Campagna olearia 2025 Un bilancio sullo stato di salute dell’olio d’oliva italiano

L’olio extravergine è un patto antico tra ulivo, lavoro e paesaggio, che però negli ultimi anni sta subendo le minacce di clima, parassiti, shock dei prezzi. La stagione che si apre prova a riportare equilibrio: più offerta in Europa, Italia che alza la guardia sulla qualità, regioni – la Sicilia in testa – che passano dalla narrazione passiva alle politiche attive

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Per capire se il comparto oleario stia riuscendo a superare le criticità che negli ultimi tempi hanno segnato il suo andamento servirà misurare come si distribuisce il valore lungo la catena. Il dato finale, leggibile a tutti, è infatti come sempre quello dei prezzi. Sullo scaffale europeo l’indice dei prezzi al consumo dell’olio ha iniziato a scendere rispetto ai massimi toccati nella primavera 2024, innanzitutto grazie alle notizie che arrivano dalla Spagna, che dopo due campagne travagliate oggi potrebbe trascinare la normalizzazione dell’offerta a livello europeo. Grazie a questo si prevede che la febbre possa abbassarsi, sebbene non passare del tutto, perché i costi strutturali e i rischi agronomici tengono in tensione chi produce.

Anche in Italia, infatti, nonostante il capitale di qualità che non ha eguali, la geografia produttiva resta intermittente. Dopo la scorsa annata, sostanzialmente “di scarico”, le aspettative per il 2025 parlano di un buon recupero, se clima e parassiti non ribaltano il tavolo: «Quest’anno è stato caratterizzato da un andamento climatico complesso per il centro Italia, periodi di caldo intenso alternati a precipitazioni abbondanti e improvvise, hanno reso la stagione particolarmente sfidante» racconta la giovane produttrice Maria Clara Tiberi. «Molte aree hanno dovuto fronteggiare problemi parassitari, in particolare la mosca olearia, già presente a fine luglio. Le infestazioni hanno causato danni significativi e un conseguente calo della produzione, mentre la qualità dell’olio sembra si stia mantenendo buona grazie alla caduta precoce delle olive colpite».

La mosca dell’olivo, dopo un 2024 molto aggressivo in molte aree, nel 2025 ha finora dimostrato un andamento a macchia di leopardo: i bollettini tecnici di organizzazioni e servizi regionali hanno segnalato finestre favorevoli allo sviluppo del parassita soprattutto nel Centro-Sud, con raccomandazioni a interventi mirati e monitoraggi stretti. Ecco che a livello di reti territoriali è la cooperazione che sembra poter fare la differenza.

È in questo scenario che alcune regioni, come la Sicilia, si muovono come un laboratorio, capace di esprimere buone capacità di regia, con una catena di atti amministrativi e organizzazioni che lavorano in continuità: dall’Istituto regionale del Vino e dell’Olio (Irvo), che in quanto autorità pubblica di controllo ha aggiornato i piani di monitoraggio per gli oli Dop e Igp, rafforzando il presidio anti-frode, alla Regione, che ha finanziato campagne strutturate di informazione e promozione attraverso la Sottomisura 3.2 del Programma di Sviluppo Rurale (Psr Sicilia), con bandi recenti dedicati a informazione e promozione sui prodotti di qualità certificata rivolti alle associazioni di produttori, così da sostenere azioni collettive sul mercato interno e non iniziative estemporanee.

Il riconoscimento di European Region of Gastronomy 2025 ha offerto poi una serie di opportunità per saldare produzione, turismo e cultura che il settore ha già usato come piattaforma, per esempio con la partecipazione coordinata a Be.Come a Milano a novembre del 2024.

E se la combinazione di controlli pubblici, fondi pluriennali, piattaforme di mercato e regia associativa fa della Sicilia un piccolo esempio di politiche di filiera, anche sul piano industriale l’isola offre qualche lezione di scala. Prendiamo Sciacca: qui una realtà come Bonolio, incardinata nel sistema regionale, dimostra che si può fare massa critica senza disinnescare l’identità d’origine. I numeri, pur non essendo l’unica misura del valore, contano: quattro frantoi, dieci linee di molitura, capacità di stoccaggio oltre le ottomila tonnellate e un impianto di imbottigliamento capace di sostenere la domanda estera.

Anche l’Etna piano piano si sta prendendo il suo spazio con la recente creazione del consorzio Monte Etna Dop e tanti giovani produttori che hanno iniziato a produrre olio: «La produzione di olive a Catania e sull’Etna per il 2025 si prevede ottima, in controtendenza con quella dell’ultimo triennio» racconta Alfredo Samperi che produce olio sul versante sud ovest del vulcano. «Nessun attacco di mosca e parassiti vari ma, per effetto delle ultime pioggie, la resa in olio potrebbe essere inferiore soprattutto negli uliveti delle zone collinari dell’Etna non irrigui».

@Colate Verdi 2024

Allargando lo sguardo, la Puglia ricorda a tutti quanto sia lunga la pazienza dell’olivo. Sulla cicatrice della Xylella il 2025 ha portato una medicina utile: un piano da trenta milioni per reimpianti resistenti e riconversioni nelle zone colpite, con Regione Puglia e Agea in regia operativa. Anche qui si parla di un investimento che concepisce le azioni amministrative come investimenti sul lungo periodo.

Si attraversa, insomma, una stagione che chiede meno eroismi e più organizzazione, mentre i consumatori hanno già imparato la parte più dura: che l’extravergine potrebbe non essere più una commodity da dare per scontata. D’altra parte, questo si tradurrà in scelte più consapevoli sugli scaffali e dunque in una nuova centralità della qualità duratura perché l’antico patto torni a funzionare.

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