Tratto dall’Accademia della Crusca
Gli aggettivi psichico, psicologico e psichiatrico si sono formati nel corso del XIX secolo e sono, quindi, tutto sommato, recenti. Il GRADIT data psichico al 1829, psicologico a prima del 1837 e psichiatrico al 1855. Sempre il GRADIT marca questi tre aggettivi come TS, appartenenti cioè lessico tecnico-specialistico, ma per psichico e psicologico aggiunge, rispettivamente le marche CO (appartenente al lessico comune e conosciuto a qualunque parlante con un livello di istruzione medio-superiore) e AU (di alto uso, circa 2500 parole di alta frequenza che da sole costituiscono il 6% di quelle che formano l’insieme di testi scritti o discorsi parlati). Queste marche d’uso ci dicono, insomma, che almeno due delle tre parole hanno varcato i confini dello specialismo, ottenendo un’ampia diffusione e una conseguente, inevitabile banalizzazione. Sono aggettivi denominali, che derivano cioè da sostantivi, nello specifico mediante l’aggiunta del suffisso -ico (come atmosferico da atmosfera o atomico da atomo), rispettivamente a psiche, psicologia e psichiatria. Dal momento che non esprimono una proprietà o una qualità del nome a cui si riferiscono, ma una relazione tra il nome che specificano (nel nostro caso disturbo o perizia) e quello da cui sono derivati vengono definiti anche aggettivi di relazione (cfr. Maria G. Lo Duca, in Grossmann-Rainer 2004, p. 214). Esempi di questa tipologia di aggettivi sono emergenziale (da emergenza con -iale), filmico (da film con -ico) e generazionale (da generazione con -ale). Dunque psichico significa ‘che riguarda la psiche’, psicologico ‘che riguarda la psicologia’ e, infine, psichiatrico ‘che riguarda la psichiatria’.
I dubbi dei lettori riguardano soprattutto l’opportunità di utilizzare psicologico, per es. nel costrutto disturbo psicologico, in quanto questa espressione indicherebbe un ‘disturbo che riguarda lo studio della psiche’. Se ci riferiamo a un disturbo, nell’accezione di una ‘leggera irregolarità o disordine nelle funzioni organiche’ (Vocabolario Treccani online, s.v.), riferito all’‘insieme dei processi e delle funzioni sensoriali, intellettive, affettive, volitive’ di un individuo, cioè alla sua psiche (GRADIT, s.v.), appare senza dubbio più lineare usare l’espressione disturbo psichico. Vedremo a breve che anche i dizionari (sia quelli dell’uso che quelli specialistici) propendono, per lo più, per questa soluzione, ma sembra opportuno compiere prima un breve excursus storico-linguistico sui sostantivi da cui sono derivati i nostri aggettivi.
In principio non fu la psiche
Anche se psicologia e psichiatria sono formate con il primo elemento psico- ‘che riguarda la psiche’, non c’è una derivazione di queste due parole da psiche. In realtà la prima voce attestata in italiano è psicologia (dal gr. psykhḗ ‘anima’ e -logía ‘studio’), che è datata dai principali repertori al 1739 (DELI, GRADIT, Zingarelli 2026). Questo grecismo di origine dotta – che, se escludiamo psicomanzia ‘negromanzia’ (datato da GRADIT al 1610), inaugura la nutrita serie dei composti di psico-, particolarmente produttiva tra Otto e Novecento – deriva dal latino moderno psychologia ‘scienza dell’anima’, termine che sembrerebbe essere stato coniato nel XVI sec. dall’umanista e teologo tedesco Philipp Schwarzerdt, più noto come Filippo Melantone (1497-1560).
Il termine latino “ebbe vita stentata sino al Settecento, quando fu ripreso da un filosofo razionalista allievo di Leibniz, Christian Wolff, che designò con esso una delle quattro parti in cui andava suddivisa la metafisica” (Paolo Legrenzi [a cura di], Storia della psicologia, Bologna, il Mulino, 20125, p. 27) insieme all’ontologia, alla cosmologia e alla teologia. Solo a partire dalla seconda metà del XIX sec. il termine psicologia indica la ‘scienza che studia, descrive, interpreta la fenomenologia dei processi mentali, a livello sia conscio che inconscio, e dei processi che ne derivano’ (GRADIT s.v.). Tuttavia, come ci informa il GDLI, tra i significati di psicologia abbiamo, ben attestato dall’inizio del Novecento e tuttora vitale, anche quello, molto meno specifico, di ‘complesso degli aspetti (razionali, emotivi, volitivi, ecc.) che caratterizzano il modo di pensare e di agire di un individuo o di una collettività, considerati in se stessi o, anche, in rapporto con determinati fenomeni o situazioni; personalità, carattere, indole’. Si può, quindi parlare della psicologia di un esercito, di un popolo o di una nazione, fino a quella di un individuo. Torneremo su questo punto tra non molto.
La seconda parola a comparire è psichiatria (dal gr. psykhḗ ‘anima’ e iatrós ‘medico), un altro grecismo che entra in italiano per mediazione francese (cfr. l’Etimologico s.v. psichiatra) e che è possibile retrodatare rispetto a quanto indicato dai repertori (GRADIT indica av. 1841) al 1828:
La teoria concernente i mezzi di sanare le malattie psichiche, chiamasi Psichiatria cioè medicina dell’anima (Pietro Baroli, Instituzioni di filosofia teoretica e morale, vol. I: Psicologia Empirica, Como, Pietro Ostinelli, 1828, p. 210)
Si noti che l’attestazione è tratta da un volume di filosofia teoretica e morale, in una sezione dedicata alla psicologia empirica. A quest’altezza cronologica, infatti, psichiatria e psicologia fanno ancora parte della filosofia e lottano per la propria emancipazione. Si noti, inoltre, anche la presenza nel passo appena citato dell’agg. psichiche ‘dell’anima’. Dunque psichiatria nasce come ‘medicina’ o ‘cura dell’anima’, mentre oggi con questa parola viene designata esclusivamente la ‘branca della medicina che ha per oggetto la diagnosi, la cura e la prevenzione delle malattie mentali’ e ‘negli ospedali, reparto specialistico per la cura delle malattie mentali’ (GRADIT).
Psiche nel significato di ‘anima’, che tutti i repertori datano al 1829, quindi un anno dopo psichiatria e quasi un secolo dopo psicologia, compare nel Dizionario tecnico-etimologico-filologico (Milano, Pirola, 1829) di Marco Aurelio Marchi in cui troviamo la v. psiche: “l’anima, ossia il principio per cui si ha vita e respiro. Ha la stessa origine del latino anima”. È interessante osservare come lo stesso repertorio registri, oltre a psicologia “trattato dell’Anima, ossia delle sue facoltà intellettuali ed affettive”, anche l’agg. psichico “aggiunto di tutto ciò che si riferisce all’anima; come il Morbus Psychicus, la Cura Psychica, ec.”, la cui presenza abbiamo già verificata nell’attestazione precedente del 1828. Alla luce di quanto abbiamo visto, non sembra peregrino ipotizzare che il s.f. inv. psiche ‘anima’, che, come ci informa il TLIO, fin dal XIV sec., nelle varianti Psice o Psyche, indicava il nome della bellissima fanciulla amata da Eros, la cui storia è descritta da Apuleio nelle Metamorfosi (col cui nome, su modello francese, nell’Ottocento si è indicato anche un ‘grande specchio con sostegni laterali, usato un tempo per camere da letto’ [DELI s.v. psiche2]), sia passato, solo nella prima metà del XIX sec. a designare ‘anima’ proprio per influsso di psicologia e di psichiatria, che, è bene ribadirlo, a quest’altezza cronologica non sono ancora due scienze autonome, ma vengono ricomprese sotto la filosofia.
È stato osservato che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento per i positivisti psiche andrà a sostituire anima (cfr. Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, con introduzione di Ghino Ghinassi, Milano, Bompiani, 1994, p. 641). Questo dato è riscontrabile anche sfogliando le pagine del maggior dizionario dell’uso del tempo, il Novo vocabolario della lingua italiana (Giorgini-Broglio, vol. III, 1890), che s.v. psiche registra come primo significato “la giovane amante di Cupido” e “la statua che la rappresenta” e come secondo, con la marca “T. filos.”, quindi come un termine della filosofia, “il principio spirituale della vita; l’anima”. Sempre dal Novo vocabolario è interessante osservare che mentre la parola psichiatria, definita come “dottrina e cura delle malattie mentali” sia marcata come “T. med.”, psicologia, “scienza e dottrina dell’anima”, viene marcata come “T. filos.”, segno evidente che tra le due nuove discipline è la psichiatria la prima a emanciparsi. Istruttivo, infine, anche l’esempio riportato nello stesso repertorio s.v. psichiatria, che ne testimonia indirettamente il successo: “la psichiatria oggi entra dappertutto”.
Tuttavia proprio il fatto che psiche sia percepito come un sinonimo di anima lo rende troppo compromesso con la metafisica per poter pacificamente entrare nella terminologia medico-scientifica, in particolare in quella psichiatrica, che, seguendo ormai un’impostazione organicistica, vede sempre più la malattia mentale come sintomo di una patologia del cervello. Ce lo dimostra la “concorrenza” ottocentesca tra i primi elementi psico- e fren- (dal gr. phrḕn, genit. phrenós, ‘diaframma, mente’), testimoniata plasticamente dal fatto che la prima società psichiatrica italiana, fondata nel 1873, si chiamò Società freniatrica! Abbiamo la fortuna di poter tornare, grazie ai verbali d’epoca, alla seduta del 25 ottobre 1873, quando si dibatté sulla scelta del nome da dare alla nuova istituzione che si andava costituendo. Alla posizione, potremmo dire, più “manzoniana” del futuro primo presidente Andrea Verga (1811-1895), secondo cui “l’uso generale” avrebbe richiesto l’adozione del “radicale psiche”, venne preferita quella di Carlo Livi (1823-1877), secondo cui “la parola psiche rappresenta l’anima secondo il concetto platonico, mentre fren rappresenta il complesso delle forze dinamiche dell’organismo” (Atti della undecima riunione degli scienziati italiani tenuta in Roma dal XX al XXIX ottobre MDCCCLXXIII, Roma, Tipografia G. M. Paravia, 1875 p. 163). Questa scelta, che col tempo venne comunque superata, ebbe tuttavia delle conseguenze durature: oltre a termini ancora in uso, registrati pressoché da tutti i repertori sincronici, come frenastenia e a frenastenico, notiamo che l’organo della psichiatria italiana dalla sua fondazione nel 1875 continua a chiamarsi “Rivista sperimentale di freniatria”.
Ricapitolando, abbiamo tre sostantivi di cui due (psichiatria e psicologia) sembrano essere composti del terzo (psiche), ma, a ben guardare, quest’ultimo è una formazione successiva, creatasi proprio grazie al prestigio dei primi due, che sono, invece grecismi mediati, rispettivamente dal latino (psicologia) e dal francese (psichiatria).