In poche paroleL’olio senza voce

Oltre cinquecento cultivar italiane ridotte a tre aggettivi in etichetta. A Olio Officina Festival si parla di una grande rimozione culturale e si torna a degustare l’olio per quello che è davvero, un alimento sensoriale, complesso, vivo

Credits @olioofficina

Dal 22 al 24 gennaio, al Centro Congressi Mantovani Furioli di Rho, va in scena la quindicesima edizione di Olio Officina Festival, l’unico think tank europeo interamente dedicato all’olio e ai condimenti. Un appuntamento che, anno dopo anno, si è imposto come spazio di riflessione critica e culturale su un prodotto centrale nella nostra alimentazione, ma ancora prigioniero di un racconto povero, normativamente ingessato, spesso fuorviante.

Il tema del 2026 è una parola che suona come una promessa e una provocazione: sensoriale. Perché l’olio extravergine di oliva è prima di tutto esperienza dei sensi. Colore, profumo, consistenza, gusto, persistenza aromatica. Eppure, la legislazione consente di raccontarlo in etichetta attraverso tre sole parole – fruttato, amaro, piccante – cancellando di fatto la straordinaria biodiversità italiana, che conta oggi 538 cultivar censite.

A dirlo senza giri di parole è Luigi Caricato, ideatore e direttore del Festival, che parla apertamente di una «deprivazione informativa». Una produzione di altissimo livello che, invece di essere valorizzata, viene appiattita da una comunicazione obbligatoria incapace di distinguere qualità, territori, stili produttivi. Tutti gli oli sembrano uguali, anche quando non lo sono affatto.

Luigi Caricato, credits @olioofficina

Il cuore critico del programma si concentra nella giornata di venerdì 23 gennaio, dedicata al nodo legislativo e burocratico che grava sul comparto oleario. A partire dal panel test, strumento obbligatorio solo per l’olio extravergine, che da metodo di valutazione sensoriale si è trasformato nel tempo in dispositivo sanzionatorio. Un sistema che espone le aziende al rischio di ritiro dal mercato sulla base di parametri non sempre oggettivabili, soprattutto considerando la natura complessa e mutevole dell’olio.

Non meno controversa è la questione dell’etichetta. Mentre altri alimenti possono essere descritti liberamente, l’olio – pura spremuta di olive – non può raccontare il proprio profilo aromatico. Mela, pomodoro, mandorla, carciofo, erba tagliata: parole vietate, nonostante siano percepibili al naso e al palato. Un paradosso che colpisce soprattutto i piccoli e medi produttori, per i quali il racconto è spesso l’unico strumento di distinzione.

Olio Officina Festival affronta questi temi con il suo consueto approccio trasversale, che unisce agronomia, cultura, design, arti performative. L’apertura, giovedì 22 gennaio, è affidata allo spettacolo teatrale “Boccascena. Nel piccolo teatro del sapore” di Lorena Nocera, ispirato alle riflessioni sul linguaggio dei sensi di Rosalia Cavalieri.

Ampio spazio anche al progetto “Olio e design: anima mediterranea”, curato da Roberto Marcatti e Cintya Corsari, che nel 2026 esplora la ceramica come materiale narrativo per le bottiglie. Perché anche il contenitore, quando è pensato, diventa parte del racconto sensoriale.

Il Festival è però soprattutto esperienza diretta. Venerdì e sabato sono dedicati a degustazioni, masterclass e laboratori sensoriali su prenotazione, da sempre sold out. Assaggi guidati olio-cibo, percorsi per bambini, anziani e operatori delle Rsa, confronti tra oli italiani e internazionali, fino a una delle novità più attese di questa edizione: l’analisi sensoriale delle fritture, per capire come lo stesso alimento cambi a seconda dell’olio utilizzato.

A Rho, per tre giorni, l’olio torna a parlare. Non in modo consolatorio, ma critico, consapevole, colto.

X