentre i corridoi dual use (strade, ponti, gallerie, ferrovie, porti o aeroporti) saranno adattati al peso dei mezzi corazzati più pesanti.
La rapidità con cui gli Stati europei hanno accolto il piano Kallas è uno dei pochi segnali concreti della volontà di ridurre almeno parte della dipendenza militare dagli Stati Uniti. Mentre gli ucraini aspettano, in attesa del prossimo valzer trumpiano.