Capitale importanzaIl modello romano e la sfiducia nel capitalismo milanese

La città eterna riprende centralità economica e politica sotto il governo Meloni, tra Giubileo, investimenti e una nuova razza padrona finanziaria. E così va alla conquista del capoluogo lombardo

Unsplash

Questo è un articolo de Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.

«Segui la moda» potrebbe essere il nuovo «follow the money» per provare a capire l’Italia nell’era di Giorgia Meloni. Se anche Dolce & Gabbana, dalle passerelle milanesi, hanno deciso di far sfilare i loro abiti tra via Veneto, i Fori Imperiali e Cinecittà, vuol dire che «qualcosa a Roma sta succedendo», spiegano quelli che la Capitale la conoscono. La romanità della premier, in passato punto di debolezza di chi si è presentata come underdog, dopo tre anni di governo è diventata metodo politico e porta d’ingresso di quel potere capitolino che da tempo aspettava di tornare alla ribalta, dopo aver assistito inerme ai successi di Milano.

Tra orde di pellegrini, eventi sportivi internazionali e due Papi, nell’anno del Giubileo i grandi big della Roma imprenditoriale si sono mossi a grandi falcate, dando l’assedio anche a un tempio sacro della milanesità come Mediobanca, con l’offerta pubblica di scambio lanciata da Mps e pilotata dai palazzoni della Capitale. Peraltro, proprio mentre il «modello Milano» dell’avversario Beppe Sala, del Partito democratico, scricchiolava sotto i colpi delle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto i grandi nomi dell’immobiliare milanese come Manfredi Catella e Stefano Boeri.

È la riedizione dello scontro tra i power broker (i gestori del potere) di Roma e Milano. Una sorta di sequel annacquato dei duellanti che furono Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli. E così, più di vent’anni dopo, sembra tornare la vecchia contrapposizione tra rito ambrosiano e «Roma ladrona». Con Milano che dà la colpa dei suoi malfunzionamenti al governo nazionale, chiedendo più soldi, più attenzioni e meno regole. E Roma che prova quasi a commissariare Milano – come ai tempi di Expo 2015 – nel tentativo di controllare il potere della città, ma di fatto provando a replicarne il modello di sviluppo.

C’è chi parla già del nuovo «modello Roma». Tanto che lo stesso immobiliarista milanese Catella ha messo gli occhi sulla Capitale, acquisendo diversi immobili nel centro storico e partecipando alla gara per la riqualificazione delle ex caserme del Flaminio. Un modello che, in molti casi, si è avvalso dei poteri speciali concessi per il Giubileo 2025, per attirare investimenti, per lo più immobiliari e legati al turismo.

Mentre nella Capitale venivano abbattuti cinquantamila alberi in tre anni per far spazio al cemento, i prezzi delle case sono saliti quanto a Milano, ma con gli stipendi che a Roma sono molto più bassi. Negli ultimi anni, Roma è stata la città italiana con il divario più alto tra affitti richiesti e budget degli inquilini: ben cinquecento euro di scarto medio, secondo il Rent Gap Monitor di Housing Anywhere.

Così, mentre nella calura estiva il decreto Salva Milano veniva affossato con l’assenso del Partito democratico e l’indignazione della Lega, il consiglio dei ministri guidato da Giorgia Meloni dava invece il via libera al disegno di legge costituzionale per Roma Capitale, con gli applausi del sindaco Roberto Gualtieri, anche lui del Partito democratico, ormai diventato un meme col suo caschetto giallo mentre indica ruspe e cantieri da inaugurare.

Un cortocircuito di potere politico, palazzinari, amici degli amici, banche e soprattutto giornali. A decantare i nuovi super poteri di Roma ci sono due quotidiani: «Il Tempo» di Antonio Angelucci, oggi ottantunenne deputato della Lega vicinissimo al governo ed editore anche di «Libero» e «Il Giornale», e «Il Messaggero» di Francesco Gaetano Caltagirone. È quest’ultimo, dall’alto dei suoi ottantadue anni, il deus ex machina della new (old) wave capitolina. «L’ottavo re di Roma», partito come costruttore e specializzatosi poi nell’editoria, è dal vecchio caro cemento che in realtà continua a far soldi.

A Milano, l’ingegnere aveva già fatto capolino costruendo un mega centro commerciale a Sesto San Giovanni chiamato «Caltacity», con tanto di targa e iniziali del suo nome. Ma è grazie alla liquidità della Cementir, la holding guidata dal figlio Francesco junior, che nel 2024 ha registrato utili netti per oltre duecentouno milioni di euro, che è riuscito a muovere le sue finanze oltre i confini romani per scalare i fortini del Nord.

Di Mediobanca è arrivato a detenere il dieci per cento, mentre in Generali è uno dei principali soci privati con il sei virgola ventotto per cento. Caltagirone ha comprato le azioni di Mps vendute dal governo, poi è arrivata l’Opa lanciata su Mediobanca. Un’operazione sembrata subito strampalata, a meno che non si volesse pensar male. E a pensar male si faceva bene, perché è via via diventato chiaro lo zampino del governo di Roma, con l’obiettivo non del controllo di Mediobanca in sé, ma di Mediobanca in quanto primo azionista di Generali, a cui Caltagirone (e Del Vecchio) puntavano da un po’, usando Mps come cavallo di Troia.

Con il governo che si è messo addirittura di traverso all’operazione tra Unicredit e Banco Bpm, che avrebbe potuto far crollare il castello costruito a Roma. «Abbiamo una banca?» disse l’allora segretario del Partito democratico Piero Fassino di fronte al tentativo di scalata a Bnl da parte di Unipol. In questo caso ne avranno addirittura due.

Dopo anni di pagine di giornali su monnezza, gabbiani, bus in fiamme e Mafia Capitale, la Roma di Giorgia Meloni prova così a prendersi la sua rivincita. I brand degli hotel di lusso si stanno posizionando tra piazza del Popolo e piazza Venezia. E le business school stanno allargando le aule per rispondere alla domanda crescente di nuovi manager dell’hotellerie.

La Capitale, divisa tra decoro e degrado, è ancora una volta specchio deformato di una «nazione» che cresce dello zero virgola, non fa figli e ha i salari reali in discesa libera. Dove l’unica scappatoia per molti giovani che tentano di scalare l’ascensore sociale, fino a pochi anni fa, sembrava essere il trasloco a Milano.

E invece anche a Milano più di qualcosa sembra ormai essersi inceppato, ben prima delle inchieste giudiziarie. La Milano che aveva le sue fabbriche in città negli anni si è trasformata nella città premium. Mentre pochi immobiliaristi tiravano su piani e piani di grattacieli, Milano ha vissuto la sua riconversione industriale con il pilota automatico, costruendo quel modello entrato poi definitivamente in crisi con il Covid e l’inflazione.

La città Expo-ottimista, finalmente internazionale, europea e attrattiva, che ha goduto anche di una stampa molto favorevole, nell’estate del 2025 è finita al centro di un terremoto giudiziario che ha messo in discussione il suo modello di sviluppo, coinvolgendo anche il sindaco e accendendo per la prima volta i fari sui nomi che più incarnano la metamorfosi di Milano. Due su tutti: l’immobiliarista Manfredi Catella e l’architetto Stefano Boeri. L’uno ha tirato su la nuova Milano diventando il re dei grattacieli milanesi, l’altro l’ha disegnata con il suo Bosco Verticale, copiato un po’ ovunque nel mondo. Entrambi sono anelli di congiunzione tra il vecchio e il nuovo mondo del mattone di Milano.

Catella, figlio d’arte, alla guida della Coima fondata dal padre Riccardo, dopo diverse esperienze internazionali, eredita dal padre il rapporto privilegiato con Salvatore Ligresti. Tira su Porta Nuova, poi la vende al fondo sovrano del Qatar per due miliardi e mezzo di euro. Dopodiché passa all’operazione sugli scali ferroviari e al Villaggio Olimpico di Milano-Cortina 2026, tra grandi annunci e promesse, alcune delle quali destinate a restare solo sulla carta.

Come quando presentò il progetto di una High Line sul modello di quella di New York, da donare alla città in cambio di altre volumetrie per costruire altri boschi verticali. L’espressione «leggi Catella» a Milano è diventata comune, a dimostrazione della sua influenza sul grande sviluppo urbano della città.

E lo stesso Boeri non solo è il nome dietro molti progetti di rigenerazione urbana della città, ma di Milano è stato pure assessore con Pisapia, litigando con Sala, allora commissario di Expo, per poi riconciliarsi con Sala sindaco, tanto da chattare con lui – come emerso dalle indagini – sui ritardi nel progetto del Pirellino.

Molti progetti della nuova Milano, approvati durante la giunta Moratti, sono stati poi inaugurati nell’era Pisapia, mentre la città cominciava pian piano a decollare dopo gli anni di vuoto post Tangentopoli. Nella prima giunta Sala, in continuità con quella di Pisapia, si macinavano numeri e record, e tutto è filato piuttosto liscio. Poi, con il Covid e l’esplodere dell’inflazione e del caro casa, proprio quando serviva una guida politica forte sulla città, la politica si è indebolita.

Mentre la ’ndrangheta in città battezzava ormai la sua quarta generazione, con le infiltrazioni nei cantieri e negli appalti, la finanza post Brexit guardava sempre più verso il Duomo. E la grande quantità di investimenti arrivata a Milano ha finito per superare di gran lunga la capacità dell’amministrazione di centrosinistra di governarli.

Milano è diventata una specie di «self service urbanistico», disse l’architetto e urbanista Giuseppe Boatti. Con la giunta Sala che si è ingarbugliata del tutto sulla questione abitativa, cambiando due assessori alla casa in pochi mesi. Così, dopo le tende montate dagli studenti davanti al Politecnico, la Milano «che non si ferma», nel tentativo di salvarsi, ha finito per puntare tutto su un decreto promesso da Roma e mai arrivato.

Finendo di recente per approvare la contestata vendita dello «Stadio San Siro» a Inter e Milan solo grazie all’aiuto arrivato dagli avversari di Forza Italia. La città oggi è diventata in Italia un esempio delle global city e della loro crisi, ma anche un possibile laboratorio dell’evoluzione futura.

È l’unica via d’uscita per la capitale economica in vista delle elezioni del 2007. Il centrodestra romano scalda i motori per riconquistare Palazzo Marino. A sinistra non si vedono ancora candidati forti, anche se ormai è chiaro che la soluzione per Milano non arriverà certo da Roma, dove gli immobiliaristi sono già impegnati sui progetti del secondo Giubileo, quello straordinario, del 2033.

Questo è un articolo de Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.

X