Solitudine generazionaleIn una nuova indagine a Villa Borghese, Buonvino scopre la realtà enigmatica dei ragazzi di oggi

In “Buonvino e l’omicidio dei ragazzi” (Marsilio), Walter Veltroni racconta un altro complesso e doloroso delitto che lacera la quiete del “polmone verde” di Roma e che si consuma perlopiù in uno spazio digitale, tra commenti, fotografie e messaggi

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C’era qualcosa di finto, di allestito, come una scenografia, in quel delitto. Nulla che avesse a che fare con l’impulso, con la furia di un istante, con una rabbia non trattenuta. Un omicidio da adulti, da gente esperta che non si fa prendere dalla fretta o dal timore di un rumore inaspettato.

Tutto era stato disegnato e previsto. La ragazza, forse ubriaca o stordita, lo avrebbero detto gli esami autoptici, era stata legata al cavo più resistente. Probabilmente non si era accorta di quello che stava accadendo. Infatti nessuno, lo si riscontrava dall’assenza di telefonate al commissariato nella notte, aveva percepito un urlo o una richiesta di aiuto. Chi l’ha uccisa ha avuto la pazienza di legare quella povera creatura a un altro filo più sottile, che poi ha attorcigliato al cavo e alla lancetta dell’Idrocronometro per provocare un progressivo soffocamento. 

Buonvino continua a guardare quell’orologio ad acqua e a pensare. Dovevano averla legata alla lancetta dei minuti quando segnava più o meno la mezz’ora, in basso sul quadrante, in modo che l’avanzare del tempo, tendendo il cavo, chiudesse la stretta al collo della ragazza. Forse lo scoccare dell’ora, il punto in cui la lancetta dei minuti si era trovata più lontana dal corpo, era stato il momento del soffocamento definitivo. La morte doveva essere stata lenta e atroce, prodotto di un odio feroce e di una fredda spietatezza. Roba da professionisti, riflette Buonvino.

Che però non smette di ripensare a quelle urla, qualcosa tra il gioco e il dolore, come nei bambini, che aveva ascoltato al mattino presto del giorno precedente. D’altra parte non potevano avere una diretta relazione con un omicidio avvenuto quasi ventiquattr’ore dopo. I fotografi della Scientifica stanno scattando, i clic delle loro macchine infastidiscono la concentrazione del commissario, ripetute immagini del viso della ragazza, e contemporaneamente alcune agenti, con delicatezza, prendono le impronte digitali appoggiando quelle dita morte sulla superficie imbevuta d’inchiostro. Una pratica sempre umiliante, qui addirittura raggelante.

Buonvino ora tiene gli occhi fissi su quel giovane volto. Fa due conti: avrebbe potuto benissimo essere sua figlia, eccome. La figlia che non è mai riuscito ad avere e forse non ha mai voluto. Le sue donne, quelle con cui stava negli anni giusti, ammesso che esistano anni giusti, non riuscivano a far coesistere gravidanza e lavoro: se avessero voluto mettere al mondo un figlio avrebbero rischiato di essere licenziate o messe ai margini, e lui, dal canto suo, chiuso nel “Barattolo”, anche retributivo, in cui lo aveva confinato la burocrazia del ministero, non poteva certamente bastare a due persone. E tantomeno a tre.

Questa era la rassicurante spiegazione che Buonvino forniva al suo senso di colpa, al senso di vuoto che lo coglieva quando vedeva passare nel parco dei bambini o dei ragazzi e pensava che la sua vita non gli aveva concesso la meravigliosa possibilità di essere bambino due volte, se non tre, e di essere ragazzo due volte, se non tre. Una vita sola, peraltro ripida come una salita, e l’impossibilità di vederla proiettata nel tempo attraverso qualcuno che prosegue, con il tuo sangue nelle vene, e cavalca il futuro, lo vede, lo vive.

Buonvino era consapevole che le ragioni “sociali” della sua scelta – ma era stata una scelta? – di non avere figli erano un paravento comodo dietro il quale rifugiarsi, un non possumus che solo in parte aveva influito sull’extra omnes che lo aveva sempre portato a concepire i suoi affetti al massimo come un gioco a due. Diciamoci la verità: era stato più comodo per tutti non fare un figlio, o una figlia, che oggi avrebbe potuto essere come quella ragazza con gli occhi sbarrati rivolti al cielo del Pincio, non dover rinunciare al proprio tempo, alla propria carriera, tanto più perché il mobbing sembrava una prigione e Buonvino non riusciva a immaginare che quando ne fosse uscito avrebbe dovuto rifiutare lavoro e incarichi per la presenza di un neonato o di un bambino. 

E ora, davanti al corpo di quella giovane, sente improvvisamente affiorare tutto il senso di colpa per l’egoismo della sua vita. Per il fatto di aver anteposto la prosa del suo lavoro, della tiepida tranquillità delle sue giornate prive di obblighi e condizionamenti esterni, alla poesia racchiusa in una vita che nasce e ti assomiglia, ti chiede e ti abbandona, ti mette alla prova per sempre e ti concede cura quando sei più fragile, facendo della tua esistenza una costellazione e non la rassicurante combinazione di scelte semplici: tu e, al massimo, la donna che hai incontrato.

Buonvino e l’omicidio dei ragazzi, Cover

Tratto da “Buonvino e l’omicidio dei ragazzi”, di Walter Veltroni, Marsilio, 2026, 15€, 224 pp.

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