
Per coltivare su Marte serve ripensare tutto: il suolo, l’acqua, la luce, il tempo. Serve accettare che nulla sia dato per scontato e che ogni risorsa sia finita. È quello che si impara subito leggendo “Piantare patate su Marte”, il libro edito da Aboca e scritto dalla professoressa Stefania De Pascale, ordinaria di orticoltura all’Università di Napoli che ha anni collabora con l’Agenzia Spaziale Italiana (e quella europea) per studiare come produrre cibo lontano dalla Terra. Ma la cosa bizzarra è che quella ricerca fantascientifica di piantare, nel vicino futuro, vegetali su un altro pianeta è assai utile per aiutarci a capire come produrre cibo sulla Terra, nel presente. Le condizioni estreme che immaginiamo per un pianeta ostile non sono poi così lontane da quelle in cui oggi si trova l’agricoltura terrestre.
Il 2025 è stato sicuramente l’anno in cui la discussione agricola è entrata più regolarmente nel dibattito pubblico. Abbiamo dato origine ad Agrikola per approfondire un tema che non è più esclusivo degli agricoltori, ma diventa di chiunque abbia necessità di nutrirsi. È in questo anno che la tensione sul dibattito agricolo si è fatta forse più limpida, ora che iniziamo a capire dove andare a cercare la bontà e quali sono i problemi del cibo.
Il modello agricolo che conosciamo ha iniziato a scricchiolare perché incapace di rispondere a ciò che chiedono i mercati (cibo più buono e più abbondante a un prezzo sempre più basso) e alle carenze dell’ambiente (impoverimento della terra, cambiamenti climatici in primis). Persino la Pac (la Politica Agricola dell’Unione Europea), per il bilancio 2028–2034, sta provando a modulare in maniera diversa i suoi fondi e dove destinarli, generando tensioni tra gli agricoltori beneficiari – meno inclini ai cambiamenti – che si uniscono a quelle per l’accordo con il Mercosur (cioè l’unione degli stati Sudamericani), che mette in allarme alcuni Paesi, tra cui Italia e Francia, e ha portato alla grossa protesta in piazza a Bruxelles durante l’ultimo Consiglio Europeo.
In mezzo a questo rumore di dissenso, ci sono elementi che emergono come centrali e lasciano poco spazio ai dubbi: serve maggiore attenzione alla risorsa terra. Non più semplice supporto produttivo, ma risorsa viva, fragile, politicamente rilevante. Erosione, perdita di sostanza organica, desertificazione sono diventate parole comuni anche fuori dai contesti accademici. Il suolo è tornato a essere un tema perché senza suolo non c’è futuro agricolo possibile, né transizione ecologica credibile.
È in questo spazio che si inserisce una discussione sempre più frequente sull’agricoltura rigenerativa. Non come ricetta miracolosa, ma come cambio di paradigma. A dirlo, senza indulgenze romantiche, è anche l’esperienza di Paolo Frigati, founder di Persea, l’azienda agricola che applica un modello circolare e rigenerativo all’agricoltura producendo avocado nelle regioni del Sud Italia. «Il modello agro-economico attuale è fondato sul produrre tanto a prezzi bassi, comprando input e investendo nella speranza di portare a casa un raccolto. Così le aziende non funzionano», racconta il fondatore. La risposta, nel caso di Persea, è stata smettere di semplificare la natura e tornare a coltivarne la complessità: meno trattori, più animali; meno fertilizzanti, più equilibrio biologico. «Da quando abbiamo lasciato alla natura la possibilità di autoregolarsi, non abbiamo più speso nulla per fertilizzare».
La rigenerazione, qui, non è ideologia ma contabilità. È la ricerca di un ritorno economico che passa dalla biodiversità, non dalla sua eliminazione. Un’idea che dialoga, senza contraddirsi, con l’agricoltura ipercontrollata delle serre sperimentali raccontate da De Pascale: su Marte come in Pianura Padana, coltivare significa gestire risorse limitate, chiudere i cicli, ridurre le dispersioni. Che si lavori nel suolo o fuori dal suolo, la lezione è la stessa: l’abbondanza non è infinita.
Anche il racconto del lavoro agricolo, in questo 2025, è cambiato. Il caporalato non è più solo l’immagine estrema delle baraccopoli, ma un sistema che si è fatto più opaco, spesso interno alle filiere regolari. Cambiare il racconto agricolo ha permesso di avere una cronaca del caporalato diversa: meno indignazione episodica, più analisi delle strutture economiche che rendono lo sfruttamento una variabile sistemica. Anche questo fa parte dell’agricoltura del futuro: non c’è sostenibilità ambientale senza giustizia del lavoro.
Il mito dell’agricoltura che verrà spesso si concentra su droni, robot, vertical farm. Tecnologie necessarie, ma non risolutive. Come ricorda nel suo libro, De Pascale, la vera sfida non è far crescere piante sotto luci artificiali, ma produrre cibo di qualità in un mondo che ha già perso molti dei presupposti per farlo. Marte, in questo senso, è un promemoria brutale: coltivare senza dare nulla per scontato.
L’agricoltura del prossimo anno non sarà marziana. Ma dovrà iniziare a imparare da Marte a togliere, invece che aggiungere. A guardare allo stato della natura e sfruttare la sua complessità, invece di ridurla. A fare di più con meno (e questo dovrebbe valere anche per le risorse economiche dall’Europa), senza consumare ciò che non possiamo ricreare. Che si tratti di una serra sperimentale o di un campo dietro casa, l’obiettivo non cambia: coltivare cibo sano che restituisca benessere sotto i nostri piedi.