L’intervento americano in Venezuela ha suscitato sin dall’inizio reazioni scomposte su entrambi i fronti del nostro sgangheratissimo sistema politico, dal governo che si è affrettato a definirlo «legittimo» e persino «di natura difensiva», alla Cgil di Maurizio Landini, che lunedì ha organizzato a Roma una manifestazione in cui ha detto testualmente (lo giuro, c’è pure il video) che «l’opposizione venezuelana dovrebbe essere preoccupata se nel suo paese ora può arrivare uno che può bombardare e decidere di arrestare un presidente eletto dal popolo», cosa che «in democrazia non dovrebbe avvenire». Dimenticando che in Venezuela non c’è nessuna democrazia, che alle ultime elezioni alla leader dell’opposizione è stato impedito di candidarsi e che nemmeno così Nicolás Maduro era riuscito a farsi eleggere dal popolo, tanto che nove paesi del Sudamerica avevano appoggiato la richiesta delle opposizioni di ricontare i voti.
Per quanto riguarda la destra, la questione è molto più semplice di come tanti la vogliano mettere: la sudditanza di Giorgia Meloni nei confronti di Donald Trump nasce prima di tutto da un’antica e profonda affinità ideologica, antropologica e morale, che per ragioni di buona educazione e per non espormi a critiche noiosissime mi limiterò a classificare come «nazional-populismo». Per quanto riguarda la sinistra la questione è un po’ più complicata, e per me personalmente anche dolorosa.
Sul Foglio Guido Vitiello parla della straordinaria «capacità dei comunisti di abbindolarsi da soli», paragonandola a una «corsa con l’uovo nel cucchiaio (dove l’uovo è l’ideologia) che dev’essere preservato integro malgrado tutti gli inciampi, i crepacci, gli ostacoli che la storia e la ragione disseminano sul tragitto». Vitiello si riferisce in particolare a un articolo di Luciana Castellina apparso sul manifesto e grondante nostalgia per la cosiddetta rivoluzione bolivariana, con argomenti simili a quelli adottati (a dire il vero con un po’ più di ritegno) da Fausto Bertinotti in un’intervista di qualche giorno fa a Repubblica, e da lei stessa ripetuti in un’intervista televisiva, a In Onda su La 7, che mi è capitato di vedere l’altro ieri. Anche in quest’occassione, ovviamente, Castellina si era mostrata assai comprensiva per Maduro e le «enormi difficoltà» con cui ha dovuto confrontarsi, a cominciare dall’atroce embargo «di cui nessuno parla» e che sembrava indignarla assai più dei brogli elettorali, delle violenze, del carcere e dell’esilio riservati a dissidenti e oppositori, della rapina sistematica delle enormi risorse naturali del paese a favore della cricca al potere, mentre la maggioranza della popolazione scivolava sotto la soglia di povertà.
Nonostante tutto, un tempo forse avrei risposto all’ironia di Vitiello sforzandomi di tracciare un confine tra l’anacronistica romanticizzazione dei peggiori populisti sudamericani da parte di personalità certo autorevoli, ma pur sempre appartenenti a un filone (per fortuna) sempre decisamente minoritario della stessa storia del Pci, e l’onore di una tradizione politica che nella storia d’Italia ha combinato anche qualcosa di buono, e non meriterebbe di essere ridotta a una caricatura. Oggi, se anche ne avessi avuto ancora la voglia e la convinzione, avrei sentito le forze venirmi a mancare dopo avere visto il video della summenzionata manifestazione della Cgil in cui due cittadini venezuelani provano a spiegare chi sia davvero Maduro e cosa abbia fatto, e per tutta risposta si sentono dare dei traditori del proprio paese. Un’accusa che mi sarei aspettato semmai dal generale Vannacci o da qualcuno dei suoi camerati, non certo da una manifestazione della Cgil (infatti è quello che i fascisti hanno sempre detto degli antifascisti che esultavano per l’arrivo degli americani e che ancora oggi celebrano lo sbarco degli Alleati come l’inizio della liberazione). Un altro tizio, con i capelli bianchi, grida all’indirizzo del giovane venezuelano: «Leggiti “Le vene aperte dell’America latina”!». Un libro che devo avere ancora da qualche parte, con l’immancabile prefazione di Gianni Minà, in quella che fu la mia cameretta, o per essere più precisi in qualche scaffale dell’attuale casa di mia madre, dove all’epoca confluirono le ultime reliquie di quei giocattoli di bambino e di quelle letture adolescenziali che per qualche oscura ragione, al momento di andarmene di casa io e di traslocare lei, rifiutammo di buttare nella spazzatura. Prima che mi arrivi la sua telefonata, valga il presente articolo come preavviso e come promessa per questo finesettimana: è venuto il momento di fare pulizia. Con l’auspicio che presto tra i dirigenti di partito e i sindacalisti della sinistra (ma anche tra i giornalisti, gli opinionisti e gli intellettuali) maturi un’analoga e ormai non più rinviabile decisione.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.