Ostaggi e bariliIl caso Trentini e il triangolo Italia-Usa-Venezuela dopo l’arresto di Maduro

Diplomazia e intelligence al lavoro per riportare in patria il cooperante detenuto dal novembre 2024 senza accuse formali. La deposizione del dittatore potrebbe aprire spiragli, ma non è scontato: quasi tutto dipende dal futuro dei rapporti tra Washington e Caracas

AP/LaPresse

Il destino di Alberto Trentini è legato al futuro dei rapporti tra gli Stati Uniti e il Venezuela post Nicolás Maduro, spiegano fonti del governo italiano. Il cooperante italiano è rinchiuso dal 15 novembre 2024 in una struttura di detenzione a Caracas senza che gli siano state contestate formali accuse. Uno scenario di caos interno potrebbe complicare il suo ritorno in Italia in quanto lo renderebbe facilmente merce di scambio.

Ieri l’ex presidente venezuelano è comparso, assieme alla moglie Cilia Flores, per la prima volta in un tribunale degli Stati Uniti con l’accusa di narcoterrorismo. La guida dello Stato sudamericano è passata, ad interim, alla sua vice, Delcy Rodríguez. Quest’ultima, nel suo primo discorso dopo il giuramento, ha ammorbidito i toni verso gli Stati Uniti, invitando Donald Trump a «lavorare insieme»e invocando un rapporto rispettoso tra i due Paesi, caratterizzato da «pace e dialogo, non guerra». Da parte sua, il presidente statunitense ha detto più volte che gli Stati Uniti sono «al comando» in Venezuela.

L’auspicio del governo è che con la nuova presidente venezuelana «il dialogo sia più facile per riportare a casa una persona che non ha fatto niente di male», ha dichiarato ieri Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ospite di Rtl 102.5. «Stiamo tentando il possibile e l’impossibile», ha spiegato ancora. Dopo il raid di sabato e in una telefonata di domenica con María Corina Machado, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha auspicato «una transizione democratica» in Venezuela, affinché possa «tornare a godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto». La speranza di una svolta che sia tale anche per Trentini. E a tal proposito, i canali diplomatici e di intelligence sono stati attivati con la nuova amministrazione.

L’Unione europea, in una dichiarazione a ventisei (tutti tranne l’Ungheria) pubblicata domenica in merito al Venezuela, si legge che le autorità consolari degli Stati membri «lavorano in stretto coordinamento per la protezione dei cittadini europei, inclusi coloro che sono detenuti illegalmente in Venezuela». Secondo quanto denunciato dall’organizzazione non governativa Justicia, Encuentro y Perdón, il Venezuela di Maduro aveva chiuso il 2025 con oltre 1.000 prigionieri politici, nonostante le scarcerazioni – bollate come opache e discrezionali – annunciate dal governo.

Ma l’interrogativo da cui sembra dipendere il futuro di Trentini è il seguente: è finito, con l’arresto di Maduro e l’interim a Rodríguez sostenuta – a sorpresa – dall’esercito, lo scontro tra Stati Uniti e Venezuela?

Il punto è che non sembra ancora chiara la decisione di Washington sul nuovo corso a Caracas. Bocciata María Corina Machado, la leader dell’opposizione: è «priva del rispetto necessario per governare», secondo Trump. Stando a quanto riferito da due fonti al Washington Post, la mancanza di interesse dell’inquilino della Casa Bianca nel sostenere Machado è il frutto della decisione di quest’ultima di accettare il premio Nobel per la pace a cui lui puntava. Con Rodríguez non ha parlato, ha detto il presidente statunitense, che però ha assicurato che lei «sta collaborando» e che l’amministrazione di Washington non le ha offerto nulla in cambio. C’è poi Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, che preme per diventare una sorta di console plenipotenziario. L’ipotesi potrebbe anche fare comodo alle compagnie petrolifere statunitensi che guardano con grande interesse alle riserve venezuelane. Tuttavia, potrebbero aprirsi scenari di caos, in quanto comporterebbe probabilmente lo smantellamento completo dell’attuale struttura statale.

«Molto resta ancora ignoto su come si evolverà la situazione dopo la rimozione di Maduro, e gli Stati Uniti avranno priorità ben più rilevanti, dal punto di vista di Washington, rispetto ai singoli individui detenuti dal regime chavista», commenta a Linkiesta Paul Coyer, esperto di politica estera a Washington e presidente di The Coyer Group. Inoltre, «c’è qualche dubbio, da parte dell’amministrazione Trump, sulla capacità dell’opposizione di governare il Paese, così come preoccupazione per la natura dei legami tra alcuni membri dell’opposizione e il regime», aggiunge. «È quindi improbabile che su questo fronte vi siano sviluppi a breve. Bisognerà attendere per capire come si delineerà il quadro nei prossimi giorni e settimane», spiega ancora.

È il nuovo corso americano a dettare l’agenda, dice un ex funzionario italiano ragionando sul Venezuela in generale, ma anche sul destino di Trentini. «Sicuramente il petrolio ha giocato un ruolo importante nella decisione di Washington di attaccare il Venezuela. Ma ci sono ragioni più strategiche che spiegano la mossa e sono chiaramente definite dalla Strategia di sicurezza nazionale pubblicata dall’amministrazione Trump poche settimane. La priorità oggi è l’Emisfero Occidentale, e quindi il cambio di equilibrio strategico in Venezuela potrebbe aver rappresentato il principale incentivo. Così si spiegano anche le successive dichiarazioni minacciose verso Colombia, Cuba e Messico».

Il Sud America è una regione, in cui è forte la presenza della diaspora, ad alta priorità per l’intelligence italiana. Il 30 gennaio dell’anno scorso, cioè poche settimane dopo la detenzione di Trentini, un Gulfstream G600 della Compagnia Aeronautica Italiana, il vettore dell’intelligence italiana, veniva avvistato atterrato a Caracas per ripartire nove ore dopo. Pochi giorni prima, l’8 gennaio, il prefetto Giovanni Caravelli, direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise), era volato a Teheran per riportare in Italia la giornalista Cecilia Sala, detenuta senza accuse formalizzate in un carcere iraniano.

Se comparate, le due liberazioni appaiono molto diverse. In primis, perché l’Iran aveva arrestato Sala in una mossa delle cosiddetta diplomazia degli ostaggi. L’obiettivo finale era riportare in patria l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, che era stato arrestato all’aeroporto di Malpensa, su mandato degli Stati Uniti, tre giorni prima che la giornalista italiana finisse in manette in Iran. Ma c’è un altro elemento che differenzia il caso Sala da quella Trentini: è stato possibile gestire il primo a livello bilaterale, per quanto appena scritto e anche in ragione del cambio di amministrazione a Washington; il secondo, invece, è strettamente collegato all’evolversi della situazione tra Stati Uniti e Venezuela.

A questo si aggiunge l’interrogativo sull’interesse statunitense a sostenere le ragioni degli alleati. Le forze di sicurezza venezuelane hanno arrestato almeno cinque cittadini americani negli ultimi mesi, mentre gli Stati Uniti intensificavano la campagna di pressione contro Maduro, secondo quanto riportato dalla Cnn nei giorni scorsi. Liberati gli americani, Washington lavorerà anche per gli altri, Roma inclusa?

«Meloni potrebbe contribuire chiedendo quali azioni concrete l’Italia possa intraprendere per sostenere gli sforzi di Trump e sollevando direttamente con lui la questione di questo caso specifico (e di eventuali altri cittadini italiani)», dice Coyer.

Alla vigllia del raid statunitense su Caracas era diventato pubblico il contenuto di una lettera che la mamma di Trentini, Armando Colusso, aveva inviato lo scorso 19 agosto a papa Leone XIV affinché «le sue preghiere e la sua mediazione arrivino al cuore di chi l’ha imprigionato». Come riportato dal Messaggero, «la Santa Sede sta contribuendo seriamente alla mediazione».

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