L’ultimo spettacolo del Nuovo cinema meloniano è la “dialettica” tra trumpiani e putiniani, cioè tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
La premier, com’è già stato notato da molti, si è fatta prendere dall’ansia di prestazione giudicando intempestivamente «legittimo» l’intervento americano a Caracas, aggettivo non adoperato da nessun membro di un’Europa peraltro timida: un errore comunicativo, oltre che politico, nel momento in cui quasi tutto il mondo esprimeva condanna o quantomeno forti dubbi sull’“operazione speciale” stavolta non di Vladimir Putin ma di Trump.
Lasciamo perdere il fatto che in quelle ore lei stesse sghignazzando per fatti suoi con il franchista Santiago Abascal. La sostanza è che ha dovuto poi correggere la sbornia trumpiana telefonando alla rivale di Maduro, Maria Corina Machado, guarda caso dopo che Emmanuel Macron aveva fatto la stessa cosa. Il punto politico è emerso subito: a criticare Trump è stato Matteo Salvini. Cioè l’uomo politico italiano più sensibile alle istanze dello zar russo, rimasto spiazzato e furente per l’attacco americano in Venezuela. Una posizione similare a quella di Marine Le Pen.
Così che sono emerse le due destre in un paradossale e per certi aspetti incredibile scontro tra sostenitori di Donald (Meloni e un po’ Antonio Tajani) e Vladimir (Salvini e il suo amico-rivale Roberto Vannacci). La questione, va da sé, non è destinata a determinare strascichi concreti per la buona ragione che questa divisione nella destra italiana conta meno di zero sul piano internazionale e verrà in qualche modo smorzata nel dibattito italiano. Ma va notato che stavolta il campo largo si presenta più unito della maggioranza di governo.
E per questo dovrebbe in teoria lavorare per portare il governo in Parlamento e chiedergli, per esempio, cosa pensi di fare di fronte al disegno di conquista della Groenlandia espresso dal presidente americano. Lo dice Nicola Fratoianni: «È incredibile il silenzio del governo Meloni di fronte alle minacciose farneticazioni di uno squilibrato contro Danimarca e Groenlandia». Più in generale le opposizioni dovrebbero domandare cosa conti di fare il governo italiano per contribuire a rilanciare un vero progetto di autonomia europea.
Ma, anche qui è inutile dirlo, appena si entra nel merito dei problemi il campo largo si restringe, anzi evapora. Domina come sempre una contraddizione di fondo: se si predica la rottura con gli Stati Uniti, come si fa poi a non accettare la prospettiva del riarmo europeo? Lo ha osservato con una certa amarezza Pina Picierno per la quale «incredibilmente, anche nel dibattito sulla costruzione del futuro dell’Italia e dell’Europa, questa urgenza non trova la necessaria centralità. Non diventa una linea rossa nella costruzione di un’alternativa politica alla destra di Giorgia Meloni e al bipopulismo che impoverisce il confronto pubblico».
Certo, nella sinistra si annidano posizioni come minimo ambigue verso Maduro. Ieri c’è stato un triste sit-in a Roma con la Cgil e pure i Giovani Democratici che sembrano più arretrati della Fgci degli anni Settanta, posizioni che unitamente ai deliri di personaggi ex o vicini ai Cinquestelle, rendono difficile anche solo provare a fare un documento comune su quello che sta succedendo. Il Pd non prende in mano il problema, timoroso, come al solito, di strappare la tela unitaria. Ma così perde l’occasione di fare politica e di mettere in difficoltà il governo. Almeno fino alla prossima follia dell’uomo nero della Casa Bianca.