
L’Unione europea entra nella fase più delicata del nuovo Patto su migrazione e asilo: quella dell’attuazione. È su questo terreno che si misurano davvero la solidarietà tra Stati membri, la tutela dei diritti fondamentali e la tenuta politica del progetto europeo. Birgit Sippel, eurodeputata tedesca dell’Spd e tra le figure centrali del dossier migrazione al Parlamento europeo, insiste su un punto: senza preparazione concreta e fiducia reciproca, il Patto rischia di restare sulla carta.
«Ci continuiamo a preparare all’attuazione del nuovo Patto», spiega Sippel. Commissione e Consiglio concordano sul fatto che la sua applicazione pratica sia una priorità, ma il Parlamento si scontra con un problema strutturale di trasparenza. «Gli Stati membri hanno presentato i piani di attuazione alla Commissione, ma non ci hanno permesso di renderli disponibili al Parlamento». Una dinamica che limita il controllo democratico e complica la valutazione reale dello stato di avanzamento della riforma.
Nel frattempo, il baricentro politico del dibattito si sposta altrove. La Commissione propone nuovi strumenti – dal Regolamento sui rimpatri all’elenco dei Paesi di origine sicuri e dei Paesi terzi – ma, osserva Sippel, «l’attenzione rimane sui rimpatri e sull’esternalizzazione delle responsabilità, piuttosto che sulla effettiva attuazione del Patto».
Il nodo centrale resta quello della solidarietà tra Stati membri. «È diventata prassi comune scaricare la responsabilità quando si tratta di accogliere richiedenti asilo», afferma l’eurodeputata. Per questo, occorre ricostruire la fiducia: il sistema può funzionare «solo se gli Stati con frontiere esterne adempiono ai propri obblighi e gli altri Stati mostrano solidarietà». Le tensioni emergono soprattutto sul tema dei rimpatri, complesse perché richiedono accordi con Paesi terzi e il rispetto dei diritti fondamentali.
La riforma prova a tenere insieme responsabilità nazionali e meccanismi comuni, ma senza garanzie automatiche. «Non ci sono garanzie, ma tutti gli Stati devono prepararsi all’attuazione di tutte le parti del Patto». In questo quadro, la Commissione mette sul tavolo il cosiddetto pool di solidarietà, che definisce chi riceve e chi fornisce misure di supporto. Per Sippel, la credibilità dell’intero sistema dipende dalla capacità degli Stati di accettare regole vincolanti e condivise.
Sul fronte dei diritti, la riforma mira a rafforzare le tutele senza aumentare la pressione sugli Stati di frontiera. «L’obiettivo è proteggere i richiedenti asilo garantendo l’accesso all’assistenza legale e il supporto della società civile». Anche il ricongiungimento familiare, sottolinea, «potrebbe essere migliorato mediante la revisione delle norme di Dublino». Un elemento chiave è l’introduzione di un meccanismo indipendente di monitoraggio delle procedure alle frontiere esterne, volto a garantire il rispetto dei diritti umani.
Molto dipende, però, dalla capacità amministrativa dei singoli Paesi. «I singoli Stati sono preparati in misura diversa. Servono luoghi specifici per le procedure di frontiera, strumenti digitali come Eurodac per identificare e registrare i richiedenti, e adeguamenti delle legislazioni nazionali» precisa l’eurodeputata. Senza queste condizioni, l’attuazione resta disomogenea.
Il richiamo alle crisi passate resta centrale nel suo ragionamento. Sippel sottolinea infatti che nel 2015/16 l’Unione Europea non era preparata all’arrivo di molti rifugiati. «Sebbene l’accoglienza sia stata garantita, mancavano piani concreti per integrazione, alloggio, istruzione e supporto linguistico». Per questo invita a cambiare prospettiva e a evitare una narrazione emergenziale: «non parlerei di crisi migratorie, ma piuttosto di crisi politiche riguardanti una gestione equa della migrazione nell’Ue». «Il Patto», conclude, «offre agli Stati membri l’opportunità di un nuovo inizio nella cooperazione europea». Ma tutto dipende dalla volontà politica di attuarlo davvero.
Il messaggio dell’eurodeputata è netto: «l’immigrazione è necessaria per la nostra economia e vogliamo aiutare coloro che hanno realmente bisogno di protezione». Allo stesso tempo, occorrono una gestione migliore, risorse sufficienti e giustizia fiscale: «i cittadini devono comprendere che responsabilità e costi sono distribuiti in modo equo, anche tra i più benestanti».