Come mezza Italia, la prima cosa che ho fatto, quando mi hanno detto che Chiara Ferragni era stata prosciolta dalla (delirante) accusa di truffa aggravata, è stata andare sul suo Instagram. Mi avevano mandato un messaggio e non sapevo se la notizia fosse ufficiale da un’ora o da un minuto: volevo vedere se aveva già pubblicato il suo sollievo per i suoi «hi, guys».
Non c’era niente. Ma non solo nel senso: non c’era ancora nessuna notizia dell’assoluzione. Non c’erano proprio storie sulla sua pagina Instagram, nessuna, neanche di ieri. Le storie di Instagram scadono dopo ventiquattr’ore dalla pubblicazione. Che non ci fosse neanche una storia significava che, il giorno prima della sentenza, Chiara Ferragni si era organizzata per non farsi insultare.
Per, in caso di condanna, non dover aggiungere a quel carico anche il problema minore degli sfaccendati di internet, quelli che come me corrono a controllare, quelli che diversamente da me dicono guardala, ieri sera era lì che mangiava la pizza nel suo attico e ora è una pregiudicata. Mi si è stretto il cuore, a pensare alle vite in balìa del capriccioso consenso popolare che vive chi ha scelto quella fonte di reddito lì.
Come mezza Italia, mi è capitato di discutere dell’esito della vicenda processuale di Chiara Ferragni, in queste cinquanta settimane (il rinvio a giudizio è della fine di gennaio del 2025). Nelle discussioni ero, giuro non per bastiancontrarismo, quella che sosteneva le convenisse una condanna.
Le ragioni sono abbastanza ovvie. La prima è che il processo a Chiara Ferragni – per aver fatto da testimonial ai pandori benefici d’un’azienda, la Balocco, che ha dato più soldi a lei per pubblicizzarla di quanti ne abbia dati in beneficenza – non è una vicenda legale: è una psicosi collettiva. Nessuna assoluzione farà smettere i picchiatelli dell’internet di berciare, appena qualcuno fa il nome della Ferragni, «i bambini oncologiciiiii»: nella loro fervida immaginazione, il cachet di Chiara Ferragni è stato sottratto alle cure d’un reparto di tumori infantili.
La formula magica di come Chiara Ferragni è diventata per alcuni l’incarnazione del male e un’imperdonabile truffatrice è composta da molti elementi. Il principale è certamente che la gente vive vite di silenziosa disperazione e con qualcuno deve pur prendersela, e una bionda caruccia che si fa foto da semiricca è un bersaglio perfetto. Quando l’accusa chiede che l’imputazione sia di truffa aggravata, aggravata dalla «minorata difesa» di chi compra un pandoro perché la Ferragni è fotogenica, sta dicendo al pubblico che è scemo, glielo sta dicendo con più piglio di quello che uso io per ripeterglielo quotidianamente.
Ieri, per dire. Ferragni esce dall’aula, ringrazia gli avvocati e quelli che le sono stati vicini, i giornalisti che devono fare il titolo con le paroline-chiave chiedono e i follower, cosa vuole dire ai follower, e la poverina è una ragazza beneducata di Cremona, cosa deve dire? «Li ringrazio». I titoli diventano “Chiara Ferragni ringrazia gli avvocati e i follower”. E i moralizzatori, troppo indaffarati a fare Torquemada per distrarsi con trenta secondi di video, passano il pomeriggio a irridere la scema che innanzitutto ringrazia i follower. Ma torniamo alla composizione della formula che ha messo fine alla Ferragni.
Gli ingredienti secondari della formula magica sono almeno due. Il primo è che Chiara Ferragni non aveva le spalle abbastanza larghe e un qualsivoglia talento abbastanza grosso da dire: ma non rompetemi i coglioni. Se invece di fare i video con gli occhi lucidi avesse detto «Che cazzo volete da me: io per fare la testimonial, che si tratti o no di beneficenza, prendo un milione. Se poi quelli in beneficenza hanno dato solo cinquantamila euro, non è un problema mio», l’avrebbero odiata lo stesso; l’avrebbero odiata, ma non ci si sarebbero accaniti come fanno solo con coloro di cui percepiscono la debolezza.
Quel che chi crede esista la reputazione ed esistano quindi i danni reputazionali da contenere e i consulenti reputazionali da retribuire, quel che gli adepti di questa neoreligione non sanno è che la folla si accanirà su di te nella misura in cui tu avrai l’aria di temere che si accanisca. I follower sono come le bestie: sentono l’odore del sangue. Ci si scusa pensando di contenere l’isteria collettiva, e invece la si moltiplica.
Il secondo ingrediente è il fatto che nessuno sa più un cazzo. Nessuno legge, nessuno studia, e quindi il pubblico medio – non esattamente composto da gente informata o intelligente – ha imparato come funziona la società dagli sceneggiati televisivi americani. Nei quali il bambino col cancro è in effetti in balìa della generosità degli sconosciuti.
Ma in Italia – a parte Bologna, variazione comunista degli Stati Uniti d’America, dove al welfare per i poveri provvedono in effetti i ricchi – esiste la sanità pubblica. Nessun bambino non è stato curato da un qualche cancro perché Chiara Ferragni e la Balocco non hanno donato abbastanza soldi per curarlo. Al di là del fatto che per farsi perdonare la Ferragni ha poi ricoperto l’ospedale di dobloni (i danni della beneficenza si sanano con la beneficenza), erano comunque soldi in più.
Naturalmente le più accanite, contro la Ferragni, sono state le aspiranti Ferragni (detestiamo sempre e solo ciò cui ambiamo). Quelle che il pandoro l’avevano comprato perché lo zucchero a velo rosa da spandere con la formina fatta a logo ferragnico era fotogenico, ma non lo ammetterebbero neanche sotto minaccia armata: la beneficenza era la loro copertura culturale.
È come se a coloro che a Natale ci tenevano così tanto a posizionarsi da andare al cinema a vedere “Norimberga”, da andare a vedere “Primavera”, qualcuno svelasse che per un equivoco nei conti in realtà hanno contribuito all’incasso di “Buen camino”: niente innervosisce i contenutisti quanto ritrovarsi annoverati tra i frivoli.
Continuo a pensare che a Chiara Ferragni convenisse una condanna, con la quale almeno si sarebbe potuta vendere come vittima d’una persecuzione giudiziaria, ma immagino che lei non sia d’accordo: le speculazioni filosofiche sono più facili da fare quando la fedina penale non è la tua.
Non so se quest’assoluzione basterà a ripulirla dalla radioattività per cui le multinazionali hanno smesso d’invitarla alle sfilate e ci è toccato, negli ultimi due anni, vedere una Ferragni in sessantaquattresimo, che andava a sfilate minori e probabilmente persino gratis. Ma sempre dandosi un gran tono, questo le va riconosciuto.
Anche quando va a fare la testimonial di prodotti minori in alberghi brutti all’estero, si pone sempre come fosse Liz Taylor periodo “Cleopatra”, Brigitte Bardot periodo “Il disprezzo”, Sophia Loren periodo “La ciociara”.
Sono pochissime, mi vengono in mente solo lei e Kim Kardashian, a essere determinate a venire percepite come dive nonostante facciano la cosa meno divistica mai concepita dagli umani: accendersi la telecamera del telefono in faccia. E ci riescono, perché diva è chi la diva fa. Chiara Ferragni viene percepita come ricca anche alla millesima foto di tavolo della cena su cui c’è l’acqua minerale nelle bottiglie di plastica, un dettaglio troppo obbrobrioso persino per decorare il tavolo di cucina quando ci desina la servitù.
In questi due anni tutti hanno avuto da dire su come la Ferragni si poneva; ma, in centinaia di conversazioni sul tema, non ho mai incontrato nessuno che sapesse dirmi cosa avrebbe dovuto fare invece di quel che stava facendo. Cosa fai se sei una che si fa le foto e piace alla gente e quindi le aziende pagano per starti vicino, e poi una parte della gente fa «buh» e le aziende si spaventano e non pagano più?
È stata, secondo me, molto brava in quel che ha finora scelto di non fare. Non scrivere un libro, non andare a piangere in trasmissioni a cuore aperto (una sola apparizione da Fazio a botta calda), non smettere mai di essere esattamente come il pubblico l’aveva conosciuta prima. Non credo abbia la cifra di Kim Kardashian o di Fabrizio Corona, quella voluttà nello sputtanarsi che vale un documentario o una serie a puntate: mi pare meglio che il suo mezzo resti Instagram e l’innocuo «hi, guys», ma certo, al titolo “Io sono notizia” avrebbe assai più diritto di Corona.
Resto convinta che, alla sua popolarità non presso le multinazionali del lusso ma presso il pubblico, assai peggio del processo abbia fatto la separazione dal marito e il conseguente divieto di pubblicare foto dei figli.
Adesso che lui ha Sanremo e lei non è più imputata, potrebbero, gli ex coniugi Ferragni, farsi un favore a vicenda, e smettere di sembrare quei patetici esponenti del ceto medio riflessivo che non vogliono non pubblicare i figli ma vogliono anche fare quelli che ne rispettano la privacy, quindi mettono queste foto di bambini con in faccia delle emoji, delle fragole, delle macchie di colore a casaccio. Una delle più orrende tra le brutture social.
Chiara e Federico non sono arrivati a tanto, ma ormai siamo a due anni di nuche e piedini e braccine e foto da programma protezione testimoni. Datevi il permesso a vicenda, postate le normali foto della prole che postavate prima che divorzio vi separasse. Non potrà che far bene alla carriera vostra e al senso del ridicolo di noi normali, che quando vediamo i bambini ripresi di nuca come fossimo a “Un giorno in pretura” veniamo assaliti dallo sconforto.